inediti

Carlo Bordini | Inedito

Table with Accumulator 1958-85 by Joseph Beuys 1921-1986Questo brano inedito di Carlo Bordini chiude una versione rivista e accresciuta del romanzo Memorie di un rivoluzionario timido (precedentemente pubblicato da Luca Sossella editore nel 2016). La nuova edizione è in corso di stampa presso Luca Sossella editore, all’interno di un volume che raccoglie quasi tutta la produzione in prosa di Bordini (Memorie di un rivoluzionario timidoGustavoManuale di autodistruzione e una selezione di scritti brevi e inediti) e il cui titolo è Difesa berlinese.

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Pagina scartata e poi reinserita in Memorie di un rivoluzionario timido

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In fondo, vivere nel sogno implicava certi atteggiamenti, certi modi, o, meglio, certi meccanismi di base che erano al fondo di tutto, anche al di qua del sogno. Se io ero vissuto sognando tutto il periodo della politica – e se io avevo inseguito un sogno per le strade d’Europa anche prima – era in definitiva per questa paura della vita (della vita organica, della realtà) che io mi portavo dietro e che in questo periodo – il periodo apparentemente di apertura alla vita, o meglio il tentativo reale, disperato, fortissimo – di apertura alla vita – agiva anch’esso, nello stesso modo. E che mi era preso anche nel rapporto con C. Io in realtà stavo bene con B., e c’era questo suo atteggiamento di non essere affatto prevaricatorio. Ma c’era il fatto che il mio atteggiamento – questo atteggiamento di strisciare nella vita, o meglio di strisciare al di sotto di essa (com’era stato il pavimento di legno) – atteggiamento che avevo avuto e che stavo avendo anche nei confronti del lavoro, perché avevo rifiutato il posto in mezzo agli altri e avevo preferito questo calmo nirvana, questa condizione di morte vivente, questa assoluta assenza di competitività che era assenza di vita – questo atteggiamento si risolveva in definitiva, e sempre, in un disperato chiedere, ma alla base del quale non c’era uno scambio. Un atteggiamento parassitario, di volere che le cose mi fossero date, ma senza che questo significasse un dover uscire allo scoperto, un dover mostrarmi. Il richiedere una situazione assistenziale, perché dietro al mio chiedere c’era una singolare frigidità. Stranamente proprio l’essere partito in una situazione di escluso faceva sì che io richiedessi, ma qualunque atteggiamento che avesse dovuto significare un dare qualcosa di me stesso per ottenere quello che chiedevo, mi era precluso. Aver passato tutta la vita fuggendo mi portava a questo. Potevo dare, ma non dare qualcosa di me stesso; non ci riuscivo perché era come un’umiliazione, un uscire al freddo e poi essere rifiutato. E il paradosso era che in tutto questo iter io avevo sempre dato moltissimo, per poter essere accettato, ma come dietro uno schermo. E continuavo a dare nello stesso modo. Io continuavo, mentre davo e ricevevo, ad essere fuori, ad essere straniato. – e l’equilibrio che avevo raggiunto con lei – Ma anche questo ricevere, e questo dare, mi umiliava; mi ricordava una situazione spirituale (ed anche storica) di inferiorità. (essere buono = situazione spirituale; essere mezzo mantenuto = situazione storica). Di qui una reazione di aggressività. Cioè il sentirsi talmente reietto da rifiutare quello che mi veniva dato; o forse il fatto che lei fosse reietta come me; e leggere nei suoi occhi la mia – stessa – tristezza

 

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Immagine: Joseph Beuys, Table with Accumulator (1958-1985)

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