saggi

Paul Valéry | Ego scriptor

J. Fautrier, Il vaso, 1947

(Passi selezionati e tratti da Paul Valéry, Quaderni. Volume primo. I quaderni – Ego – Ego scriptor – Gladiator, a cura di Judith Robinson-Valéry, traduzione di Ruggero Guarini, Adelphi Edizioni, Milano 1986, pp. 253-348.)

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EGO SCRIPTOR

Un tempo ho vagheggiato un’opera d’arte – scritta, – in cui tutte le nozioni introdotte fossero state depurate – in cui avrei omesso tutto ciò che nel senso delle parole è sovrabbondante – tutte le parole che si trascinano dietro delle ombre, tutti i giudizi evidenti o fittizi e tutte le operazioni impossibili, inimmaginabili. Ho anche scritto alcune frasi che si avvicinano a questo progetto – Ma a quale bocca pensare e a quale voce dare ascolto interiormente quando si legge questo stile? Sicché desideravo che non ci fosse nessuna bocca e che il lettore riluttante venisse afferrato per vie del tutto interiori da quelle forme che avrebbero dovuto raggiungere di colpo il meccanismo stesso del suo pensiero e pensare al suo posto, nel luogo in cui esso pensa, come qualcuno che sia stato afferrato in due punti del braccio e che si faccia gesticolare ed esprimere a gesti – e che sia costretto fisicamente a decifrare e capire i propri gesti. (1903, Jupiter, III, 78-79)

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La poesia – non è mai stata per me uno scopo – ma uno strumento, un esercizio e da ciò deriva il suo carattere – artificio – volontà. (1905. Senza titolo, III, 610)

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Scrivere incatena. Mantieni la tua libertà. (1905-1906. Senza titolo, III, 814)

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Così il lavoro del poeta, il poema m’interessa meno delle sottigliezze e dei lumi acquisiti in questo lavoro. Per questo bisogna lavorare il proprio poema – vale a dire lavorarsi.
Il poema sarà per gli altri – vale a dire per la superficie, il primo urto, l’effetto, il dispendio, – – mentre il lavoro sarà per me, – vale a dire per la durata, il seguito, la formula, il progresso. (1913, L 13, V. 25-26)

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Non bisogna credere che la precisione e l’uso dell’analisi non possano servire al poeta a nient’altro che a distruggerlo – – A volte mi è stato molto utile ridurre il mio pensiero allo stato di massima precisione. Quindi lavorare su questa analisi; e mi sono sentito più libero, ho scorto delle traduzioni in figure e in linguaggio poetico che prima non sospettavo. (Ibid., VIII, 445)

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Rivoluzione –

Una rivoluzione, un cambiamento enorme, era alla base della mia storia:
Ricondurre l’arte che situiamo nell’opera alla fabbricazione dell’opera. Considerare la composizione stessa come la cosa principale, o trattarla come opera, come danza, come scherma, come costruzione di atti e di attese.
Fare un poema è un poema. Risolvere un problema è un gioco ordinato.  Il caso, l’incertezza sono in esso pezzi definiti. L’impotenza della mente, le sue soste, le sue angosce non sono sorprese, e perdite indefinite.
Ma il fare come cosa principale, e quella determinata cosa fatta come accessorio, ecco la mia idea.
Scrivere non vale la pena se non per attingere la vetta dell’essere, non già dell’arte; ma è anche la vetta dell’arte.
L’indissolubilità della forma e del fondo. (1922. R, VIII, 578)

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Mi è accaduto di scrivere partendo dalle forme e di passare dalle forme espressive alle cose, attraverso l’inclinazione suggerita dalla forma – inclinazione che si completa necessariamente e si trova una ragion d’essere – così come un uomo che, raccogliendosi fisicamente, facesse di sé un santuario e questo sacrum secernesse un dio.
È un buon esercizio, la meno ingenua delle occupazioni. (1929, AE, XIII, 682)

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Ego Scriptor

Poesia – Per me fu rifugio, lavoro infinito – ripiegamento. (1935. Senza titolo, XVIII, 464)

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Immagine: J. Fautrier, Il vaso, 1947.

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