inediti

Jonathan Di Pietrantonio | Inediti

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Mi chiedo se questa tristezza non sia per caso
una punizione, voluta da una qualche divinità,
dovuta all’aver dato un volto alle cose, averle
precedute, aver scelto
di spiare attraverso le fessure del passato, di guastare
senza rimedio il futuro, i suoi posti, la sua natura,
averne fatto storia.
Prima della memoria il mare davanti casa aveva il pregio
di significare solo se stesso e nient’altro, nessuna
implicazione, né volti né luci né umori, nessun ricordo.
Mi chiedo se la memoria non consista proprio in questo
legiferare su ciò che non si presta, imbrigliare
qualcosa che reagisce e che oppone la sua totale
mancanza di significato, la sua
innocenza, il suo puro esistere.  

*

***

*

Ciò che ho visto stasera resta solo all’angolo di un pensiero,
e poi del successivo. Non puoi tracciarne
l’intercetta sull’asse xy. Le traiettorie descritte
erano state già decise dalla sostanza appena assunta.
Vedi ciò che vedi grazie alla coda interna degli occhi,
lo perdi di nuovo.
Subentrano in fila e senza interruzioni:
un quiz televisivo anni novanta,
l’ombra di mio zio schizofrenico impiccatosi nella soffitta di casa,
ambienti intercambiabili popolati da volti intercambiabili.
Ti capita di sentire una mancanza, un intervallo
fra il soffitto concavo della tua casa senza finestre
e l’appartamento spigoloso che ora ti ospita.
Capita anche di sentire la voce di un amico, di una madre,
di percepirne la minaccia.
In assenza di distrazioni il pensiero ritorna, ti dice che
farebbe comunque lo stesso.

*

***

*

E anche se non ho ancora nulla da dire scriverò
il mio nulla da dire, parlerò della mia scena muta.
Lo farò per mettervi nella condizione che più detesto
e che vivo ogni qual volta qualcuno stia lì, davanti a me,
allo scopo di raccontarsi: non so davvero
che cosa rispondere, come cavarmi dall’impaccio
di creatura aliena e poco interessata.
Invento così un’espressione facciale, una gestualità,
un tono di voce, magari anche
un nuovo timbro. Personalità alternative, tutte presenti.
Faccio ogni cosa al momento, senza premeditazione, come chi
si trovi a scrivere senza alcuna pretesa, senza voler offrire
un’immagine precisa di sé o di qualcun altro.
Da un po’ di tempo ho imparato a usare
quelle parole che non significano niente ma che hanno il pregio
di intasare il discorso, di smorzarne l’efficacia. Me ne servo
sempre di più. Lo faccio per depistare chi mi ascolta.

*

***

*

Di sera, a volte, dopo aver perimetrato
la stanza, mi capita di ricordare versi sbagliati:
padre, se anche tu fossi il mio non padre
è uno di questi. Ѐ un verso sbagliato ma
mi restituisce qualcosa
che non avrei mai detto potesse star lì,
indisturbata, come in attesa.
Sempre di sera ci sono i resoconti:
cose fatte durante la giornata,
cose evitate, nascoste, normalizzate.
Chi pensa tutto ciò finirà, per caso, a guardare
un film straniero, cercando tutto il tempo
di sbarazzarsi del suo volto,
riflesso in una porzione dello schermo,
di cambiare le condizioni di luce.
Farà attenzione alle immagini, ai sottotitoli,
a come suonano certe cose in una lingua sconosciuta.
Tornerà indietro ai suoi versi
sbagliati, ai resoconti, a pensare «questa stanza
quanto è stretta», a dirsi
che è così che l’hanno fatta, a lasciar andare.

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