editi

Stelvio Di Spigno, Poesie

ERE1975001W00035/21A

[Mercoledì 5 Aprile 2017, nell’ambito delle attività del Dipartimento di Filologia e Critica delle Letterature antiche e moderne dell’Università di Siena, si è tenuto un incontro di carattere seminariale sul lavoro poetico della generazione di autori nati negli anni ’70. A moderare l’incontro è stato Stefano Dal Bianco. Sono intervenuti Azzurra D’Agostino, Lorenzo Carlucci, Stelvio Di Spigno e Gherardo Bortolotti.  Escono oggi, come ultima pubblicazione del ciclo, una serie di testi di Stelvio Di Spigno (qui il suo intervento uscito lunedì scorso), che ringraziamo per la concessione, e che ripercorrono l’intero itinerario della sua poesia.]

*

da Mattinale, Caramanica, Marina di Minturno (Lt) 2006.

L’ombra

*                                                                                   *Ombra ferita…
*                                                                                           *G. Raboni.

Radente mia ombra, che mi sollevi
al pianto e al disgelo, alla pietà
dei giochi e al profumo dei piaceri
indefiniti, alla fantasia e alla menzogna;
abbandonami, mia ombra di frontiera,
come in un giorno senza sole, lasciami
visitare dal tuo prestante colore
muto della morte.

*

Monodia della neve

I

Non è più meraviglia dell’inverno
la spirale di foglie nel camino
che fuga al cuore le città dell’ansia –
è ricordo di te, è il tuo respiro
nel rigore morente della neve,
è la mano che avvolge la balbuzie
del nastro del passato in una sera
volta tra i fili a intorbidire il velo
dove ti aggiungi in cuore, dove vive
l’innesto di parole su persone,
di facce su memorie, di altri lidi
nel cono dell’aurora. Dove nasce
il nodo dell’Amore? Nella cella
dove ogni moto è sangue ci attraversa
la lucida emozione se abbandono
la speranza di esistere al tuo nome…

II

Ma quell’ansia fu atroce e tu cadesti,
sullo schermo di cose non viventi
più di un sogno inglobato nella selva
di vite troppo uguali per unirsi:
né potevi resistere al disgelo
che cova attorno l’imbrunire, quando
al parto della neve è troppo lieve
confiscare ogni orma, anche la tua
tanto più dura per distrarsi al sole.
Io resto come preso nella tana
dell’Orsa quando fuma sui suoi ghiacci
perché non frani sugli ovili dispersi,
strozzando il fuoco basso dei camini.
E non resta, alla scoria del legname,
che il mondo incenerito dal silenzio,
mentre ti muti in foglia, e non è grato
essere qui, scintilla innanzi al Caso.

III

…e al trepestio dei vetri sarà ancora
l’ogiva della brina nel mattino…
Ma la schiera dei colli dovrà armare
per tutto l’oro, tutto lo splendore
di corolle che esiliano dal mondo,
per logorare la bellezza inferma
del palpito della tua mano, spenta
prima d’essere te. Io sono nulla,
un’estate che stride sull’asfalto,
la sua dimora d’albe sotterrate
nel brusio di cicala, quando a terra
soffia un filo che irrora la tua voce
oltre il muro dei sensi, e la confonde
per non sapere più dove cercarti.
Non ha fine nel mondo il tuo morire,
e più non cala la trama ingrommata
del nevischio la tua sagoma ritrosa
dove crolla nel fosso il firmamento.

*

Deserto

Come il tempo è una lama –
Come tutto crolla in braccio al minuto –

che ora vai cercando perché piace
o perché sei perduto –
e l’auto in folle corsa è un boccaporto
troppo angusto da farti attraversare…

Mentre non valgono più fede o aiuto
tra le fiere saettanti della sera,
e s’invola alla scorta dei demoni
anche l’ultimo braccio di trincea –

Ora il tempo si sparge nei lignaggi
si schianta nella duna –

Bella lingua di spiaggia –
Bella duna –

*

da Formazione del Bianco, Manni, Lecce 2007.

Il coniglio di casa

Mi abituerò a vedere la gabbietta vuota
dove facevi le tue evoluzioni
perché va detto che anche un coniglio molle,
come diceva Catullo, è capace di rigirarti il cuore,
e quando se ne va il mondo è ancora più vuoto.

Non è semplice parlare da donnetta
come faccio da sempre perché il dolore
è il solo amico dell’uomo in questa vita.
Ma non più amico di te quando prendevi
il bastoncino di legno infastidito
e lo gettavi oltre il recinto della prigione.

Ci siamo tutti dentro, amico topo bianco,
ed ora tu puoi saltare nella luce
candida del tuo pelo, mangiando a sazietà
il quadrifoglio della fortuna
di chi non è mai nato e mai nascerà.

*

Con questo verso

Cammino lontanamente affezionato
alla tua immagine che non entra più in me:
i capelli di un nero altisonante
con pochi filamenti di grigio
come una cornice braccata da una crepa
per i tuoi trentasette anni –

Ma i tuoi occhi cosa vedono senza vedere
e i miei anni come sono
come sono passati senza passare…

Sapessi quanto enorme è stato il darti amore,
e che perturbamento è stato amarti,
farti uscire, entrare, uscire,
poi rientrare e poi di nuovo
allontanare gli occhi dal tuo sguardo a vuoto,
io che in una vicinanza avrei voluto
essere il tuo stesso corpo
essere in te, per te, con te,
qualcosa che il tempo non disperde, non umilia.

Non capirò mai la tua essenza
cosa sei veramente non lo saprò mai.
Quello che so è che cammini nei miei passi
e nel mio respiro tu continui a respirare
e dentro me c’è una stanza semiaperta
dove continui a vivere e a morire,
a vedere come trascino il poco che mi resta,
a ridere forte di me e di te stessa,
a orchestrare i tuoi sorrisi compassati
secondo il battito alterno della tua pazzia
e poi, quando torni calma,
è lì che torni a sperare.

*

Apertura all’inverno

Amato così dolcemente mi sento,
in questa mattina di sole invernale
al Virgiliano, accanto ai busti idioti
di Neruda, García Lorca, Gabriela Mistral,
che meglio farebbero a concimare la terra,
così parzialmente amato, totalmente amato,
che è come se Dio davvero tornasse in ascolto
e io potessi di nuovo sentirlo
come quand’ero bambino
nell’infanzia trascorsa proprio qui nei paraggi,
e io sentissi di nuovo la forza di amare,
anche se questo sole non ha il potere
di far spuntare le foglie a gennaio
o ingravidare le gemme infreddolite,
e io avessi di nuovo fiato per correre,
pungolato dal desiderio del tuo corpo,
dietro alla banderuola incostante
– proprio come gli ignavi di Dante –
del tuo amore, ma con un sentimento maggiore
di non rimanere deluso,
perché questo amore non ci appartiene
come non sono nostri il sole,
il parco, le piante, i busti idioti,
il mare, l’altitudine e tutto quanto
ci accoglie e ci respinge in questo mondo.

*

A ben guardare

Cerco una finestra di mare
nella quale buttarmi,
mi affaccio a prendere
misure e distanze da me stesso,
poi smetto, desisto, mi manca il coraggio…

Ma dall’acqua, a ben guardare, sale un azzurro
che riflette le montagne del golfo inamidate,
e quel profumo inconciliabile che hanno le alghe
quando le incontra un’ondata controcorrente.

Scrivere versi che non piaceranno,
dove si dica che il meglio è alle spalle,
e che dopo l’infanzia la mia vita
è stata un terremoto continuo,
e tutto appare mosso e sconnesso persino
nelle foto con mia madre a Gaeta,
o quando, di ritorno dall’estate,
c’era sempre di mezzo il lago Patria,
e la strada non era mai diritta:
periferia, tubi, copertoni,
e gli altri simboli del male a venire
che popolano le mie notti
dalla tenera età di dodici anni.

Scrivere di questo e vedere
la faccia che faranno i presenti
a questo funerale senza salma:
ti assicuro che anche questa è morte
se proprio vuoi morire
se non pensi soltanto di cercarlo.

Ma guarda anche come il mare, che di ogni
ferita fa un medicamento spontaneo,
non ottiene più il tuo corpo,
sparge solo il blu che riflette dall’alto,
fino al confine invalicabile degli scogli,
come un futuro promesso, oppure
una speranza che riposa sul fondale.

*

da LA NUDITÀ, peQuod, Ancona 2010.

Dissolvimento

*                                *A mio padre

Diciamo pure ch’eri fatto come una miccia o una stiva
che ti attaccavi anche all’aria che non respiravi
perché sapevi cos’era perdere ogni cosa
all’improvviso o lungamente, calpestandoti o guarendo.

Fissandomi all’interno dei tuoi pensieri irreali
guarda come la tua vita s’è incuneata nella mia,
trasformandoti sempre e modificando anche me
che ora perdo scrivendoti e ricostruendoti altrove

così lontano da casa da non sapere dove
ci siamo mai visti, conosciuti o rinfacciati,
se fossimo mai nati e se è vero che eravamo.

*

Pietra focaia

Vive il mondo con noi, il mondo a luci gialle,
le luci gialle del tunnel del Gran Sasso.

Ci siamo entrati in questo buco nero
è qui che torna lo sterno del passato
con quello stesso odore di quando moriremo
tra i ghiacci polari e le bocche del deserto.

Tutto quello che non siamo e non saremo
è dentro questo tunnel intestinale
e finirà con la crociera solare
della gente perduta per sempre
quando torneremo nella luce diritta.

E se ci disturba questo corpo a corpo
tra l’amore distrutto e il tempo ammutolito
dovrò mettere
una pietra sulla piastra e fare luce col gas:
le scriverò come fossero al passato
le scintille che si incastreranno
oltre il buio della stanza, stasera.

*

Pibe de oro

Assisteremo ancora in mondovisione
alle bravure mitiche di Diego
ma non diranno che avevo nove anni quando sbarcò a Napoli
e che tutto allora sapeva di speranza anche per me
protetto dal mondo e dalla mondovisione,
senza scale da salire né niente da promettere,
solo una tavola apparecchiata con povertà e grandezza
di chi vive senza sapere come né perché
contento di aver visto la luce un altro giorno
e che un altro giorno la luce si sia accesa anche di sera,
forse non pensando che il bello sarebbe finito
come finisce un calciatore o un matrimonio
e che senza badare a me non avrei fatto molto,
solo ricordare che c’era qualcuno in mondovisione
che potevo diventare come lui,
quelle cose che si pensano a nove anni,
sotto la carezza di chi ti ama proprio adesso
e ti darebbe il mondo vero se potesse
ma non lo dice come si dovrebbe
perché niente in fondo si sa dire
e ancora meno, ancora meno, si conosce.

*

Moderato con violenza

Come un mare non ancora potato né descritto
strappa via da sé ogni alga e corallo
e resta nudo come fosse stato dragato
mentre arriva pianissimo alla pagina,

ma dopo è difficile parlarne
di questa creatura che dorme al sole
senza pensare a persone
che hanno strappato da sé la propria vita

con un ferro rovente o una tenaglia
da criminale, senza un vero motivo,
solo per farsi più male o perché l’hanno sentita
questa voglia di annullarsi per essere obbedienti,

pensiamo a negozi con la serranda a mezz’asta,
a barche capovolte sotto il pelo dell’acqua,
a uomini colpevoli come me, insomma,
che ancora di questa colpa cercano ragione.

*

Escursione, 1978

Se c’è qualcosa che assomiglia a un paradiso,
è un auto con a bordo tre o quattro passeggeri
che vanno all’aeroporto senza troppi misteri
soltanto a vedere
il tuffarsi e rituffarsi degli aerei,
e pensare che un giorno l’abbiamo fatto anche noi,
che eravamo una famiglia e ci siamo rimasti,
siamo rimasti a domandarci
il perché degli aerei e del cielo,
e come tutto passi e noi stessi
avanziamo nei ricordi,
e se una luce di un pomeriggio nuvoloso
sia magari un segno e significhi qualcosa,
e cosa significhi il mondo, mentre noi che ci abitiamo,
riparati e contenti,
non possiamo capirlo e neanche ignorarlo.

*

da FERMATA DEL TEMPO, Marcos y Marcos 2015.

Barcarola della fortuna

*                                   *A Stefania Buonofiglio

Fai brillare i cavalli al tuo treno perché
è soltanto miseria il nostro mondo, anche se
si affaccia a rincuorarti mentre cammini
ai bordi di una foto, su Positano inusitata
di colori e di acacie, e a lungo la faccia che hai
perde il verde del suolo primitivo.

Brevettammo universo e allegria, come a metà
del Novecento i nostri avi, entrambi contadini,
ma su due facce di cielo distanti in fascine,
poi vennero i giorni di caduta, ora ricordo
che fosti incinta di me come una madre,
mi curavi e cercavi, mi adottavi e viravi

la tua barchetta molle delle astuzie marine
verso un’isola dove restasti sola, drammatica,
a morire di sghembo, senza essere chiamata,
più da nessuno da quel giorno, dolcezza,
signora, amore, pietà, larghezza amata.
Restano tra i vivi gli olivi calabresi,

il filmino della casa, l’anno 2006, la mente andata,
e ogni nuovo volto è un dolore che affoga:
popolammo il motore della fine, quando
tutto cominciò, in un giorno di carta, ere fa,
nessuno ancora l’ha scritto o l’ha tradito,
perché a ogni fatica noi affondammo insieme.

*

Il pranzo dalle zie

Sapere che non verrò più da voi,
come facevo ogni sabato a pranzo,
ai tempi del liceo, ma anche prima e dopo,
fino a quando zia Velia scappò via
e divenne una lavagna del cielo,
ancora mi rende schiavo dell’amore
di rivedervi nella vostra casa,
con la radio, il telefono, i parati,
tutti comprati o abitati da almeno quarant’anni;
e quanto era forte il laccio che ci univa,
lo scopro ora, quando il sabato mi sveglio
contento perché so che da voi devo venire,
poi mi concentro, il sonno lascia la mente,
ricordo che non c’è più la casa,
che voi siete in Paradiso e nei ricordi,
e mi viene da piangere e vorrei
salire le scale e vedere cosa provo,
adattarmi a stare senza voi, ma non riesco,
allora tento di capire il perché del tempo,
e perché due angeli come voi
hanno lasciato sola la mia vita
a disfarsi, a dirimere la quantità
di giorni che separa la vecchiaia di tutto
dal mio presente di oggi, la nicchia
sterile dove vivo e dove ricordando
quanto è stato bello starvi accanto,
faccio di me un breve dirottamento
fino al vostro caseggiato,
e torno al mio peccato di un essere solitario
che si chiede quanto ancora ha da patire.

*

La bandiera di Vittorio

Da piccolo mi facevi vedere
la metà del cielo che è andata a riposare
nelle Americhe dei soldati partigiani,
quelli che vinsero la guerra per noi, poi
mi fischiettavi il silenzio militare, imparato
da giovane, e io mi addormentavo
come ogni bambino che si sente sicuro,
perché c’eri tu a fare da guardia; tenere lontano
gli incubi, poteva solo la tua grande mano,
che ha stretto 92 anni di vita e una sola morte,
arrivata nel tempo che a te più piaceva,
il 31 di luglio, quando si stava già da un mese
nell’adorata Gaeta. Ora io ti penso in mille
modi: il vuoto che hai lasciato è un oceano
di sangue e lacrime, e proprio non si asciuga,
e nemmeno potrebbe se anche lo volessi.
Cosa fa un morto accanto a un giovane?
Gli ricorda la strada da seguire, specie se come me
si perde, non fa testo, non riesce a vivere
di suo. E allora ecco che ricompari: ti metti
dentro, mi fai l’eco, ancora fischi motivetti cari,
giurandomi che sto vivendo, che ne vale la pena,
che oltretutto non c’è scelta, e io faccio ciò che vuoi,
mi stringo a te piangendo, scrivo una poesia,
prendo il cibo a cui tenevi tanto e lo riporto
più vicino alle mani, perché non si perda
neanche una parola, e il ricordo, anche se sacro,
mi faccia andare avanti con te come bandiera.

*

Prosa della madre incantata

Si muoveva per casa come per dire basta.
Svuotava ceneriere, lucidava i fornelli,
e quando il guanto di smania la lasciava
chiacchierava col gatto e foraggiava il davanzale:
era la regina di passeri e colombi.

Era la madre, il principio di tutto:
per questo tratteneva
lacrime amare in sillabe cadenti: è tutto sangue
da travasare, e farà parte di te, anche se scalci e rifiuti.
Era una donna e insieme una finestra, mai cresciuta.

Da giovane il male lo capiva. Pensava ai figli
come a un lenimento. Non arrivò, ma ricorda
cosa pensasse nel ’66 o che indossava
il giorno del diploma, esattamente.
Dai suoi vent’anni non s’era mai mossa.

È in quei momenti che puoi domandarle
perché ha sofferto tanto e di quale dolore.
Perché l’ha passato anche a me. Se ama il mare.

Una volta l’ho raggiunta nel ’70:
non sono ancora nato ma parliamo,
sento la sua pietà come il suo sonno.
Ora è riversa dentro il suo rimorso, è sempre sola.
Qualcuno dice che anche questa è vita.

*

Nota biobibliografica di Stelvio Di Spigno

Stelvio Di Spigno vive a Napoli, dove è nato nel 1975. È laureato e addottorato in Letteratura Italiana presso l’Università “l’Orientale” di Napoli. Ha scritto articoli e saggi su Leopardi, Montale, Gadda, Pavese, Zanzotto, Claudia Ruggeri e sulla post-avanguardia poetica italiana, insieme alla monografia Le Memorie della mia vita di Giacomo Leopardi – Analisi psicologica cognitivo-comportamentale (L’Orientale Editrice, Napoli 2007). Ha collaborato all’annuario critico “I Limoni” con recensioni e note sotto la guida di Giuliano Manacorda. Per la poesia, ha pubblicato la silloge Il mattino della scelta in “Poesia contemporanea. Settimo quaderno italiano”, a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos, Milano 2001), i volumi di versi Mattinale (Sometti, Mantova 2002, Premio Andes; 2a ed. accresciuta, Caramanica, Marina di Minturno 2006, Premio Calabria), Formazione del bianco, (Manni, Lecce 2007, finalista Premio Sandro Penna), La nudità (Pequod, Ancona 2010), Qualcosa di inabitato, con Carla Saracino (EDB, Milano 2013), Fermata del tempo (Marcos y Marcos 2015).

*

Immagine: Elliott Erwitt, Sequentially Yours n° 02.

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...