Pietro Cardelli, Inediti

Ari Sigvaldason (2014)

***

Consolazione

1.

Può capitare di non pensare a niente per giorni. E il tuo soffermarsi sul cibo, la politica, la poesia; la senti la sua inutilità. Questa normalità disarmante che ti piace: non opponi resistenza. Ti ascolti, ti lasci ascoltare, e capire o non capire sono solo parvenze, attimi, abitudini.

2.

Gli oggetti si toccano e vibrano, non ci sono spazi tra corpo e corpo, anche l’anima si è fatta di plastica. La tv resta accesa per inerzia e un’opinione dopo l’altra riesco anch’io a sentirmi più vivo.
Riconoscersi nell’altro non è mai stato così facile, basta un volto e una voce.

3.

Ho perso del tempo ascoltandoti, credendo che fosse l’unica azione possibile. Non ci sono riuscito; e rendersi conto di una o l’altra cosa è uno sforzo troppo grande per essere sostenuto. “Il pessimismo della ragione, l’ottimismo della volontà” – così mi dicevano, ma per loro era facile. A noi, invece, tutto è precluso. Accampiamo scuse e mai una lotta.

4.

I corpi che si sfregano non danno che segni istintivi, mentre qua intorno i vuoti si allargano, costruendo con la pioggia di fuori pozzanghere sempre più estese, difficili da valutare. Così da qua dentro ci parliamo uno sull’altro come bestie feroci, in attesa di una felicità che sia non-sentire. La grande tragedia che non giunge e si fa attendere resta l’ultima ferita.

5.

Poi, se in molti vanno, io solo, tu solo, potrò farti la mia confessione, che non è altro che una scarna richiesta. Silenzio, ascolto, dolore, come una prescrizione, una ricetta, un imperativo interiore. Oppure un gesto, la mossa che non teme conseguenze, e in questa, nella ferita che richiama, riconoscersi. Resta davvero poco delle nostre velleità.

*

***

*

Eravamo in macchina, più o meno come sempre, forse un po’ più lontano da casa del solito, e non c’era niente di eccezionale da ricordare. Stavamo parlando, forse addirittura scherzando, niente di che, davvero, lo giuro, eppure non ho visto il semaforo rosso. Non è stata né colpa, né inesperienza; solo disattenzione. I freni hanno sibilato e le due auto si sono toccate. La nostra si è spenta immediatamente, quasi un sollievo. Lei, la signora davanti, l’ho vista bestemmiare. Ha aperto violentemente lo sportello, è scesa, e si è avvicinata al mio finestrino mulinando le braccia nel cielo. Le urla si sentivano molto bene anche da dentro – dovevo averle fatto un gran torto – e i gesti che faceva componevano grandi cerchi nell’aria, come se in tutta quella rabbia sopravvivesse un istinto di ordine e precisione. Era molto strano come tutto, ogni suono, ogni movimento, ogni spostamento, non recasse alcun effetto. Non era una lingua diversa, straniera, quella che sentivo e non era nemmeno una questione di distanza o separazione. Era come se per quei piccolissimi secondi che separavano il contatto delle due automobili dalla consapevolezza di dover dar peso a quelle azioni e a quelle conseguenze sentissi di aver compreso tutto. Rimanevo immobile, seduto, con le mani sul manubrio e la cintura allacciata e sì, avevo capito tutto.

Poi tutto è finito e mi sono ricordato di essere un uomo: ogni cosa, per gioco o per condanna, vuole la sua importanza. Sottrarsi alle cose, accettare il nonsense, morire: ci vuole troppo coraggio, troppa sicurezza. Così sono uscito dall’auto e ho compilato il CID scusandomi più volte con la signora. Mi ha domandato più volte se avessi bevuto o fumato e io mi sono sentito molto a disagio. Ricordo che Giulia disse che non capiva. Chissà se l’assicurazione avrà già ripagato il danno al paraurti…

*

***

*

Rimanenze

1.

Eppure loro insistevano. Mi ripetevano quella parola come una preghiera secolare o una poesia da imparare a memoria. E non gli bastava l’ambizione dei loro intenti o la sicurezza di sé: volevano vedere quella convinzione negli occhi di tutti. Anche in chi, come me, sceglieva lo scherno, e li guardava con disprezzo.

Io, da parte mia, li vedevo come tanti me senza consapevolezza, ma in realtà non ero troppo diverso da loro. Mi mancava quel tanto di ignoranza o di coraggio e poi sarei stato perfetto. Avrei compreso finalmente la facilità dell’abbandono e riconoscersi nell’altro, per la prima volta, sarebbe tornato ad essere un piacere e non una vergogna.

2.

Non saprei dire se era più lo schifo o la compassione che me lo impedivano. Desideravo quel qualcosa che mi proponevano come una forma di rigetto al me che mi ero costruito. Rifiutare nome e cognome sarebbe stato un passo importante. Non era un’identità quella che cercavo, era l’esatto contrario.

Confondersi tra la gente, dimenticare inclinazioni, gesti, abitudini, smetterla di giudicare, smetterla di dare consigli. Un modo diverso di accordarsi col mondo, con il peso del quotidiano e l’assenza dell’eterno. La soluzione era dare nuove proporzioni alle cose e valutarne l’importanza secondo un diverso punto di vista.

3.

Quello a cui mi ero affezionato era un’immagine di me sovrapposta agli altri. La consapevolezza non era abbastanza per la rinuncia. Un continuo scontro che non poteva avere vittoria né sconfitta. Ciò che mancava era l’accettazione da un lato e l’azione dall’altro, il silenzio e la lotta.

E pateticamente, ogni giorno, ritornare sui propri passi e aspettare la forza dei giorni, fino a ricominciare tutto da capo. Di vivo, di certo, rimaneva solo il rimorso, e una strana sensazione di imbarazzo. Il modello a cui aspiravo portava con sé tutto il suo masochismo. Un male necessario.

4.

Parlare da qui, da questo momento di appannamento, da un corpo che non saprei più definire come mio, dà un sollievo rincuorante, come se la coscienza di sé sorgesse solo nei momenti di elusione.

Cercavamo una forma, la giusta posizione da assumere e mantenere, e l’abbiamo trovata nell’immobilità, nel mutismo. E poi ci hanno detto che era tutto sbagliato e che solo nel gesto si trova la vita. L’inganno di ieri è cortese, forse crudele. Oggi tutto è più chiaro. Il futuro è inagibile.

*

***

*

Mondi possibili

Le montagne di oggi, grigie e senza neve,
sono l’unico mondo possibile.
Il vento le ha erose rapidamente
anno più anno meno. Rimangono rami
di abeti alla deriva, inclinati verso il precipizio
e una ragnatela di cavi.

Gli sciatori lasciano solchi sulle piste,
ognuno cancellando quelle di chi lo ha preceduto
e parlano lingue slave, con cattiveria;
l’appartamento ha cambiato l’insegna,
la seggiovia ripete il suo cammino.
Tutto questo – e anche ciò che resta
degli inverni passati, della familiarità
di questi luoghi – sento che mi appartiene,
come una colpa o un destino.

Di quello che ieri vedevo ed era permesso
resta poco o nulla. Resta la neve, appena, sui rami,
e i cavi, tralicci che scavano gli abeti.
Quando iniziò la bufera la guardammo tutti
con superiorità e distacco, come fosse un gioco per bambini
o una gioia improvvisa.

Il piacere – dici adesso – non c’è male più grande.

*

***

*

Notizia e fotografia

Ieri sul sito di Repubblica ho letto una triste notizia: un razzo a lunga gittata israeliano ha distrutto una scuola palestinese, a Gaza. Sono morte due insegnanti e dodici bambini. Erano piccoli, da quanto ho capito, e sul tetto dell’edificio, ormai distrutto, si poteva ancora distinguere la bandiera delle Nazioni Unite, segno che in quel punto non si doveva sparare. Mi ha fatto tenerezza, quella bandiera. Era come se cercasse di creare uno spazio di pace in territorio di guerra, una non-storia nella Storia. E’ finita bruciata, schiacciata dal fuoco e dal peso delle macerie. Le madri urlavano sui corpi dei figli e accanto, proprio accanto, una pubblicità dell’aspirina aveva fatto diventare gran parte dello sfondo della pagina di un verde uniforme, impassibile. Era difficile allora concentrarsi su quei morti, sul loro dolore. Il verde ricopriva sempre più spazio, e velocemente aveva occupato tutto lo schermo. Non si vedeva più niente di Gaza. Solo il verde era rimasto. Io, adesso, avrei dovuto cliccare in alto a destra sulla piccola ics bianca e tornare a pensare ai bambini, poco più piccoli di me, morti in Palestina. Non l’ho fatto. Qualcuno ha suonato alla porta: era Kingsley, il mio amico nigeriano. Abbiamo parlato pochi minuti: la scuola, il lavoro, la sua sempre rimandata partenza per il Canada. Quando sono tornato al computer mi sono messo a studiare Montale e ho dimenticato gli studenti di Gaza. L’aspirina però, oggi, me li ha fatti tornare alla mente.

*

Immagine: Ari Sigvaldason (2014)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...