inediti

James Tate, Tre poesie

Jeff Koons

Traduzioni di Todd Portnowitz Pietro Cardelli

James Tate è nato nel 1943 a Kansas City, Missouri. Suo padre, pilota d’aereo durante la Seconda Guerra Mondiale, morì in combattimento l’11 aprile 1944. Ha frequentato la Pittsburg State University, dove, leggendo Wallace Stevens e Williams Carlos Williams, si appassionò alla poesia. Ha insegnato creative writting all’University of California, Berkeley, Columbia e Massachussets Amherst. Durante la sua carriera di poeta, ha pubblicato più di venti raccolte, fra cui The Ghost Soldiers (2008); Worshipful Company of Fletchers (1994), vincitrice del National Book Award; Selected Poems (1991), vincitrice del Pulitzer Prize e del William Carlos Williams Award; Distance from Loved Ones (1990); Constant Defender (1983); Viper Jazz (1976); The Oblivion Ha-Ha (1970). La sua prima raccolta, The Lost Pilot (1967), fu selezionata da Dudley Fitts per la Yale Series of Younger Poets. È morto l’8 luglio 2015.
Le tre poesie pubblicate sono tratte da J. Tate, Selected poems, Wesleyan University Press 1991 (si ringrazia l’editore per la concessione).

*

La sula azzurra

La sula azzurra vive
sugli scogli nudi
delle Galàpagos
e non teme nulla.
È una vita semplice:
vive di pesce
e ci sono pochi predatori.
Inoltre, i maschi non
si rendono ridicoli
rimorchiando le giovinette.
Piuttosto, raccolgono le cose
azzurre del mondo
e con queste costruiscono

un nido – un pacchetto
di Gauloises all’occasione,
un filo di perle,
un pezzo di stoffa dall’abito
di un marinaio. Questo
trascende il bisogno
di un piumaggio splendente;
infatti, negli ultimi
cinquanta milioni di anni
il maschio è divenuto
sensibilmente più scialbo,
né sa cantare bene.
La femmina, comunque

gli chiede poco –
l’azzurro la soddisfa
interamente, ha un effetto
magico su di lei. Quando torna
dalla sua giornata
di gossip e di shopping
vede che lui le ha trovato
una nuova striscia di stagnola azzurra:
per questo lo ricompensa
con il suo corpo scuro,
ruotano lente le stelle
nella stagnola azzurra accanto a loro
come gli occhi di un mite salvatore.

*

The Blue Booby

The blue booby lives
on the bare rocks
of Galápagos
and fears nothing.
It is a simple life:
they live on fish,
and there are few predators.
Also, the males do not
make fools of themselves
chasing after the young
ladies. Rather,
they gather the blue
objects of the world
and construct from them

a nest—an occasional
Gaulois package,
a string of beads,
a piece of cloth from
a sailor’s suit. This
replaces the need for
dazzling plumage;
in fact, in the past
fifty million years
the male has grown
considerably duller,
nor can he sing well.
The female, though,

asks little of him—
the blue satisfies her
completely, has
a magical effect
on her. When she returns
from her day of
gossip and shopping,
she sees he has found her
a new shred of blue foil:
for this she rewards him
with her dark body,
the stars turn slowly
in the blue foil beside them
like the eyes of a mild savior.

*

*

*

Scendendo per Cleveland Avenue

Fumi di ogni tipo
di macchina hanno sporcato
la neve. Tu proponi
di lucidarla, i chilometri
fra casa e dovunque
tu e il tuo giglio di donna
vorrete andare. Tu
vai, secchio, spazzola e
schiuma, strofinando giù
per Cleveland Avenue
verso la Hartford Life
Insurance Company. Nessuno
apprezza il tuo sforzo
e un personaggio importante
ti chiama babbuino. Ma molto
presto la tua cara spunta
da un ascensore
e ti bacia e tu
le canti e le dici
di attraversare fieramente
la pianura bianca. A un certo punto
addirittura stendi a terra
il cappotto, e lei, a
sua volta, stende il suo per
te. E tu sfili la tua
camicia, e lei
la camicetta, e i tuoi pantaloni,
e la sua gonna, le scarpe –
toglie i suoi slip
lavanda e tu scivoli
dentro la sua pelle bianca e fiera.

*

Coming Down Cleveland Avenue

The fumes from all kinds
of machines have dirtied
the snow. You propose
to polish it, the miles
between home and wherever
you and your lily
of a woman might go. You
go, pail, brush, and
suds, scrubbing down
Cleveland Avenue
toward the Hartford Life
Insurance Company. No
one appreciates your
effort and one important
character calls you
a baboon. But pretty
soon your darling jumps
out of an elevator
and kisses you and you
sing and tell her to
walk the white plains
proudly. At one point
you even lay down
your coat, and she, in
turn, puts hers down for
you. And you put your
shirt down, and she, her
blouse, and your pants,
and her skirt, shoes—
removes her lavender
underwear and you slip
into her proud, white skin.

*

*

*

Il pilota scomparso

per mio padre, 1922-1944

Il tuo volto non marcì
come quello degli altri – il co-pilota,
per esempio, l’ho visto

ieri. Il suo volto è polenta:
la moglie e la figlia,
povera gente ignorante, lo fissano

come se presto debba ricomporsi.
È stato maltrattato più di Giobbe.
Ma il tuo volto non marcì

come quello degli altri – si scurì,
e si indurì come l’ebano;
i lineamenti si fecero

più marcati. Se potessi convincerti
a tornare per una sera,
giù dal tuo orbitare

compulsivo, ti toccherei,
ti leggerei il volto come Dallas,
il tuo teppista mitragliere, ora

legge con due vesciche per occhi
le sue edizioni Braille. Toccherei
il tuo volto come un accademico

svogliato tocca un autografo.
Per quanto spaventoso, ti scoprirei,
senza consegnarti

agli altri; non ti farei
affrontare tua moglie, o Dallas,
o il co-pilota, Jim. Tu

potresti tornare al tuo folle
orbitare, e non proverei
a capire davvero cosa

significa per te. Questo
è quello che so: quando ti vedo
come ti vidi almeno

una volta ogni anno della mia vita
roteare fra le pianure del cielo
come un minuscolo dio africano

mi sento morto. Mi sento come se fossi
il residuo di una vita altrui,
che dovrei seguirti.

La testa puntata al cielo,
non riesco ad alzarmi da terra,
e tu, che ancora lassù transiti

veloce, perfetto, senza mai
dirmi se ti sta andando
bene, o se è stato un errore

che ha posto te in quel mondo
e me in questo; o se in noi
la sfortuna ha fissato questi mondi.

*

The Lost Pilot

For my father, 1922-1944

Your face did not rot
like the others—the co-pilot,
for example, I saw him

yesterday. His face is corn-
mush: his wife and daughter,
the poor ignorant people, stare

as if he will compose soon.
He was more wronged than Job.
But your face did not rot

like the others—it grew dark,
and hard like ebony;
the features progressed in their

distinction. If I could cajole
you to come back for an evening,
down from your compulsive

orbiting, I would touch you,
read your face as Dallas,
your hoodlum gunner, now,

with the blistered eyes, reads
his braille editions. I would
touch your face as a disinterested

scholar touches an original page.
However frightening, I would
discover you, and I would not

turn you in; I would not make
you face your wife, or Dallas,
or the co-pilot, Jim. You

could return to your crazy
orbiting, and I would not try
to fully understand what

it means to you. All I know
is this: when I see you,
as I have seen you at least

once every year of my life,
spin across the wilds of the sky
like a tiny, African god,

I feel dead. I feel as if I were
the residue of a stranger’s life,
that I should pursue you.

My head cocked toward the sky,
I cannot get off the ground,
and, you, passing over again,

fast, perfect, and unwilling
to tell me that you are doing
well, or that it was mistake

that placed you in that world,
and me in this; or that misfortune
placed these worlds in us.

*

Immagine: Jeff Koons, Cracked Egg (Blue), 2006

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