saggi

Il respiro di ‘Fureur et mystère’

Claudio-Parmiggiani-Senza-titolo-2009
di Letizia Imola

*

XIII

Fureur et mystère tour à tour le séduisirent et le consumèrent. Puis vint l’année qui acheva son agonie de saxifrage.

 

 

Furore e mistero a turno la seducevano e la consumavano. Poi venne l’anno in cui finì la sua agonia di sassifraga.

(Partage Formel, frammento XIII, in Seuls Demeurent[1])

Il titolo binario può funzionare come una definizione della poesia e della sua tensione interna. Nomina le due forze che presiedono alla sua esistenza: Furore e mistero. L’associazione dei due termini tuttavia non è immediata, entrambi hanno un lato oscuro, un senso positivo e uno negativo. Si può  interpretare il mistero come ciò che è proprio della poesia e il furore come la collera dell’uomo ribelle ai crimini della sua epoca. Infatti il tono della raccolta è di rivolta: schierarsi contro tutto ciò che opprime, soffoca. Mistero come enigma del male assoluto, quello di ogni credo e creazione. Furor come passione, ispirazione poetica, frutto dell’intervento di uno spirito divino. Il poeta traduce l’intenzione in atto ispirato.[2]

In Char la poesia diventa fervore bellico,[3] sentimento del mistero mobilitato alla lotta. Il furore ha bisogno di un soggetto, mentre il mistero rappresenta la dimensione dell’ignoto che avvolge stabilmente la soggettività. Il mistero anima il furore, che prenderà le armi in suo nome.

Nel 1948 René Char pubblicava la somma di dieci anni di scrittura, dell’ante e dopoguerra, intitolandola appunto Fureur et mystère. A quattro anni dalla liberazione, l’esperienza essenziale della Resistenza: incontro di poesia e azione. Fureur et mystère figura come una raccolta antologica ed è la Storia a girare le pagine di questo libro. La prima sezione, Seuls Demeurent, è datata 1938-1944, Feuillets d’Hypnos 1943-1944, Le Poème pulvérisé 1945-47 e La Fontaine narrative 1947. Solo di Les Loyaux Adversaires non sono precisate le date di composizione.

[…]

La vie inexprimable La seule en fin de compte à laquelle tu acceptes de t’unir Celle qui t’est refusée chaque jour par les êtres et par les choses Dont tu obtiens péniblement de-ci de-là quelques fragments décharnés

[…]

La vita inesprimibile La sola in fin dei conti alla quale accetti di unirti Quella che ti è rifiutata ogni giorno dagli esseri e dalle cose Di cui ottieni a stento qui e là qualche scarno frammento
(Commune présence, II, in Moulin Premier)

 

Comune presenza può essere presa come locuzione emblematica della poesia di Char; potrebbe suggerire compresenza e riconciliazione, invece conduce al dialogo violento delle cose. Non vi è nulla di più distante della metafora semplificata, del riflesso che assocerebbe gli stessi simili, dalla poesia di Char.[4] L’unità pacifica della metafora è distrutta, se c’è similitudine, comune presenza, è a partire dallo svelamento di una separazione e di una differenza, e i contrari, esaltante alleanza, sono l’occasione per misurare questo scarto che vi è tra le cose.

Nel frammento XVII di Partage Formel è esplicito l’interesse per la filosofia di Eraclito, che vede nei contrari la condizione perfetta e il motore indispensabile per produrre armonia. Il poeta è colui che può vedere i contrari con coscienza, e il suo compito è di annullare il passaggio da causa a effetto. La similitudine diviene appunto un’interrogazione sulla separazione degli esseri e delle cose; e se ogni cosa è separata dai suoi simili, si rivela allora letteralmente ermetica. La similitudine non rende conto del reale, svela il visibile autentico, che la miopia della nostra percezione dissimula, e si rivela come l’organizzatrice veridica di questo reale. Non a caso a Char è cara la paratassi, la giustapposizione, faccia a faccia intransitivo delle cose.[5]

Argument

[…]

Né de l’appel du devenir et de l’angoisse de la rétention, le poème, s’élevant de son puits de boue et d’étoiles, témoignera presque silencieusement, qu’il n’était rien en lui qui n’existât vraiment ailleurs, dans ce rebelle et solitaire monde des contradictions.

 

Nota introduttiva

[…]

Nata dal richiamo del divenire e dall’angoscia del trattenere, la poesia, alzandosi dal suo pozzo di fango e di stelle, testimonierà quasi silenziosamente, che non vi era nulla in sé che non esistesse veramente altrove, in questo ribelle e solitario mondo delle contraddizioni.

(in Le Poème pulvérisé, in Fureur et mystère, p.163)

 

Char può apparire come il poeta dell’essenza della poesia, nel senso che la sua poesia è un’interrogazione che pone in dialogo la separazione delle cose e la loro comune presenza, e non si rifà alla persona del poeta; ha sempre evitato di operare una sintesi tra la sua vita e la sua opera, guadagnando in impersonalità. Per Char la poesia è semplicemente la verità[6] e vuole dire ciò che dimora. Seuls demeurent, è un forte titolo-predicato[7], rappresenta l’oggetto, il contenuto della poesia di Char, che soli dimorano, rimangono, nell’orrore della guerra.[8] Da ciò una parola tesa, una scrittura indurita dall’ermetismo che domina, solida e compatta. Il linguaggio ermetico come metodo di conoscenza poetica del mondo.

Passando ad un discorso più concentrato e tematico, si può notare che fin dalle righe introduttive di Fureur et mystère, l’uomo è associato al respiro. L’uomo fugge l’asfissia, la morte per soffocamento, per affermare una vita di respiro, di parole. Quest’uomo, che disbosca il suo silenzio interiore e lo ripartisce in teatri, non è condannato a prigione e morte, ma gli è riservata la transumanza del verbo. L’asfissia denunciata da Char nella nota introduttiva di Seuls demeurent è quella di una precisa epoca storica,[9] ma può essere estesa a quella di qualsiasi uomo in qualsiasi tempo. Come si è già detto l’atteggiamento della raccolta è di rivolta: schierarsi contro tutto ciò che opprime, soffoca e lo scopo è ristabilire una forza vitale. Due righe manoscritte in una delle prime pagine di un esemplare di Poème pulvérisé (Ed. Fontaine, 1947) recitano così: «Mon poème est mon vœu en révolte. Mon poème a la fermeté du désastre; mon poème est mon soufflé futur.»[10]

La respirazione designa un modo d’essere, implica un compito e una condotta: ogni respiro offre un regno[11] e questo regno è per eccellenza quello del poeta che, tenendo fede al suo proposito iniziale – l’uomo fugge l’asfissia – si definisce contemporaneamente come colui che perseguita, preserva e che libera. Il furore, l’amore e la libertà[12] sono il suo ossigeno.[13]

«Toute respiration propose un règne: la tache de persécuter, la décision de maintenir, la fougue de rendre libre. Le poète partage dans l’innocence et dans la pauvreté la condition des uns, condamne et rejette l’arbitraire des autres.
Toute respiration propose un règne : jusqu’à ce que soit rempli le destin de cette tête monotype qui pleure, s’obstine et se dégage pour se briser dans l’infini, hure de l’imaginaire.»

La voce, la bocca,[14] la sete,[15] la fontana[16] sono parole-tema che echeggiano, metaforizzandola, quest’immagine essenziale del souffle, contemporaneamente soffio vitale e creatore. Di modo che il respiro sembra diventare tutt’uno con la parola che, letteralmente, disseta:

3

Dans la luzerne de ta voix tournois d’oiseaux chassent soucis de sécheresse.

 

194

Je me fais violence pour conserver, malgré mon humeur, ma voix d’encre. Aussi est-ce d’une plume à bec de bélier, sans cesse éteinte, sans cesse rallumée, ramassée, tendue et d’une haleine, que j’écris ceci, que j’oublie cela. Automate de la vanité ? Sincèrement non. Nécessité de contrôler l’évidence, de la faire créature.

 

Nell’erba medica della tua voce, tornei d’uccelli cacciano crucci di secchezza.

(Afin qu’il n’y soit rien changé, in Seuls Demeurent)

 

Mi faccio violenza per conservare, malgrado il mio umore, questa mia voce d’inchiostro. Sicché, è con penna a testa d’ariete, senza posa spenta, senza posa riaccesa, concentrata, tesa e d’un sol fiato, che scrivo questo, tralascio quello. Automa della vanità? No, sinceramente. Necessità di controllare l’evidenza, di fare creatura.

(Feuillets d’Hypnos)

Il tema della voce e del canto ricorre più volte con una sfumatura violenta, ad esempio in Anniversaire, «Ta bouche crie l’extinction des couteaux respirés» che ricorda la spada del canto del rigogolo, le voci vetrose di Visage nuptial e la lingua mozza del foglio 57. Ma soprattutto richiama un altro grido, quello del frammento 104: «Les yeux seuls sont encore capables de pousser un cri», il grido soffocato degli anni di guerra, un grido tutt’occhi. Il grido desolato come la pupilla di chi vede gli orrori.

«La parola si fa azione: l’azione scappa dalla parola; ed ecco la ragione della loro superiore laconicità. Quasi radici, così ferite, di un’azione, che emettono linfa dopo averla succhiata dal terreno impervio e minaccioso della morte.»[17]

Come il partigiano, il poeta, sotto la minaccia della morte sviluppa una piena adesione alla giusta causa della vita. Misteriosamente, il tocco magico della morte apre un accesso all’unità: inaugura il suo canto. Un canto fatto di singulti e in svariate forme.

La raccolta si compone di poesie in versi, in prosa, versetti, frammenti aforistici, tutti modi di prendere la parola dettati dalla necessità. La sensazione è quella di una varietà e mobilità delle forme, al servizio di un unico progetto e preoccupazione: alimentare di ossigeno mentale[18] gli uomini minacciati di asfissia. Si prende e riprende parola in molti modi, così come si prende e riprende fiato. La parola fa alternare brevi spasmi e respirazioni profonde.

Fureur et mystère è posto sotto il segno dell’urgenza: il poeta deve affrontare in fretta il reale che si decompone sotto i suoi occhi e al quale deve strappare qualche frammento di verità. La scrittura poetica di Char è caratterizzata da velocità e brevità, e di conseguenza condensazione e inafferrabilità. Il “raccourcis fascinateur” della poesia chariana, il suo “art bref sta tutto nell’esiguità del tempo concesso alle cose per il loro ingresso nella coscienza.”[19] È una scrittura ellittica, che trae la propria forza dal risparmio sui legami logici, provocando cortocircuiti da cui scaturiscono illuminazioni poetiche. In ragione di questa fulmineità, Sereni parla di “trascrizione” piuttosto che di scrittura. Aggiunge che Char non ci aiuta a leggere se stesso, ma parla come se fossimo presenti a vedere e ascoltare, presupponendo le circostanze.[20]

A volte la poesia in versi si restringe fino all’haiku: qualche parola è sufficiente per cogliere l’emozione poetica in seno alla realtà attuale, per manifestare la meraviglia del quotidiano nella sua immediatezza. Questa poetica dell’istante fotografa il Mistero – o il poetico – al suo strato grezzo.

La poesia frammentata non è incompiuta, secondo Blanchot apre ad un diverso compimento: quello «che è in gioco nell’attesa, nell’interrogare o in un’affermazione irriducibile all’unità». Perché «la parola frammentaria non è mai unica», «non è scritta sulla base dell’unità, né in previsione di essa». Le frasi di Char nonostante siano interrotte da spazi bianchi, isolate e dissociate,  possono essere percorse, si può passare da una all’altra «con un salto e prendendo coscienza di un difficile intervallo».[21]

Si può dire che il frammento è la forma dominante della raccolta, con Feuillets d’Hypnos occupa letteralmente il centro dell’opera, ma appare anche in altri momenti (Afin qu’il n’y soit rien changé, Partage formel e À la santé du serpent). Il frammentario si rivela il luogo di una percezione della continuità e si impone, per la sua velocità e densità, come il modello stilistico della scrittura di Char. Rifiuta ogni gratuità poetica, è una scrittura con forza di opposizione, di sicurezza nel gesto e nella mira. Ma la quantità dei frammenti lo lacera[22]: prima di essere a una scelta poetica, la frammentazione è in primo luogo subita. In una dicotomia che vede opposte vita e morte, libertà e prigione, respiro e asfissia, il frammento è una rappresentazione possibile dei primi e allo stesso tempo una risposta possibile ai secondi termini. È contemporaneamente una risposta alla tragedia e una scrittura tragica.

*

[1] René Char, Fureur et mystère, Gallimard, 1962, p. 68

[2] Partage Formel, frammento XXXV, in Seuls Demeurent

[3] À une ferveur belliqueuse, in La fontaine narrative

[4] “La poésie est de toutes les eaux claires celle qui s’attarde le moins aux reflets de ses ponts.”, À la santé du serpent, XXVI, p. 190, in Le Poème pulvérisé ; concetto analizzato da Eric Marty nella monografia René Char, Éditions du Seuil, 1990, in particolare cap. 2. L’ordre poétique, Commune présence et séparation, pp. 85-92.

[5] Ibid. Eric Marty, René Char, La demeure, pp. 49-71 ; di questa monografia, per il concetto di similitudine si vedano i pragrafi : La similitude, pp. 80-84 e Similitude e solitude pp.103-107 ; per la forma del frammento: Le temps du fragment, pp. 144-149

[6] « … poésie et vérité, comme nous savons, étant synonymes. » in Partage Formel, XVII, in FM, p. 69

[7]  Jean Claude Mathieu, La poésie de René Char, José Corti, 1985, p. 139

[8] Occorrenze in: Envoutement à la renardière («Je demeurais là, entièrement inconnu de moi-même…») p.24;Élements («Dans cette femme encore jeune un homme devait avoir racine, mais il demeurait invisible comme si l’horreur, à bout de forces, s’en était tenue là.») p. 34 ; Hommage et famine («…Femme qui dormez dans le pollen des fleurs, déposez sur son orgueil votre givre de médium illimité, afin qu’il demeure jusqu’à l’heure de la bruyère…») p.51.

[9] Il testo è datato 1938

[10]  René Char, Œuvres complètes, Gallimard, Bibliothèque de la Pléiade, 1983, nota a p. 1264

[11] Partage Formel, frammento L, in Seuls Demeurent

[12] Il verbo della libertà «ne fut pas un aveugle bélier mais la toile où s’inscrivit mon souffle.» La Liberté, in Seuls Demeurent, p. 52

[13] L’idea di partenza di questo scritto viene proprio dall’analisi del frammento L di Partage Formel, fatta da Jean-Michel Maulpoix nel suo commento a Fureur et mystère, nella collezione Foliothèque, Gallimard, 1996, in particolare II, La Fureur: une ferveur belliqueuse, par. L’homme fuit l’asphyxie, pp. 37-39

[14] “Écartez-vous de moi qui patiente sans bouche;” Post Scriptum, in Seuls Demeurent

[15] “Chante ta soif irisée”, FH n.163). Iridata, questa sete è solare: insorge contro l’oscuro e reclama la luce.

[16] Secondo Maulpoix l’ultima sezione di FM, “La fontana narrativa” ristabilisce un’idea di continuità dopo la polverizzazione della parte precedente. Fontana e narrazione sono due immagini complementari di una voce che perdura.

[17] Piero Bigongiari, Furore e mistero di Char, in Poesia francese del Novecento, Vallecchi, Firenze 1968, pp.193 e ss.

[18] Lettera del 21 agosto 1938 a Gilbert Lély

[19] Georges Poulet, René Char, in Le point du départ, cit. in Vittorio Sereni, I «Feuillets d’Hypnos»,

[20] Vittorio Sereni, I «Feuillets d’Hypnos», in Poesie e Prose, Oscar Mondadori, Milano, Mondadori, 2013, pp. 891-894

[21] Maurice Blanchot, Parola frammentaria, in L’assenza di libro, il neutro e il frammentario, in La conversazione infinita, Einaudi, Torino, 2015, p. 373

[22] Àfin qu’il n’y soit rien changé, V, in Seuls Demeurent

*

Immagine: Claudio Parmiggiani, Senza titolo, 2009.

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