inediti

John Ashbery, The Recital

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traduzione di Matilde Manara

Ieri è morto John Ashbery. Per ricordarlo, ripubblichiamo la traduzione del testo The Recital di Matilde Manara.

da Three poems (1972)

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Va bene. Il problema è che non c’è un nuovo problema. Deve solo svegliarsi dal sonno dell’esser parte di qualche altro vecchio problema ed ecco che la sua nuova esistenza problematica avrà inizio, trascinandolo avanti in situazioni che non può affrontare, visto che nessuno lo riconosce e nemmeno lui riconosce se stesso o sa cosa egli sia. È come, all’inizio di una bella giornata, quando tutti gli uccelli cantano tra gli alberi, coglierne la gioia e l’entusiasmo mentre si dispiega, eppure anche il corso di ogni giorno, buono o cattivo, porta con sé difficoltà di ogni tipo, che avrebbero dovuto essere previste ma non lo sono state, cosicché alla fine sembra siano loro a soffocarlo, nella maestosità del tramonto o semplicemente in un’inerzia che si ispessisce poco a poco fino ad affondare in una piatta e amara oscurità. Perché? Perché non un decimo né un centesimo delle deliziose possibilità cantate all’alba dagli uccelli potrà realizzarsi nel corso di una sola giornata, non importa quanto straordinaria si riveli. E questo porta inevitabilmente a dei rimproveri, immeritati intendiamoci, dato che siamo tutti come bambini imbronciati perché non possono avere la luna; e ben presto l’insensatezza di queste richieste viene dimenticata e sommersa da un’onda di malinconia di cui è l’unico responsabile. Alla fine sappiamo solo di essere infelici, ma non possiamo dire perché. Dimentichiamo di dover dare la colpa alla nostra stessa immaturità.
Che questo sia vero è assolutamente fuori discussione. Ma dovremmo guardare un po’ più a fondo nella natura di quell’immaturità per capire da dove viene e come – e se – la possiamo sradicare. E quando iniziamo a esaminarla, di parte come siamo, ci sembra di non esserne del tutto responsabili. Tutti o quasi tutti noi hanno avuto un’infanzia infelice; più avanti negli anni abbiamo cercato di rimettere a posto le cose e una volta entrati nella vita adulta è stato un sollievo, per un attimo, vedere che tutto andava bene: eravamo finalmente usciti da quel lungo tunnel soffocante e tornati all’aria aperta. Non potevamo ancora veder bene a causa del passaggio repentino dall’oscurità alla luce, ma cominciavamo a distinguere le cose. Ci siamo imbarcati in una serie di relazioni adulte dalle quali la virulenza e la malignità dell’infanzia erano assenti, o così sembrava: niente più nascondersi tra i cespugli per spiare di nascosto gli altri; niente più crisi di gelosia o la repressione di un amore non corrisposto e irrealizzabile. O quantomeno queste cose si rimettevano nella giusta prospettiva col passare di altre in primo piano; nuovi sentimenti ormai troppo complicati per avere un nome o essere indagati da vicino, ma nei quali l’urgenza spasmodica e quella mancanza di sfumature propria dell’infanzia non giocavano, per fortuna, alcun ruolo. È stato un piacere elencare tutte le cose che la nostra maturità ci aveva aperto davanti nel mondo nuovo, inestinguibile nei piaceri e nelle occupazioni feconde come una sorta di Eden più terra a terra, dal quale le gioie dell’utopia come i tormenti di quell’immaginario di una volta erano stati banditi da una divinità più ragionevole.
Ma col trascorrere dei giorni e degli anni si è reso chiaro che dare un nome a tutte le nuove cose che adesso ci appartenevano era ormai la nostra principale attività; che quel poco di tempo per assaporarle appena e goderne era finito e che persino queste semplici, tangibili esperienze erano soggette alla descrizione e all’enumerazione, o sarebbero anch’esse divenute fuggevoli e transitorie come il canto di un uccello emesso una volta sola e poi scomparso nell’accumulo di ricordi vaghi tra i quali appassisce come un fiore messo a seccare, triste parodia di se stesso. Nel frattempo tutte le nostre energie vengono assorbite dal compito di riportare in vita quei ricordi, farli tornare reali, come se vivere di nuovo fosse l’unica realtà; e la varietà enorme delle situazioni da affrontare comincia a sommergere i nostri sforzi. È chiaro ormai che non possiamo interpretare ogni cosa, dobbiamo essere selettivi e così la storia che raccontiamo comincia poco a poco a lasciare la realtà dietro di sé. Non è più tanto la nostra descrizione del modo in cui le cose ci accadono, quanto piuttosto la nostra sinfonia privata, intonata su una landa disabitata, e noi non possiamo smettere di cantare, ciò significherebbe rifugiarsi in questa morte che è l’infanzia, in una misera accondiscendenza e vivere inerte tutto ciò che preme su di noi, in breve, una morte vivente; dobbiamo dar segno di apprezzare il mondo che si muove attorno a noi, ma è la nostra canzone a guidarci adesso, sempre più avanti su quella landa e lontano dai simulacri familiari che in principio l’hanno ispirata. Avanti, avanti, nell’oscurità che si addensa – non esistono rimedi? Come se una giornata cominciata magnificamente nella fiammata di un’altra aurora fosse stata trasfigurata da una qualche sottile alterazione della luce capace di farti gelare il sangue, o come se la vista di un lontano fiocco sottile di cirro ritirato nello spazio potesse alterare tutto ciò che hai provato, gettandoti indietro di anni e anni, in un altro mondo in cui il fragile ricordo di un cambiamento inesorabile era anche legge, come accade qui oggi. Adesso conosci il rimpianto di continuare a fare qualcosa a cui non puoi dare un nome, di produrre automaticamente, come un albero di mele produce mele, questa cosa a cui non si può dar nome. E continui ad avanzare fischiettando, ma il tuo cuore batte all’impazzata.

Va bene. Dunque il nuovo problema è lo stesso, ecco il problema: la nostra apatia può sempre rinnovarsi, traendo energia dalle circostanze di cui sono piene le nostre vite, mente le emozioni felici sbocciano una volta sola, come una pianta annuale, senza lasciare dietro di sé né radici né foglie una volta che il fiore appassisce e muore. Siamo costretti ad ammettere di vivere ancora nella stessa condizione e di non averla mai superata, neppure quando sembrava così. Beh, ma che cosa possiamo farci? Perché anche se all’idra dell’apatia spuntasse ogni giorno una nuova testa, ancor più spaventosa di quella che eravamo riusciti a tagliare, non è detto che non dovremmo lottare, usando la spada che la nostra condizione di esseri ragionevoli ci ha messo in mano. Nonostante l’obiettivo sia irraggiungibile e le teste sembrino non avere fine, saremmo costretti a combattere, sta a noi reggere l’arma ed è possibile che nello sforzo di continuare a farlo riusciremmo infine a guadagnare un passo o un vantaggio, poiché i poteri del nostro nemico, ancorché sovrumani, non sono inesauribili: in fondo, ne siamo certi, niente lo è, eccetto la capacità di tener duro che ci tiene, testa a testa, sulla vasta piana della vita. Siamo come passeri che sbattono le ali e pigolano intorno a un gatto dall’aria indifferente e furtiva; sappiamo che il gatto è più forte e tuttavia dimentichiamo di avere le ali e troppo spesso ci abbandoniamo alle sue mire, spaventati e perciò incapaci di usare le ali che avrebbero potuto sollevarci in alto anche di poco, non le leghe sconfinate che speravamo e ci aspettavamo, ma abbastanza per fare una differenza cruciale, la differenza tra la vita e la morte.
“Sembra quasi…” – quante volte queste parole ci sono state imposte mentre noi stavamo solo cercando di trovare l’espressione per dire in modo più umano la nostra difficoltà, qualcosa di più vicino a noi. E con questa formula il nostro sforzo, non avendo trovato dove posarsi, volava via di nuovo. Come se ci fosse qualcosa di criminale nel provare a capire qualcosa di questo malessere che mina la nostra salute, suscita in noi pensieri folli e comportamenti assurdi. Non riusciamo più a vivere le nostre vite come si dovrebbe. Ogni impulso positivo sembra deviato verso il suo opposto; le persone che vediamo sono come parodie di esseri umani ragionevoli. Non c’è un modello per i nostri desideri spirituali; nessun vademecum a farci segno nella luce che ci circonda. Soltanto l’urgenza di tenere tutto sotto controllo. È come la differenza tra uno che è innamorato e uno che è semplicemente “bravo a letto”: nessun residuo vivente a trasformare il nostro sforzo intero in un’immagine anche solo vagamente simile a noi. Nel frattempo tutto cospira per proteggere il tutto-come-al-solito del fondale diurno: nessuna foglia o mattone deve essere trovato fuori posto, nessun timbro deve suonare falso per non rivelare la farsa che tarla tutto il sistema, perché la muffa dietro la facciata impeccabile non diventi all’improvviso lampante e universalmente visibile, la sua vergogna reale allo sguardo di chiunque. Le apparenze devono essere salvate a ogni costo fino al Giorno del Giudizio e se possibile oltre.
Stiamo cercando di dipingere con mani mortali un paesaggio, una riproduzione fedele dello squisito e terribile scenario che si stende intorno a noi. Non si tratta più di aggiustare la luce su certe cose, per mostrarle ideali come se non fossero mai esistite, né di portarle lontano dalla luce solare per metterle sotto la luce pulita di cui le avvolge la meditazione. Giovinezza e felicità, la gloria del primo amore: tutto si vede così com’è adesso, con tutti i suoi difetti e le sue imperfezioni. Persino la poesia meravigliosa del crescere quanto basta per capire il ruolo essenziale giocato dalla fantasia nello Sturm und Drang della nostra prima maturità è rimessa nella giusta prospettiva, così da non esagerarne l’importanza nel quadro generale di vita dell’intelletto disilluso, la cui natura è viaggiare dall’illusione alla realtà e oltre, verso qualche visione apparentemente superiore, perché è questa la qualità del suo moto di flusso e riflusso e non la rilevanza con cui uno di questi momenti isolati impregna una vita del suo carattere speciale. Finché, abituati alle delusioni, ci è sembrato di trionfare sui limiti della logica e della passione cieca; il capolavoro che eravamo sul punto di realizzare era classico nel senso dei greci e al tempo stesso modellato da un ardore romantico meno l’eccentricità e questo lavoro tutt’-altro-che-finito era il riflesso della forma ideale di noi stessi come l’avremmo vissuta se avessimo avuto il dono leggere il futuro e anche l’abilità di voltarci indietro e tornare sui nostri passi. E allora, soddisfatti di questo e di noi stessi, ci siamo allontanati di qualche passo per mettere bene a fuoco.
Ogni tentativo di sommare tutto ciò che siamo è ovviamente votato al fallimento sin dall’inizio, dal momento in cui si propone di offrire un quadro veritiero, del tutto oggettivo, dal quale siano banditi l’artificio e l’astuzia: l’arte non può esistere senza conservarne almeno una traccia ed è sempre stato indubbio che questo progetto venisse eseguito in stretta conformità con le regole dell’arte – solo in questo modo poteva approssimare più da vicino la cosa da rispecchiare e illuminare e alla quale si ispirava, cercando di arrivare a un senso di rotondità, simile a quello delle forme della carne e della luce naturale, e prepararsi così a far fronte al maggior numero di contingenze che, in qualità di ausilio e strumento di conoscenza, deve saper gestire. Forse è lì che ci siamo sbagliati. Forse nessun’arte, per quanto talentuosa e sincera, può fornirci ciò che le chiediamo: non solo la rappresentazione figurata dei nostri giorni, ma la loro giustificazione, il tentativo e la sua realizzazione, così vicina alla realtà vissuta da svanire in un tuono, con un grido acuto.

I giorni volano via; non finiscono. Di notte la pioggia bersagliava il pianeta buio. Di mattina tutto era avvolto da falsi sorrisi e adulazione, ma la luce del giorno era uscita dal giorno e lo sapeva. Tutti i pini sembravano morire per un fungo misterioso. Non c’era nessuno di cui prendersi cura. Il cielo era ancora di quel blu stucchevole e nauseante, con il magro fiocco di cirro sul punto di sparire e materializzarsi su altre terre sconosciute, lontano da qui. Se soltanto, ci si diceva, se soltanto avessimo preso il coraggio delle nostre convinzioni invece di finire così, ma “gatto scottato teme l’acqua fredda”; avanziamo sulla nostra strada bisbigliando formule idiote per farci coraggio, rendendoci conto troppo tardi che d’improvviso il paesaggio non ha più senso; non solo hai fatto cattivo uso di certi precetti non destinati alla situazione in cui ti trovi, che è sempre una nuova e non può essere decodificata con l’aiuto di un corpus di principi morali prestabiliti, ma c’è persino da dubitare della nostra stessa esistenza. Perché, dopo tutto, non siamo stati distrutti dalla conflagrazione nel momento in cui le nostre vite, la reale e l’immaginaria, hanno coinciso, se non perché non abbiamo mai avuto un’esistenza separata oltre quella di questi due concetti statici e estremamente artificiali la cui fusione è stata comunque causa della morte e della distruzione non solo di noi stessi, ma del mondo intorno a noi? Ma forse la spiegazione sta proprio qui: ciò a cui stavamo assistendo non era che il rovescio dell’avvento di una beatitudine cosmica per tutti tranne noi, ciechi perché stava accadendo dentro di noi. Nel frattempo la vita è sicuramente cambiata in meglio per chiunque là fuori. Loro sono immersi nella luce di questa sconfinata sorpresa come nella luce di un sole nuovo che emana solo raggi caldi e non corrosivi; guardano a questo miracoloso cambiamento come si guarda alla bellezza accecante di un giorno d’autunno e dimenticano il cieco in mezzo a loro, per cui questo è un giorno come un altro, di modo che la sua bellezza non può dirsi universalmente valida, ma deve restare dubbia.
Questa singola fonte di tanto piacere e dolore è di conseguenza qualcosa su cui è impossibile smettere di interrogarsi. Da un lato, una tale felicità illimitata per molti; dall’altro così tanto dolore concentrato nel cuore di uno solo. Ed è vero, ciascuno di noi è tanto questa moltitudine quanto quell’individuo isolato; avvertiamo energia e bellezza altrui come una miracolosa manna dal cielo; al tempo stesso i nostri occhi sono rivolti all’oscurità e al vuoto interno. Tutte le tracce di come siamo arrivati qui sono state cancellate e così non c’è possibilità di tornare indietro a un livello umano più primitivo: la dicotomia spirituale esiste una volta per tutte, come la mente della creazione è senza inizio né fine. E la prova è che non possiamo nemmeno immaginare un altro modo d’essere. Siamo bloccati qui per l’eternità e non siamo neppure consapevoli di essere bloccati, tanto il nostro dilemma ci sembra naturale e persino normale. A Prometeo, incatenato alla rupe per l’eternità e visitato ogni giorno da un’aquila, la sua condizione deve essere sembrata analoga. Una volta eravamo sorpresi, tanto tempo fa; e adesso non possiamo più essere sorpresi.
Cos’è per te allora, questo presente incalzante che ti disorienta e ti circonda nel suo lento abbraccio, sembra sempre sul punto di allentarsi e tuttavia ostinato resiste, attirando te, spettatore reticente deciso a fermarsi per un momento soltanto, nella sfera delle sue attività solenni e improvvisamente così vaste, su una nuova scala rispetto a quella di prima, non lasciandoti nemmeno il tempo o il desiderio di sbrogliarlo? Si presenta sempre come il punto di svolta, il ponte che collega la prudenza a “una capacità timorosa”, nel verso di Wordsworth, ma un attimo dopo il ponte è un Ponte dei Sospiri che riporta alle stanche regioni da cui proviene. Ogni giorno sembra essere stato predisposto così. Il movimento è quello maestoso e lento di una barca che attraversa un porto, sicura del suo successo e tenuta in alto sulle onde dalla sua stessa dignità, un simbolo di attività paziente e fruttuosa, ma il viaggio termina sempre su un registro nuovo, anche se nel punto prestabilito; si è aggiunta una nota a distruggere tutta la trama e il senso delle cose così com’erano intese una volta. Il giorno termina nell’oscurità del sonno.
Perciò a partire da oggi, una giornata tutto sommato fresca nonostante la presenza ingannevole del sole sulle cose, deve essere davvero giunto il momento in cui tutto cambia in meglio o peggio, sarebbe bene esaminarlo, vedere quel che succede quando le distese lontane del sonno vengono indefinitamente rimandate. Non è più faccenda che le riguardi. Ciò che conta è come troverai la tua strada per districare questo nuovo nodo venuto al pettine. La risposta sarà un altro rinvio, prolungato oltre la fine del tempo e travestito ancora una volta da vita attiva condotta con intelligenza? O sarà una rottura definitiva con il passato, il no della morte che ti costringe in uno spazio stretto come una cella o un sì le cui vibrazioni non puoi neppure registrare o immaginare?
Mentre pensavo a queste cose, il crepuscolo ha cominciato a invadere la mia stanza. Presto i contorni delle cose si sono fatti confusi e io ho continuato a pensare seguendo linee ben definite come una reliquia del passato. Davvero non c’era niente di nuovo sotto il sole? O era questa novità- l’abilità di riprendere questi scampoli di enigmi e giocarci finché qualcosa come una soluzione non viene fuori solo per affievolirsi e scomparire come un fuoco fatuo, uno spettro irriverente della realtà di cui era l’imitazione tanto convincente? No, ma questa volta qualcosa di reale sembrava sussistere – un residuo di luce più solida mentre le ombre continuavano ad accumularsi. All’inizio sembrava fatto a malapena di brandelli e frammenti delle vecchie, smunte situazioni, arrangiate forse per impersonare pallidamente modernità e fecondità. Poi è divenuto chiaro: alcuni nuovi elementi erano stati incorporati, anche se forse non abbastanza da cambiare davvero i fatti. Infine – le loro proporzioni restavano le stesse- qualcosa come una luce diversa ha cominciato a sorgere e a essere percepita, proprio come i primi bagliori del giorno vengono spesso scambiati per una “falsa alba” e uno aspetta a lungo di vederli sparire prima di convincersi gradualmente della loro autorità, anche quando è divenuto ovvio da un po’, così questi tremori hanno acquisito la solidità, la robustezza di un oggetto. E a quel punto ogni altra cosa se n’era già andata, o si era ritirata ai margini ormai sconosciuti di quelle cose effimere che una volta sembravano essere la vera struttura, le assi e le travi che delimitano la situazione ambigua di cui eravamo venuti a conoscenza e che persino eravamo giunti a tollerare, se non ad amare.
Lo scopo era la sintesi di elementi molti semplici in una relazione nuova e forte, in opposizione alla relazione vecchia e debole. Perché questo non è stato possibile nei primi giorni di sperimentazione, di vivere squallido e desolato che sembrava non portare da nessuna parte e non poteva essere meno importante? Probabilmente perché non abbastanza di ciò che lo costituiva aveva preso quell’aspetto di logora familiarità, come sassi lavti e rilavati dal mare, che ha reso possibile per il vecchio mescolarsi indisturbato con il nuovo in un’unione troppo sottile per produrre ogni commento e vanificare per sempre il suo intento. Ma era già difficile distinguere i nuovi elementi dal vecchio, tanto calcolata e disinvolta era la fusione, la collaborazione era l’unico elemento adesso e addirittura stava svanendo rapidamente dalla memoria, assimilata perfettamente dai passanti e dal décor che in altri tempi avrebbero occupato tutto il panorama e che adesso diventavano trasparenti come la sostanza che li stava riportando alla vita.
Una vasta umidità come di mare e aria combinati, una sola, liscia, anonima matrice senza superficie o profondità era il prodotto di questi nuovi cambiamenti. Non importava più molto che le preghiere fossero esaudite con eventi concreti o che l’oracolo desse una risposta convincente, poiché non vi era più nessuno di cui prendersi cura nel vecchio senso della cura. C’erano nuove persone a guardare e aspettare, coniugando in questo modo la distanza e il vuoto, trasformando la desolazione appena percettibile in qualcosa di intimo e insieme di nobile. La rappresentazione era finita, il pubblico defluiva; l’applauso echeggiava ancora nella sala vuota. Ma l’idea dello spettacolo come qualcosa che dovesse essere recitato e assorbito era rimasta nell’aria molto a lungo dopo che l’ultimo spettatore era tornato a casa a dormire.

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All right. The problem is that there is no new problem. It must awaken from the sleep of being part of some other, old problem, and by that time its new problematical existence will have already begun, carrying it forward into situations with which it cannot cope, since no one recognizes it and it does not even recognize itself yet, or know what it is. It is like the beginning of a beautiful day, with all the birds singing in the trees, reading their joy and excitement into its record as it progresses, and yet the progress of any day, good or bad, brings with it all kind of difficulties that should have been foreseen but never are, so that it finally seems as though they are what stifles it, in the majesty of a sunset or merely in gradual dullness that gets dimmer and dimmer until it finally sinks into flat, sour darkness. Why is this? Because not one-tenth or event one-hundredth of the ravishing possibilities the birds sing about at dawn could ever be realized in the course of a single day, no matter how crammed with fortunate events it might turn out to be. And this brings on inevitable reproaches, unmerited of course, for we are all like children sulking because they cannot have the moon; and very soon the unreasonableness of these demands is forgotten and overwhelmed in a wave of melancholy of which it is the sole cause. Finally we know only that we are unhappy but we cannot tell why. We forget that it is our own childishness that is to blame.
That this is true is of course beyond argument. But we ought to look into the nature of that childishness a little more, try to figure out where it came from and how, if at all, we can uproot it. And when we first start to examine it, biased as we are, it seems as though we are not entirely to blame. We have all or most of us had unhappy childhoods; later on we tried to patch things up and as we entered the years of adulthood it was a relief, for a while, that everything was succeeding; we had finally left that long suffocating tunnel and emerged into an open place. We could not yet see very well due to the abrupt change from darkness to daylight, but we were beginning to make out things. We embarked on a series of adult relationships from which the sting and malignancy of childhood were absent, or so it seemed: no more hiding behind bushes to get a secret glimpse of the others; no more unspeakable rages of jealousy or the suffocation of unrequited and unrealizable love. Or at least these things retreated into their proper perspective as new things advanced into the foreground: new feelings as yet too complex to be named or closely inspected, but in which the breathless urgency of those black-and-white situations of childhood happily played no part. It became a delight to enumerate all the things in the new world our maturity had opened up for us, as inexhaustible in pleasures and fertile pursuits as some more down-to-earth Eden, from which the utopian joys as well as the torments of that older fantasy-world had been banished by a more reasonable deity.
But as the days and years sped by it became apparent that the naming of all the new things we now possessed had become our chief occupation; that very little time for the mere tasting and having of them was left over, and that even these simple, tangible experiences were themselves subject to description and enumeration, or else they too became fleeting and transient as the song of a bird that is uttered only once and disappears into the backlog of vague memories where it becomes as dried, pressed flower, a wistful parody of itself. Meanwhile all our energies are being absorbed by the task of trying to revive those memories, make them real, as if to live again were the only reality; and the overwhelming variety of the situations we have to deal with begins to submerge our effort. It becomes plain that we cannot interpret everything, we must be selective, and so the tale we are telling begins little by little to leave reality behind. It is no longer so much our description of the way things happen to us as our private song, sung in the wilderness, nor can we leave of singing, for that would be to retreat to the death of childhood, to the mere acceptance and dull living of all that is thrust upon us, a living death in a word; we must register our appraisal of the moving world that is around us, but our song is leading us on now, farther and farther into that wilderness and away from the shrouded but familiar forms that were its first inspiration. On and on into the gathering darkness- is there no remedy for this? It is as though a day which had begun brilliantly in the blaze of a new sunrise had become transfixed as a certain subtle change in the light can cast a chill over your heart, or the sight of a distant thin ribbon of cirrus ebbing into space can alter everything you have been feeling, dropping you back years and years into another world in which its fragile reminder of inexorable change was also the law, as it is here today. You know the sorrow of continually doing something that you cannot name, of producing automatically as an apple tree produces apples this thing there is no name for. And you continue to hum as you move forward, but your heart is pounding.

All right. Then this new problem is the same one, and that is the problem: that our apathy can always renew itself, drawing energy from the circumstances that fill our lives, but emotional happiness blooms only once, like an annual, leaving not even roots or foliage behind when its flower withers and dies. We are forced to recognize that we are still living in the same old state of affairs and that it never really went away even when it seemed to. Well, but what can we do about it? Because even though the hydra-headed monster of apathy can grow a new head each day to slash back at us with, more fearsome than the one we just succeeded in cutting off, so too nothing says that we aren’t to fight back at it, using the sword that our condition of reasoning beings has placed in our hands. Although the task seems hopeless and there is no end to the heads in sight, we are within our rights in fighting back, the weapon is ours to wield, and it is possible that by dint of continually doing so we might at length gain a slight foothold or edge, for the enemy’s powers though superhuman are not inexhaustible: we are basically certain that nothing is except the capacity for struggle that unites us, foe to foe, on the vast plain of life. We are like sparrows fluttering and jabbering around a seemingly indifferent prowling cat; we know that the cat is stronger and therefore we forget that we have wings, and too often we fall in with the cat’s plan for us, afraid and therefore unable to use the wings that could have saved us by bearing us aloft if only for a little distance, not the boundless leagues we had been hoping for and insisting on, but enough to make a crucial difference, the difference between life and death.
“It almost seems- “How often this locution has been forced on us when we were merely trying to find words for a more human expression of our difficulty, something closer to home. And with this formula our effort flies off again, having found no place to land. As though there were something criminal in trying to understand a little this uneasiness that is undermining our health, causing us to think crazy thoughts and behave erratically. We can no longer live our lives properly. Every good impulse is distorted into something like its opposite; the people we see are like parodies of reasonable human beings. There is no spiritual model for our aspirations; no vade mecum beckons in the light around us. There is only the urge to get on with it all. It is like the difference between someone who is in love and someone who is merely “good in bed”: there is no vital remnant which would transform one’s entire effort into an image somewhat resembling oneself. Meanwhile everything conspires to protect the business-as-usual attitude of the diurnal scenery-no leaf or brick must be found out of place, no timbre ring false lest the sickening fakery of the whole wormy apparatus, the dry rot behind the correct façade suddenly become glaringly and universally apparent, its shame at last real for all to see. Appearances must be kept up at whatever cost until the Day of Judgment and afterward if possible.
We are trying with mortal hands to paint a landscape which would be a faithful reproduction of the exquisite and terrible scene that stretches around us. No longer is there any question of adjusting a better light on things, to show them ideally as they may never have existed, of taking them out from under the sun to place them in the clean light that meditation surrounds them with. Youth and happiness, the glory of first love-all are viewed naturally now, with all their blemishes and imperfections. Even the wonderful poetry of growing a little older and realizing the important role fantasy played in the Sturm und Drang of our earlier maturity is placed in its proper perspective, so as not to exaggerate the importance in the general pattern of living of the disabused intellect, whose nature it is to travel from illusion to reality and on to some seemingly superior vision, it being the quality of this ebbing and flowing motion rather than the relevance of any of its isolated component moments that infuses a life with its special character. Until, accustomed to disappointments, it seemed as though we had triumphed over the limitation of logic and blindfold passion alike; the masterpiece we were on the point of achieving was classic in the sense of the Greeks and simultaneously informed by a Romantic ardor minus the eccentricity, and this all-but-terminated work was the reflection of the ideal shape of ourselves, as we might have lived had we been gifted with foreknowledge and also the ability to go back and retrace our steps. And so, pleased with it and with ourselves, we stepped back a few paces to get the proper focus.
Any reckoning of the sum total of the things we are is of course doomed to failure from the start, that is if it intends to present a true, wholly objective picture from which both artifice and artfulness are banished: no art can exist without at least traces of these, and there was never any question but that this rendering was to be made in strict conformity with the rules of art- only in this way could it approximate most closely the thing it was intended to reflect and illuminate and which was its inspiration, by achieving the rounded feeling almost of the forms of flesh and the light of nature, and being thus equipped for the maximum number of contingencies which, in its capacity as an aid and tool for understanding, it must know how to deal with. Perhaps this was where we made our mistake. Perhaps no art, however gifted and well-intentioned, can supply what we were demanding of it: not only the figured representation of our days but the justification of them, the reckoning and its application, so close to the reality being lived that it vanishes suddenly in a thunderclap, with a loud cry.

The days fly by; they do not cease. By night rain pelted the dark planet; in the morning all was wreathed in false smiles and admiration, but the daylight had gone out of the day and it knew it. All the pine trees seemed to be dying of a mysterious blight. There was no one to care. The sky was still that nauseatingly cloying shade of blue, with the thin ribbon of cirrus about to disappear and materialize over other, alien lands, far from here. If only, one thought, one had begun by having the courage of one’s convictions instead of finishing this way, but “once burned, twice shy”; one proceeds along one’s path murmuring idiotic formulas like this to give oneself courage, noticing too late that the landscape isn’t making sense any more; it is not merely that you have misapplied certain precepts not meant for the situation in which you find yourself, which is always a new one that cannot be decoded with reference to an existing corpus of moral principles, but there is even a doubt as to our own existence. Why, after all, were we not destroyed in the conflagration of the moment our real and imaginary lives coincided, unless it was because we never had a separate existence beyond that of those two static and highly artificial concepts whose fusion was nevertheless the cause of death and destruction not only for ourselves but in the world around us? But perhaps the explanation lies precisely here: what we were witnessing was merely the reverse side of an event of cosmic place inside us. Meanwhile the shape of life has changed definitively for the better for everyone on the outside. They are bathed in the light of this tremendous surprise as in the light of a new sun from which only healing and not corrosive rays emanate; they comment on the miraculous change as people comment on the dazzling beauty of a day in early autumn, forgetting that for the blind man in their midst it is a day like any other, so that its beauty cannot be said to have universal validity but must remain fundamentally in doubt.
This single source of so much pleasure and pain is therefore a thing that one can never cease wondering upon. On the one hand, such boundless happiness for so many; on the other so much pain concentrated in the heart of one. And it is true that each of us is this multitude as well as that isolated individual; we experience the energy and beauty of the others as a miraculous manna from heaven; at the same time our eyes are turned inward to the darkness and emptiness within. All records of how we came here have been effaced, so there is no chance of working backward to some more primitive human level: the spiritual dichotomy exists once and for all time, like the mind of creation, which has neither beginning nor end. And the proof of this is that we cannot even imagine another way of being. We are stuck here for eternity and we are not even aware that we are stuck, so natural and even normal does our quandary seems. The situation of Prometheus, bound to the crags for endless ages and visited daily by an eagle, must have seemed so to hum. We were surprised once, long ago; and now we can never be surprised again.
What is it for you then, the insistent now that baffles and surrounds you in its loose-knit embrace that always seems to be falling away and yet remains behind, stubbornly drawing you, the unwilling spectator who had thought to stop only just for a moment, into the sphere of its solemn and suddenly utterly vast activities, on a new scale, as it were, that you have neither the time nor the wish to unravel? It always presents itself as the turning point, the bridge leading from prudence to “a timorous capacity” in Wordsworth’s phrase, but the bridge is a Bridge of Sighs the next moment, leading back into the tired regions from whence it sprang. It seems as though every day is arranged this way. The movement is the majestic plodding one of a boat crossing a harbor, certain of its goal and upheld by its own dignity on the waves, a symbol of patient, fruitful activity, but the voyage always ends in a new key, although at the appointed place; a note has been added that destroys the whole fabric and the sense of the old as it was intended. The day ends in the darkness of sleep.
Therefore since today, a day that is really quite cool despite the deceptive appearance of the sunlight on things, is to really be the point when everything changes for better or for worse, it might be good to examine it, see how far it goes, since the far reaches of sleep are to be delayed indefinitely. It is not even a question of them any more. What matters is how you are going to figure your way out of this new problem which has again come home to roost. Will the answer be another delay, prolonged beyond the end of time, and disguised once again as an active life intelligently pursued? Or is it to be a definite break with the past-either the no of death shutting you up in a small cell-like space or a yes whose vibrations you cannot even begin to qualify or imagine?
As I thought about these things dusk began to invade my room. Soon the outlines of things began to grow blurred and I continued to think along well-rehearsed line like something out of the past. Was there really nothing new under the sun? or was this novelty-the ability to take up these tattered enigmas again and play with them until something like a solution emerged from them, only to grow dim at once and fade like an ignis fatuus, a specter mocking the very reality it had so convincingly assumed? No, but this time something real did seem to be left over- some more solid remnant of the light as the shadows continued to pile up. At first it seemed to be made merely of bits and pieces of the old, haggard situations, rearranged perhaps to give a wan impersonation of modernity and fecundity. Then it became apparent that certain new elements had been incorporated, though perhaps not enough of them to change matters very much. Finally-these proportions remaining the same- something like a different light began to dawn, to make itself felt: just as the first glimmers of day are often mistaken for a “false dawn”, and one waits a long time to see whether they will go away before gradually becoming convinced of their authority, even after it has been obvious for some time, so these tremors slowly took on the solidity, the robustness of an object. And by that time everything else had gone away, or retreated so far into the sidelines that one was no longer conscious of those ephemera that had once seemed the very structure, the beams and girders defining the limits of the ambiguous situation one had come to know and even to tolerate, if not to love.
The point was the synthesis of very simple elements in a new and strong, as opposed to old and weak, relation to one another. Why hadn’t this been possible in the earlier days of experimentation, of bleak, barren living that didn’t seem to be leading anywhere and it couldn’t have mattered less? Probably because not enough of what made it up had taken on that look of worn familiarity, like pebbles polished over and over again by the sea, that made it possible for the old to blend inconspicuously with the new in a union too subtle to cause any comment that would have shattered its purpose forever. But already it was hard to distinguish the new elements form the old, so calculated and easygoing was the fusion, the partnership that was the only element now, and which was even now fading rapidly from memory, so perfect was its assimilation by the bystanders and décor that in other times would have filled up the view, and that now were becoming as transparent as the substance that was giving them back to life.
A vast wetness as of sea and air combined, a singles smooth, anonymous matrix without surface or depth was the product of these new changes. It no longer mattered very much whether prayers were answered with concrete events or the oracle gave a convincing reply, for there was no longer anyone to care in the old sense of caring. There were new people watching and waiting, conjugating in this way the distance and emptiness, transforming the scarcely noticeable bleakness into something both intimate and noble. The performance had ended, the audience streamed out; the applause still echoed in the empty hall. But the idea of the spectacle as something to be acted out and absorbed still hung in the air long after the last spectator had gone home to sleep.

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Immagine: Edward Burtynsky, Salt Pan #18, Little Rann of Kutch, Gujarat2016

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