Lorenzo Carlucci, Poesie

Joseph-Kosuth_One-and-Three-Chairs-1965

[Mercoledì 5 Aprile 2017, nell’ambito delle attività del Dipartimento di Filologia e Critica delle Letterature antiche e moderne dell’Università di Siena, si è tenuto un incontro di carattere seminariale sul lavoro poetico della generazione di autori nati negli anni ’70. A moderare l’incontro è stato Stefano Dal Bianco. Sono intervenuti Azzurra D’Agostino, Lorenzo Carlucci, Stelvio Di Spigno e Gherardo Bortolotti. Nelle prossime settimane formavera proporrà i loro interventi seguiti nei giorni successivi da una scelta di testi. Escono oggi una serie di poesie di Lorenzo Carlucci (qui il suo intervento uscito lunedì scorso), che ringraziamo per la concessione, da La comunità assoluta (2008) e da Sono qui solo a scriverti e non so chi tu sia (2009).]

*

da La comunità assoluta

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metodo8

Sembra infine, all’analisi attenta, che tutto il lavoro della nostra saggezza si
possa ridurre ad un adeguarsi a qualcosa che saggio non è. L’attenta analisi dei
fatti, che passa attraverso l’analisi della costituzione dei corpi, dei bacìni, il precario
equilibrio della grazia, in un pomeriggio, ci costringe alla fine a riconoscere
che non vi è, sotto il sole, né nulla di nuovo e neppure qualcosa. L’esercizio della
nostra saggezza, il silenzio, lo sguardo, ci conducono infine ad un gioco di bocce
con dei pensionati. In un paese dove la sabbia è bianca, la mano dell’uomo
ordinata, il ritorno un penoso divertimento. Che tutto ciò che ci è dato ci è
tolto proprio quando ci è dato, non può, oramai, costituire un affanno. E se
ancora inganniamo il nostro cuore con l’idea di una scelta tra il sottrarsi alla
cura furiosa di Dio e la previsione, significa che la nostra saggezza è carente.
Sotto il cielo è la libertà, senza alcun lineamento.

*

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Tra una pattumiera e un distributore, su una panchina rossa.
La mia vita è uno straccio.
È evidente, il mio cuore ti accoglie come un cielo.
La panchina è rossa come il distributore.
È evidente che le buste della spesa mi segano le dita.
Evidente.
Io ti accolgo nella mia vita straccio perché sono vuoto.
Sono per voi.
Le mie mani sono vuote. Il mio petto respira il respiro del cielo.
Le mie mani sono vuote, il sangue è rosso come questa panchina.
Voi andate, avete sangue. Andate.
Tra una pattumiera dalla quale mi aspetto che esca
il viso di uno scoiattolo
un topo
un uccello
e un distributore dal quale mi aspetto che esca
una coca-cola
mi fumo una sigaretta e la butto per terra a metà.
Il mio respiro è uno straccio, voi mi attraversate.
Il mio petto è attraversato dalla sigaretta
fumata a metà
che butto per terra.
Questo silenzio è insopportabile. Andate.
Lo stare seduto sotto lo straccio del cielo
è insopportabile. Venitemi a prendere.
Dalla pattumiera dalla quale mi aspetto che esca
il viso di uno scoiattolo sporco
non esce nessuno. Voi andate.
Continuate a vendere piante lungo una porta a vetri.
Le mie tasche sono vuote.
Pago ogni piantina con una malattia.
Venitemi a prendere.
Dal distributore dal quale mi aspetto che esca
una coca-cola
esce una coca-cola.

*

da Sono qui solo a scriverti e non so chi tu sia

*

Senza Titolo

 

Sulla spiaggia, un cormorano ed io. Osservo i suoi passi. Sono trasceso dalla
sua natura. Non c’è nulla di più profondo che il guardare un animale di
un’altra specie. Forse soltanto il guardare un animale della stessa specie e di
un altro sesso. Forse soltanto il guardare un animale della stessa specie come
se fosse di un’altra specie. Forse il guardare se stessi come un animale d’altra
specie. Guardando un animale di un’altra specie si giunge al fondo di tutto
quello che conta sapere nella vita. Al collidere ed esplodere di somiglianza e
dissimiglianza. Al collidere ed esplodere della ragione come facoltà del dissimile
e dell’immaginazione come facoltà del simile.

*

Senza Titolo

lui viene e va, viene e poi va, è come è sempre
tu morirai piangendo, per tutte le bugie
per ogni falsità e peccato che hai commesso
lui viene e va, mi svuota il frigo ed esce
io morirò da vecchia in casa e sola
col latte in mano

apri la porta ed entra: prenditi i mobili
svuota il salone e svuota la cucina
vieni con il tuo amico, amica,
quello col camioncino –
prendi le cose gratis di questa casa vuota.

su questo tavolo ha giocato il mio bambino
ha giocato tra i fiori, a nascondino

scendi a comprar la droga e poi risali
vieni qui a rantolare
– piastrelle fredde contro le caviglie
fatti una sega steso accanto al muro.

tu morirai piangendo, per tutte le bugie
per ogni falsità e menzogna non svelata
su questo tavolo giocava il mio bambino
a nascondino, dietro le rose rosse.

*

Poesia d’occasione per il Natale, in due parti

I

l’uomo dell’agenzia funebre
con le scarpe di cartone
fischia appresso senza suono
alla stessa donna
cui io guardavo poco prima il culo

è natale
i piccoli dèi romani si scelgono le femmine
da trascinare in fondo alle locande

non sanno ancora d’essere spazzati
via dalle loro case spinti
le mani nelle tasche dei cappotti

dalla voce di un figlio senza padre
che muove gli uomini in fondo alle foreste
nei luoghi più selvatici e perduti

il legno è vòlto in pietra
e sboccia come l’acqua da una fonte
un monastero in mezzo a niente

non sanno – scarpe di carta, sigarette, fumo,
con i cappotti stretti ai fianchi –
che sono stati tutti partoriti un’altra volta
da una ragazza-madre

vorrei seguire le cartacce dentro la pattumiera
prima che soffi forte lungo il marciapiede
di piazza Epiro di piazza Annibaliano
di tutto questo grande catìno
barocco medievale berlusconiano

prima che suoni il suono delle spade
in mano a uomini

che hanno venduto la bisaccia ed il mantello
che hanno riconosciuto chi non conoscevano
che hanno chinato la testa sotto l’acqua

io ancora giro per il luogo della voce
pieno di tentazioni sottratto al censimento
non puoi capire chi ti sta vicino
se tieni la testa in un secchio di sangue

monofisiti e nestoriani dei Castelli
discutono nei bar coi tavolini
di transessuali positivi e negativi
Brenda, anche tu hai una doppia natura
e muori in circostanze misteriose

Cristo, neanche io conosco mio padre

II

Cristo, neanche io conosco mio padre
mia madre è quasi vergine, innubàta
forse mio padre prima di scappare
le ha sussurrato una parola nell’orecchio
come ha fatto l’angelo a Maria
secondo il Vangelo dell’Infanzia

deve essere difficile essere figlio
di una ragazza-madre in Palestina
nell’anno zero della nostra èra
c’erano molti pregiudizi allora, come adesso
ma pure le visite degli angeli
le profezie da attuare

chi non ha figli non capisce chi ha figli
chi ha figli non capisce i figli
chi non ha un padre cerca un padre in cielo
o nei libri

nessuna profezia sulla mia testa
e pure il padre di mio padre da bambino
ha abbandonato la sua terra per sfuggire
una strage di molti innocenti
nel millenovecontodiciotto in Armenia
per mano dei turchi per mano dei curdi
per mano dei briganti circassi

chi non è stato mai perseguitato non capisce
cosa significa nascere nascosto
e chi lo è stato invece (sempre che non si spari)
non riesce a diventare un uomo intero

chi non ha figli non capisce chi ha figli
chi ha figli non capisce i figli

nulla se non un simbolo separa
il padre – le sue pulsioni di violenza e fuga
– dal figlio – nulla se non un simbolo
entrambi li protegge

allora benvenuto a chi ha spiegato
tutta la logica di queste relazioni:
se un padre non si trova, allora esiste Dio.

l’uomo che mi ha allevato non era un falegname
ma un generale d’aviazione nella seconda guerra mondiale
e quindi era fascista per definizione e poi ha sposato
una vedova ebrea e la sua bimba e le ha protette entrambe
per novantasette anni. e per di più ha protetto pure me
che non c’entravo niente.

Cristo, anche mia nonna era un’ebrea
ma lei non lo sapeva e lo ha scoperto
il giorno in cui hanno scelto di vietare
– alle feste da ballo, nei negozi, nelle università –
l’entrata ai cani e pure agli israeliti.
pensa che colpo per una diciottenne
essere messa al pari con un cane.

ahi, lei da quel trauma non si è più ripresa,
è rimasta fanciulla (e quindi mai madre) e cagna per la strada, e quindi
affamata, con l’affanno.

ecco tutto è stato mischiato
come la sposa è sorella in Egitto
tutti hanno cambiato nome
mia nonna per non farsi trovare dai fascisti
suo marito per non farsi trovare dagli inglesi
mio nonno per non farsi trovare da nessuno.

queste sono cose dure da risanare
e allora io ringrazio Cristo, che ci ha provato
dandoci il suo nome, la possibilità
di avere il nostro nome cancellato.

chi non ha ancora rinunciato al proprio nome
come potrebbe capirmi altrimenti, e io, da questo sprofondo,
come potrei farmi riconoscere da lui?

*

Nota biobibliografica di Lorenzo Carlucci

Lorenzo Carlucci (Roma 1976) è docente di Logica Matematica presso il Dipartimento di Informatica dell’Università di Roma La Sapienza. Si è diplomato in Discipline Filosofiche presso la Scuola Normale Superiore di Pisa (2000) e addottorato in  Matematica all’Università di Siena (2006) e in Computer Science alla University of Delaware (2006).
In poesia ha pubblicato la plaquette “Newark  Concrete” (In: L. Carlucci, J. Ricciardi, O. Scharpf, If music be the food of love, play on, Libri Scheiwiller, 2004), le raccolte La Comunità Assoluta (Lampi di Stampa, collana Festival, 2008) e Ciclo di Giuda e altre poesie (L’Arcolaio, 2008),  e la raccolta di testi Prose per Ba’al (in F. Buffoni  ed. XII Quaderno Italiano di Poesia Contemporanea, Marcos y Marcos, 2015). Traduzioni di suoi testi in inglese (a cura di T. Portnowitz) sono apparsi sulle riviste Poetry Nation Review (2016), Copper Nickel (2017). Ha scritto introduzioni e note di lettura ai lavori di alcuni poeti contemporanei, e.g., Valentino Ronchi,  Francesco Maria Tipaldi, Guido Mazzoni, Federico Zuliani, Francesco Tomada. Ha pubblicato alcuni saggi di estetica  (Su due funzioni conoscitive della poesia,  Atelier 2008; The naturalization of art, in Relational Syntax,  a cura di M. Mazzi, Maschietto 2012; Note su Matematica e Poesia, Rivista di Studi Italiani 2015) e alcune traduzioni in versi (da L’Africa di Petrarca, con Laura Marino, Testo a Fronte 52, 2015), e il Dossier del Fauno di Mallarmé (di prossima pubblicazione su Testo a Fronte).

*

Immagine: Joseph Kosuth, One and Three Chairs, 1965

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