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Lital Khaikin | da “alethe”

Roberto Kusterle, Le spose del mare (2016)Pubblichiamo tre poesie di Lital Khaikin dalla raccolta alethe (Kipple officina libraria 2018), tradotta da Valerio Cianci.

*

Tre Variazioni
[Prima edizione in .PLINTH. (IV volume; 2014)]

1

Ogni cosa ha il proprio centro, e così l’infinito, o qualcosa di affine,
è ordito in ogni parte, in una sequenza

Così al colpevole di queste ripetizioni dovrò chiedere un’impossibile risposta,
quante tue versioni sono impresse in una minuscola quantità di materia?

Non so se lacerare il suolo o insegnare al mio corpo il volo, così da non lasciare
un’impressione eccessiva e sgraziata, con una direzione deviata,
che troppo spesso muta e gravosa affossa la leggerezza d’ogni nuovo
“qua, esisto”.

Da te, io devo trarre un luogo, ora divenire direzione
Devo disimparare il codice con cui la gravità seduce il desiderio

*            *il modo in cui finge secondo una legge naturale
*            *ogni cosa destinata al proprio punto prima della caduta

Ciò che resta è il dovere di ridurre la resistenza all’incosciente abilità di generare
venature per dissolvere la trascendenza,
che un corso possa deviare in una fugace sospensione del cammino
che una bocca possa essere ingannata dal silenzio, come acqua, piena e fuggitiva
attraverso pori invisibili.

2

questa fiducia nella lingua, perché tu sia

*            *la parola, una spinta, una vista
*            *di cui l’essere è formato

la tua comparsa è rara
e la tua possibilità grave, antica, irrefrenabile
come la voglia di gridare.

è dunque assurdo che tu non possa esistere senza
quella rassicurazione con tanta cura tratteggiata
che tu debba essere qualcosa di definito, che possa essere racchiuso in questi
miseri significati

dimentica /conserva la parola,*            *porta con te la lingua

e io continuerò a fingere una logica attorno a ciò che potresti essere
donandole fede perché possa nascondersi in un suono irrevocabile
dalla patetica espressione,
perché tu possa vestirti d’una forma primitiva, nell’ordine delle linee e dei loro inevitabili
valori, perché la nostra intersezione possa infine giungere a un punto

eppure, prolungare questo silenzio è un diniego più fiero
è la perdita del simbolo nell’oceano liminale, fondamentale e terribile
e sempre

*            *queste*            *parole senza scrittura
*            *parole senza suono
*            *parole come l’inconfessabile idea

3

confine
diventa il modo in cui il sacro è perduto /
definire / un indivenire
una promessa di dis*            *personalizzazione
a me a dove / difetto d’uno

spazio attraverso la lingua, vuoto altrimenti
fra la fisica d’un corpo, le sue leggi e previsioni,
e le ipotesi d’una storia
memoria da ritrarre nelle ossa

il corpo esiste in un silenzio
affinché del volo i sogni possano calare con ali di pietra.

*

*

Three Variations
[first published in.PLINTH. (volume 4: 2015)]

1

Each thing has its own centre so that the infinite, or something close to it,
is written into every part, a pattern

So of the one guilty of these repetitions, I must ask for an impossible reply,
how many variations of you are written into a minor amount of matter?

I know not whether to tear the ground or teach my body to fly so as not to leave too brute an impression with a misdirected pace,
that veers too often and may press too strongly into the lightness of every recurring “here, I am”.

Out of you, I must make a place, now become direction
And must unlearn the code by which gravity toys with desire

*            *the way it deceives with a natural law
*            *that all things arrive to a point decided before the fall

There remains the task of simplifying resistance to the thoughtless ability of causing limb to overcome the metaphysical,
that a course may change in a momentary break in walking,
that a mouth may be fooled by silence as water, full and escaping
through invisible pores.

2

this confidence in language, for you to be

*            *the word, a push, a seeing
*            *of which being is made

your appearance is rare
and your possibility as heavy, as ancient, as relentless
as the urge to scream.

so it is absurd that you may not exist without
that carefully lettered assurance
that you must be some defined thing, and may be encompassed in these
small meanings

leave with/out word,*            *take language with you

and I will continue to imagine a logic around what you might be
giving it myth so that it may hide in sound that is irretrievable and
pathetic upon utterance,
that you may take on a primitive shape in the order of lines and their necessary values, that our intersection finally to come to a place

but to keep this silence is a braver refusal
is to lose the symbol in the liminal sea, fundamental and terrible
and ever

these*            *words with no writing
*            *words with no sound
*            *words as the unutterable idea

3

border
becomes the way in which the sacred is lost
to define / an unbecoming
a promise of de*            *personalization
un self un place / less one

place through language, otherwise void
between the physics of a body, its laws and anticipations,
and suppositions of a history
memory in bone to retract

the body exists in a silence
so that dreams of flight may come on stone wings.

*

*

*

Andare il più lontano

vi fu un’alterazione degli inizi
dove il cantore dell’angoscioso mito
perse memoria della lingua d’altri

loro sono gli immutabili
disse delle bandite sfere

strano
sei isolato come la malattia

l’unico peso che avvicini nelle tue movenze
da quella sublime distanza
è la pazzia del non donar parole

era certo che
qualcosa fosse sorto da
una vivisezione del tempo

questo perimetro
e nulla in aggiunta

fluiamo e non diciamo
l’atrofia del lessico è incisa nella lingua
da un’instillata paura del delirio

eppure, ancora, come falene ci raccogliamo
imprevedibile l’istante della nostra posa,
per riscoprirci, noi e gli altri, nella persistenza del nord

provocata da un fugace sogno di luce
è la nostra venuta.

*

*

To Go As Far

there has been a changing of beginnings
where the teller of the anxious myth
has forgotten the language of another

they are the eversame
he said of the banished spheres

strange one
you are solitary as illness

the only weight you carry in your nearing
from that distance that is sublime
is the madness of giving no words

it was certain that
something had come out of
a sectioning of time

this perimeter
and adding nothing

in passing we unsay
the numbing of our vocabulary is struck into our tongues
by a taught fear of delirium

still, we collect like moths
the moment of our landing unpredictable,
to find each other in the persistence of north

provoked by a rapid dream of light
is how we arrive.

*

*

*

ALTROVE
V Sezione

[Outplace (Altrove) è stato pubblicato nel maggio 2017 da “Solar Luxuriance”, casa editrice con sede a San Francisco e Oakland. Alcuni estratti sono precedentemente apparsi su “Sleeping fish”, “Tarpaulin Sky” e su “Vestiges” di “Black Sun Lit”.]

Se tutto potesse essere così poroso e così semplice da diffondere da avere senso solo se ogni cosa venisse in un istante o non venisse affatto, e così anni e così giorni avrebbe potuto durare, questa permanenza. Il tempo trova la propria via al di fuori del corpo. L’intermezzo di centinaia migliaia d’anni dura a malapena così a lungo in questi giorni eppure è possibile che, ancora, il corpo possa dimenticare come dormire. Minuta morte. Il sonno suscita la terrificante idea che la morte possa non essere oscurità, ma un eccesso di luce.

Alimentare una furia e privarla dell’aria finché non implode (al di là, in quell’altro inferno). Ed essere lasciato a stringere tutta questa esistenza, avido di qualunque cosa possa essere, raccogliendo frammenti di ragione. Tutte quelle ragioni. Tutte quelle logiche materiali. Lingue veloci. Puntura lombare estrazione d’avorio – ne è passato di tempo da quel freddo tremito e del sangue d’altri incrostato sul bianco – non ne ho bisogno ora – al di là del familiare, una sola volta – stimolo secreto alla corona e alla base – il calore è un veleno inesauribile, il sapore dell’atopia – puntura lombare riduzione chimica – ancora memore della sensazione dell’acqua sulla lingua.

Questa dipendenza dall’ostinazione, che ha bisogno del dolore, non trova pace. Una soluzione comune è una domanda. Una soluzione comune necessita del suono. Prendi parole rubate e assapora la loro stabilità.

Sono ancora qui. Adorano osservare l’apparenza. La mente, cioè. Voglio sapere cosa ti passa per la mente. Una verità inintenzionale che non trova espressione e che non è nulla. Disporre di ogni scelta e pensare a tutto, sempre – e riversarti su te stesso, cosa stai facendo? La consapevolezza si giudica dalla convinzione. Puoi dimostrare d’essere qui. Dimostra di stare bene. Ciò a cui stai pensando. Chi sei, come stai, spero tu stia bene. Come stai, chi sei, tutto bene.

Sostanze somministrate per glorificare la sanità – veleno in una mente sana – veleno di quei sulfurei sogni e di quella nebbia gialla in cui il corpo, elettrico, ronza – sostanze che dalla lingua cadono in un suono estraneo – assalto rivolto alle delicate sorgenti dei nervi, che fa delle semplici cose una tormentosa gioia. Puoi vedere dentro te stesso? Non al punto da raggiungere l’esterno. Resta all’interno. L’arte di rendere lontana la morte. L’assoluzione è una droga, inietta la dopamina in intervalli regolari fino a gridare incatenato. Speculazione nella profezia. L’occhio rivolto all’insaziabile desiderio d’un mito.

Che cos’è l’istante dell’estasi? Respiriamo aria che a noi è tornata, che ronza d’elettricità ed è pregna di materia, così che gli spazi che immaginiamo attorno a ogni particella sono spessi e indolenti. Ascolta, dirà ciò che sa, dov’era diretta. Quando il cielo sarà allontanato dalla terra non ci sarà più spazio per l’aria e il respiro diverrà rumore ardente. Vi fu una lode dal cielo e ogni singolo punto divenne una frattura d’ossa. È forse stata estasi, nel momento in cui la pioggia metallica cadde, quando i funghi fiorirono e sorsero sotto il terreno? Quando le loro spore infettarono fegati e sogni e danzarono nella desolazione? Distese di sporcizia e oscuri terreni. Allevamenti letali generano concime gravato dalle colate radioattive e dalle cellule ardenti – disumazione delle profondità della forma. Il sottosuolo è diventato sottopelle. Un’estrazione di soffice tessuto – ciò che giace al di sotto, quest’incerta forma può essere distrutta – può essere sezionata in frammenti supplicanti – tocco selettivo, a questa distanza, più forte, non oltre – chiara carne che narra dei margini oltre ai corpi e di confini al di là delle sottili linee bianche – non c’è un preciso istante in cui l’acqua si muta in sabbia – carcassa d’alluminio avvolta in un oceano assopito fra i margini.

Non ci sono più nascite – là dove il sangue arso dell’arida terra è disposto come ossa affamate che si nutrono d’erbicidi e radiazioni. La soluzione è la creazione di qualche nuova terra, quando non si è più soddisfatti di cose così normali che articolano mondi lontani dal fatto. I nuovi dèi sono scarafaggi imbevuti di sostanze chimiche, sognatori terminali di resistenza e di fetida nera plastica – oneirocorpi olografici estratti dal caos tossico. Aspetta che il ronzio si plachi. Una perdita di tempo. Qual è la lingua con cui la si possa immaginare ancora?

Qui, nessuno a osservare. Qui, una piccola stanza rossa – un segreto aroma ligneo; polsi insanguinati e fetore della ruggine che si leva da una scopata fra nazioni – aria spessa avvinghiata a una donna che stringe sangue – un annerito arbusto intriso del suo respiro e cinto in un palmo. Giovani radici, che odorano del fango terrestre, che odorano di donna. L’odore affonda nella testa, la più soffice terra, colmando luoghi muschiosi, dischiudendosi come piante che mettono radici. Neri arbusti dalla cenere. Una donna nutre gli arbusti col sangue. In te è la sanguigna ruggine dei santi e dei profeti, una speciale forma di decadenza che crea una visione della tua impermanenza – che separa la nostra carne familiare – il sole in bocca, trattieni ogni fiamma – donna, città, nata dalla sabbia – sabbia annerita che risuona con quest’oro segreto. Ma questa sabbia una volta non era forse un frutteto, ricco d’olive e mandorle, trecce di fichi e d’uva, melograno e zafferano?

Cos’è quell’inganno che vuole il deserto arido? – con cui il nero catrame riveste le mani giunte dei pellegrini, con cui il sangue graffia le palme che sfiorano la roccia logorata dai pianti – il cuore pulsa e straripa di caldo sangue e implora un’altra notte, una cosa appiattita, una gelida carne contro la roccia. E di quelle acque salmastre che affondano negli oceani, la forma che la materia trova, diretta a una grande distanza, sorretta dai pilastri d’una monastica nazione del silenzio. Terra espropriata con una finzione, risemina per il territorio – terreno fertile devastato da fattorie strategiche, una traccia ardente che lacera il terreno, delle macchine i più riposti sogni d’empatia, la più nobile etica delle rocce che reclamano antichi spazi, gravi, legittime.

La giustizia è un pesce avvelenato, mutilato, morto, una mano d’ossa che conosce la forma del grilletto – memoria ossea in un urlo silente. Innumerevoli, innumerabili, saranno sottomessi allo spazio finché ci sarà ogni cosa, ogni cosa, ogni cosa. Quando è diventata, una così immensa perdita, un modo per unire tutto? È forse diventato più semplice pensare all’illimitato come a una forma di perdono? Cos’era consentito – cos’era permesso. La dissoluzione dei margini delle cose. Il disfacimento ricreato quale sublime assenza di confini. Cosa appartiene – cos’abbiamo permesso. E cosa dire dei confini di un corpo che cade da una pesante mano? È anche questo parte di una grande vacuità, dove un respiro è tutto ciò che potrà portare pace? E cosa dire dei confini furiosi che ardono – Credi! Credi! Credi -, anche se solo per rivestire di muschio e ruggine bianca pietra bianca carne. Chi dice che la sporcizia non splenderà d’immensa luce – stavi osservando? Gli occhi indicano un volto. La vista è un modo d’essere. Dove hai guardato da quando sei uscito dall’acqua? Qual è stata la prima cosa su cui si sono posati i tuoi occhi? Hai camminato sull’acqua? Non c’è terra ad accogliere i tuoi passi. Incedi vergine e l’acqua scivola via dalla tua pelle. Il modo in cui l’ombra cala. Hai imparato a camminare così che la terra si chini.

Angelo tremendo espulso dal fango dal rosso mare riversato dimentichi la carne che ti circonda? Il miracolo è sorto da una sacca di carne – il Figlio – ha camminato nella sabbia del deserto con il diavolo – il Padre ha osservato il Figlio bruciarsi i piedi nella sabbia ardente – esiste una terra che non gema malata? Questo deserto è intrusione. Questo deserto è assassinio. Concediti un’indagine sugli scheletri di cemento. Le pile di carne non hanno importanza. Crimine corporeo? Volgiti al volto della lingua. Cosa resta? Telepatia per ogni profeta. Divenire immateriale – la schizofrenica arte dei tecnocrati telecinetici, feticisti, e rivoltosi dell’ordine fascista della genetica. Iscrizioni dell’essenziale nel mondo lirico – essenziali organizzazioni di numina – la deificazione delle parole, dell’alfabetico, del numerico. Come riconciliare quest’essenza totale, quest’atomistica libertà quando tutti i sensi si ritirano nell’ottusità della carne? Una torpida e silenziosa preminenza. Estraneo incubatore di condutture e tubi e confini e denaro.

Babilonia ha lasciato che i capelli le crescessero finché ogni capello era un fiume, ogni fiume una condotta, e la sua cute s’è fatta nera e lucida di morte.

La morte è un piccolo pesce. Piccoli pesci e uccelli intrappolati nella sua lucida nera rete. Microbi infettati da sabbie gravate dal catrame. Lucido nero catrame. Le nostre ombre diventano pesanti. Portava le piccole cose nei capelli, una cascata d’ossa che risuonavano, le une contro le altre, un migliaio di pendoli. Una rete di plastica dai flussi neri e lucidi. Le leggende predilette dei vermi, che bevono veleno prima dell’ossigeno – ogni fiume soffocato era un sogno ancora custode del ricordo della sepoltura nella terra. Rifugio sottratto. Ossa sottratte. Vermi che scavano le distese d’asfodeli, in cui la lentezza permane. Luce ricurva nell’aria arsa, abbandonato il cielo – è inciso nel deserto come l’olio nero, l’acqua santa, in questa variazione, è un sole nero catrame che segue le vie delle torce. Ciò che abbiamo deciso di ottenere.

Creano pillole per far splendere la merda – trasformare la merda in elettricità – trasformare la merda in oro – per indorare la tua mente, anestetizzare il bambino asservito fra miracoli e manifesti dalla fine dell’arcobaleno notturno colmo di date rubate e d’arance che cagano plastica per il diritto di fottere chicchessia– una vera indipendenza, puoi essere qualsiasi cosa, fare qualsiasi cosa, sii semplicemente te stesso, in sé, quella stessa cosa giustificata e onnicomprensiva – la liberazione servita dalle tenere mani degli immortali, un mazzo di viole rinsecchite in ciascuna delle mille mani – il dio pasciuto adagiato su una foglia di loto, più leggera di un corpo che s’alza dalla rossa fanghiglia — l’infetto dio del fiume che non vuole immergersi nelle acque.

*

*

Outplace
Section V

If everything could be so easily transmitted and porous it only made sense that it all come at once or not at all, so it might have been years and it might have been days, this being here. Time walking itself out of the body. The hundred thousand year intermission hardly lasts so long these days but it’s possible that still, the body can forget how to sleep. Small death. Sleep brings the horror that death might not be darkness, but an excess of light.

To stoke a fury and tighten the air around it until it collapses inwards (beyond, to that other hell). And be left holding all of this being, greedy for whatever it might be, collecting pieces of reason. All those reasons. All those material logics. Fast languages. Spinal tap ivory extraction — it’s been a while since that cold tremble and seeing another’s blood caked over white — don’t need it now — over the familiar, just once — stimulus secrete at crown and base — warmth is a lingering poison, the taste of atopia — spinal tap chemical reduction — still remembering what water feels like on the tongue.

This addict for resolution, requiring pain, can’t reach mind. A common remedy is a question. A common remedy requires sound. Take stolen words and taste their stability.

They are still here. They like to look at what it looks like. The mind, that is. I want to know what’s on your mind. An unintentional truth that does not find performance and which is nothing. To have all the choice and think of everything, always — and to spill over yourself, what are you doing? Awareness is judged on conviction. You could prove yourself to be here. Prove yourself to be okay. What you are thinking of. Who are you, how are you, hope you are well. How are you, who are you, are you well.

Was given chemical to magnify sanity — poison into a rightmind — poison of those sulphur dreams and yellow mist in which the body hums electric — chemicals that fall from tongue in a foreign sound — assault against the delicate beginnings of nerves that makes of simple things gehennan gaudium. Can you see inside of yourself? Not so far that you reach outside. Stay within. An art of making death distant. Salvation is a drug, push the dopamine dosage in regular intervals until screaming in chains. Speculation in prophecy. Eye turned toward the insatiable desire for myth.

What is the moment of rapture? We breathe air that has returned to us, that hums with electricity and is tense with matter, so that the spaces we imagine around each particle are thick and slow. Listen, it will tell of what it knows, of where it has gone ahead. When the sky will be pushed from the ground there will be no room for the air and breath will be a noisefire. A hail came from the sky and each point was a shattering of bone. Did the rapture happen when the metal rain fell, when the mushrooms bloomed and grew below the ground? When their spores infected livers and dreams, and made a dance of despair? Dirtfields and brownsoil. Death farms grow loam in old forests that curve under radiation spittle and burning cells — excavate the depths of form. Our underground has moved into the underflesh. A mining of soft tissue — what lies beneath, this vague thing can be broken into pieces — can be dissected into parts that appeal — selective touch, this far, harder, and no further — articulate flesh that tells of margins out of bodies and borders out of thin white lines — no precise moment where the water becomes sand — aluminum wrapped carcass on a resting ocean between margins.

There is no more birth — where the fireblood of dry land is laid out as hungry bones suckling herbicide and radiation. The solution is to make some new land when dissatisfied with just really normal things that structure worlds away from the fact. The new gods are chemical soaked cockroaches terminal dreamers of resistance and fetid black plastic — holographic dreambodies out of the toxic chaos. Give time to let the static settle. A loss of time. What is the language with which it can be imagined again?

Here there were no observers. Here it was a small red room — a secret wood smell, sweet iron bloodfist rust stench rising out of nations fucking — thick air clinging to a woman holding blood — a blackened sapling drenched in her breath held in a palm. Sapling roots, smelling of earth mould, smelling of woman. Smell sinks into head, the softest earth, filling musky space, opening as plants rooting. Black sapling out of ash. Woman drenching sapling with her blood. In you is the bloodrust of prophets and saints, a special kind of decay that makes a landscape of your impermanence — that makes our familiar flesh separate — sun in your mouth, hold all the fire — woman, great city, was born of the sand — blackened sand that hums with secret gold. But was this sand not once orchard, full of olives and almonds, tresses of fig and grape, pomegranates and saffron?

What is this deception by which desert is barren? — by which black tar coats the folded hands of pilgrims, the blood that tears against the palms that graze stone that has wearied of cries — the beating heart that overflows with hot blood and screams for another night, a flattened thing, a cold meat against stone. And of those briny waters that sink into oceans, the habit that matter finds towards greatest distance, upheld on the pillars of a monastic nation of silence. Puppet cashcow landgrab reseeding for territory — fertile land razed for strategic farms, a burning imprint ripped through soil, machines’ deeper dreams of empathy, the better ethics of rocks that reclaim old rooms heavily, rightfully.

Justice is a limp dead grey fish hand of bones that know triggershape — bone memory screamed in silence. Countless, uncountable, will submit to space until there is everything, everything, everything. When had such an immense loss become a way to become with everything? Did it become easier to think of the boundless, as a way of pardon? What was allowed — what was permitted. The falling apart of the margins of things. The unmaking recomposed as a sublime borderlessness. What belongs — what we permitted. What of the borders of a body that is falling towards the ground from a heavy hand? Is this too a part of a great vacuity, where a breath is all that will pacify? What of the furious borders that are aflame and believe — believe — believe, if only to grow over, moss and rust over white stone white flesh. Who says the filth will not gleam the brightest — have you been watching? The eyes indicate a face. The looking is a means to be. Where have you been looking, since you walked out of the water? What was the first thing you laid your eyes on? Have you walked upon the water? There is no earth that clings to your feet. You walk clean and water falls away from your skin. The way the shadow falls. You’ve learned a way to walk so that the earth falls away.

Terrible angel cast out of the mud spewed from the red sea do you forget the flesh that surrounds you? Miracle come out of a flesh sack — the holy son — walked with the devil in the desert sand — the holy father watched the holy son burn his feet against the hot sand — is there land that doesn’t hum with sickness? This desert is intruder. This desert is murder. Afford the forensics for concrete skeletons. Nevermind the fleshmounds. Body crime? Face the face of language. What is left? Telepathy for every prophet. Becoming immaterial — the schizophrenic art of telekinetic technocrats, fetishists, and rebels of the fascist order of genetics. Inscriptions of the essential into the lyrical world — an essential arrangement of numina – the deification of words, the alphabetical, numerical. How to reconcile this total-being, atomistic liberty when all the senses cave back into the stupidity of flesh? A numb and silent primacy. Foreign incubator of tubes and pipes and borders and cash.

Babylon let her hair grow long until each hair was a river, each river was a pipe, and her scalp grew black and gleamed with death.

Death is a small fish. Small fish and birds caught in her slick black net. Microbes that were infected by sands weighed with tar. Slick black tar. Our shadows become heavy. She carried the small things in her hair, a cascade of bones that clacked against each other, a thousand pendulums. A plastic net out of slick black streams. Those favoured legends of worms, drinking poison before oxygen — each choking river was a dream still holding the memory of how to bury people into the earth. Borrowed shelter. Borrowed bones. Worms digging the fields of asphodels, where slowness lingers. Sol folding into hot air, left the sky — is written into desert as the black oil, the sacred water, in this variation, it is a tarblack sun, that stalks the torchways. What we decided to reach for.

They make pills to make your shit sparkle gold — make shit into electricity — make shit into gold — make your mind gold, induce sleep on the pinkwashed miracle banner child from the end of the night’s rainbow stuffed with stolen dates and oranges shitting plastic for the right to fuck whomever — a true independence, you can be anything, do anything, just be your self, in itself that justifiable and all encompassing thing — deliverance served by the soft hands of immortals, a clump of withered violets in each of the thousand hands — the well fed god who perched on lotus leaf, lighter than a body rising out of red mud — tainted river god who refuses to walk into the waters.

*

Immagine: Roberto Kusterle, Le spose del mare (2016)

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