saggi

La poesia è libertà

twombly

di Franco Fortini

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Questo saggio, di cui riportiamo solo alcuni paragrafi, è uscito per la prima volta su “Il Politecnico” nel novembre 1945 ed è tratto da «Il Politecnico». Antologia a cura di Marco Forti e Sergio Pautasso, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 1975, pp. 172-174.

[…]

  1. Che cos’è

Occorre dunque molta pazienza e amore per chi voglia guadagnarsi i favori consolanti della poesia. E spesso è necessario anche molto studio. Ora si sa benissimo – anche se non è sempre e del tutto vero – che la gente del popolo ha altro da pensare che legger poesie. Ma noi siamo persuasi che l’amore alla poesia sia un’arma potente nelle lotte degli uomini per conquistarsi una vita umana. Perché, se compito del rivoluzionario, cioè dell’uomo nuovo, e insomma dell’uomo che non voglia vivere né da pecora né da leone, né da padrone né da schiavo, ma da uomo, è quello di trasformare in coscienza la più gran parte possibile di esperienza, la poesia è proprio altissima coscienza, canto, rabbia e amore degli uomini su se medesimi. Il poeta, in quanto, per poterne armoniosamente parlare, ha dovuto vincere le paure della morte e del bisogno, l’ansia dei desideri insoddisfatti e il veleno degli amori traditi; in quanto è, finché viva, un uomo come tutti gli altri, con le passioni e i bisogni di tutti, ma che ogni altra cosa subordina a quello che egli vuol dire. Il poeta, insomma, è sempre un maestro di libertà. Tocca, con le sue parole, una regione di valori puri che han forza eternamente rivoluzionaria, se è vero che la verità è sempre rivoluzionaria, cioè attiva e dinamica. Di quella libertà, che è coscienza di sé, della propria condizione d’uomo (né divina né bestiale, quindi) e che è l’onore del poeta, ogni uomo può partecipare, perché è un bene e un attributo comune degli uomini, che i poeti di continuo riscoprono e offrono ai loro simili. Così che la poesia non debba essere né l’ozio di sfaccendati intellettuali né una specie di divertimento domenicale, ma debba poter accompagnare i passi e i pensieri ed esprimerli, ed altre immagini e pensieri creare nel suo cammino: perché un numero sempre più grande di esseri umani ed una qualità sempre più elevata di compagni partecipi della gioia e della vittoria sull’oscurità, sulle paure e sul tempo, che il poeta godé e vinse per tutti, in tempi lontani o vicini.

[…]

  1. Perché

Ma i poeti moderni si trovavano a partecipare di una società (quella dell’imperialismo borghese) alla quale mancava, come manca, una gerarchia di valori ed una misura comune con la quale misurare (alla quale riportare) avvenimenti, opere, giudizi, civiltà. Tutto, in questo mondo moderno, e più violentemente negli ultimi quarant’anni, è sconvolto in modo irragionevole. E quindi i poeti hanno creduto che si dovesse rifiutare tutta la logica e la coerenza ragionevole che trionfava (ma anche qui apparentemente: le crisi economiche insegnano) nella tecnica del mondo dell’industria borghese. Le contraddizioni del capitalismo li travolgevano, spesso a loro insaputa; e, come avviene nelle correnti impetuose, si creavano attorno a loro strane zone di calma apparente, dove pensieri e sentimenti s’avvolgevano su se stessi. Questo ha fatto si che la poesia sia divenuta lettura e amore di minuscole minoranze, borghesi o rivoluzionarie, e molto spesso difficile a comprendersi.

  1. Per più degni lettori

L’opera del poeta è condizionata dal pubblico dei suoi lettori. Ora, il poeta moderno e il suo pubblico appartengono ancora oggi a quella minuscola minoranza che vuol staccarsi, in un modo o in un altro, dal capitalismo che tutto riduce a compravendita, o dal suo idealismo d’anemia. Ma in realtà essi ne son condizionati, tanto più gravemente quanto poeti (e lettori) credono di poter evadere dal mondo delle idee, dei costumi e delle leggi della società dei nostri padri e nonni, affermando che la loro attività (e, nel caso nostro, la loro poesia) ha un valore assoluto, indipendente dalla struttura storica ed economica della società. Questo vuol dire soltanto che essi, credendosi liberi, obbediscono alle idee della proprietà e degli assoluti; che sono il fondamento della società borghese. Ma il poeta può veramente rendersi conto di ciò: e tentar d’uscirne. Allora egli saprà, nella coscienza della propria funzione, che le proprie parole sono rivolte a tutti coloro i quali vedono già nella struttura del mondo attuale lo schema di quello futuro; a quelli che già sono, fin da questa città, i cittadini della città futura; a un pubblico di speranza, insomma. I rapporti di parole che costituiscono la poesia di alcuni poeti moderni si dirigono appunto in questo senso.

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Immagine: C. Twombly, Three studies from the Temeraire, 1998-1999

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