inediti

Henri Michaux, Le mie proprietà

Marie Toyen, Objekt-fantom (1937)

Da Henri Michaux, La nuit remue, Gallimard, Paris, 1967 (1935). Traduzione di Carola Borys.

*

Le mie proprietà

Nelle mie proprietà tutto è piatto, non si muove nulla; e se c’è una forma qua e là, da dove viene allora la luce? Nessuna ombra.
A volte quando ho tempo, osservo, trattenendo il respiro; sull’attenti; e se vedo emergere qualcosa, schizzo come un proiettile e mi fiondo sul posto, ma la testa, perché di solito è una testa, rientra nella palude; vi attingo con energia, è fango, un fango assolutamente ordinario o della sabbia, della sabbia…
Non si apre nemmeno su un bel cielo. Nonostante non ci sia niente sopra, o almeno così sembra, bisogna andare curvi come in uno stretto tunnel.
Queste proprietà sono le mie sole proprietà, e le abito da quando ero bambino, e posso dire che pochi ne possiedono di più povere.
Tante volte avrei voluto disporvi dei bei viali, ci avrei fatto un gran parco…
Non è che i parchi non mi piacciano, ma… fa lo stesso.Altre volte (è una mia mania, instancabile e che rispunta fuori dopo ogni fallimento) vedo nel mondo esterno o in un libro illustrato, un animale che mi piace, un‘egretta bianca per esempio, e mi dico: Questo, questo sì che ci starebbe bene nelle mie proprietà e poi potrebbe moltiplicarsi, e prendo un sacco di appunti e mi informo di tutto ciò che riguarda la vita dell’animale. La mia documentazione diventa sempre più vasta. Ma quando provo a trasportarlo nella mia proprietà, gli manca sempre qualche organo essenziale. Mi agito. Già prevedo che non funzionerà neanche stavolta; e quanto al moltiplicarsi, nelle mie proprietà non ci si moltiplica, lo so fin troppo bene. Mi occupo del mangime del nuovo arrivato, della sua aria, gli pianto degli alberi, semino per far del verde, ma le mie odiose proprietà sono fatte in modo che se solo mi volto, o qualcuno mi chiama un attimo fuori, quando ritorno non c’è più nulla, o soltanto un qualche mucchietto di cenere che, a rigore, rivelerebbe un ultimo filo di schiuma bruciacchiata… a rigore.
E se mi ostino, non è per stupidità.
È perché sono condannato a vivere nelle mie proprietà che bisogna bene che ne faccia qualcosa.
Ho quasi trent’anni, e non ho ancora nulla; è ovvio che mi innervosisco.
Riesco tranquillamente a formare un oggetto, o un essere, o un frammento. Per esempio un ramo o un dente, o mille rami e mille denti. Ma dove metterli? C’è gente che senza sforzo arriva a fare dei massicci, delle folle, degli insiemi.
Io, no. Mille denti sì, centomila denti sì, e certi giorni nella mia proprietà ci sono centomila matite, ma che fare in un campo con centomila matite? Non è appropriato, o allora mettiamo centomila disegnatori.
Bene, ma mentre lavoro per dar forma a un disegnatore (e quando ne ho uno, ne ho centomila), ecco che le mie centomila matite sono scomparse.
E se, per il dente, preparo una mascella, un apparato digerente ed escretore, non appena l’involucro è a posto, quando sono lì lì per mettere il pancreas e il fegato, ecco i denti a pezzi, e poco dopo anche la mascella, e poi il fegato, e quando arrivo all’ano, non resta che l’ano, e mi disgusta, perché se devo ritornare sul colon, l’intestino tenue e di nuovo la cistifellea, e tutto, tutto da capo, allora no. No.
Si eclissa subito da ogni parte, non può aspettare un attimo.
È per questo che le mie proprietà sono sempre assolutamente prive di ogni cosa, ad eccezione di un essere, o di una serie di esseri, che non fanno che rafforzare la povertà generale, e costituire un richiamo mostruoso e insopportabile alla desolazione generale.
Allora elimino tutto, e non c’è altro che la palude, nient’altro, paludi che sono la mia proprietà e che vogliono farmi disperare.
E se mi impunto, non so davvero il perché.
Ma alle volte si anima, vi brulica la vita. È visibile, è chiaro. Ho sempre saputo che c’era qualcosa là dentro, mi sento pieno di entusiasmo. Ma ecco che viene dall’esterno una donna; e crivellandomi di innumerevoli piaceri, ma così ravvicinati che non è che un istante, e portandomi via in quello stesso istante, per tante, tante volte nel giro del mondo… (Io, da parte mia, non ho osato invitarla a vedere le mie proprietà nello stato di povertà in cui sono, di quasi-inesistenza). Bene! d’altra parte, prontamente sfiancato quindi da tanti viaggi in cui non capisco niente, e che non sono stati che un profumo, mi metto in salvo da lei, maledicendo le donne ancora una volta, e completamente perso sul pianeta, piango per le mie proprietà che non sono niente, ma che rappresentano almeno un territorio familiare, e non mi danno quest’impressione di assurdità che trovo ovunque.
Passo settimane alla ricerca del mio terreno, umiliato, solo; mi si può ingiuriare come si vuole in quei momenti là.
Mi tengo in piedi grazie alla convinzione che non è possibile che io non trovi il mio terreno e, infatti, un giorno, un po’ prima, un po’ dopo, eccolo là!
Che gioia ritrovarsi sul proprio terreno! Ha un qualcosa che non ha davvero nessun altro. C’è sicuramente qualche cambiamento, mi sembra sia un po’ più inclinato, o più umido, ma questo granello di terra, è lo stesso granello.
Può essere che non ci siano mai dei raccolti abbondanti. Ma, questo granello, che volete, mi parla. Se però, mi avvicino, si confonde nella massa – massa di piccole aureole.
Non importa, è chiaramente il mio terreno. Non riesco a spiegarlo, ma confonderlo con un altro, sarebbe come se io stesso mi confondessi con un altro, non è possibile.
Ci siamo il mio terreno ed io; tutto il resto è estraneo.
Ci sono persone che hanno delle proprietà magnifiche, e io le invidio. Vedono altrove qualcosa che a loro piace. Bene, dicono, questo sarà per la mia proprietà. Detto fatto, ecco la cosa nella loro proprietà. Come si effettua il passaggio. Non so. Fin dalla loro prima giovinezza, allenati ad accumulare, ad acquisire, non possono vedere un oggetto senza piantarlo immediatamente da loro, e questo avviene in modo automatico.
Non possiamo nemmeno definirla cupidigia, lo definiremo riflesso.
E molti per giunta lo sospettano appena. Hanno delle proprietà magnifiche a cui provvedono tramite l’esercizio costante della loro intelligenza e delle loro capacità straordinarie, e non lo sospettano neppure. Ma se avete bisogno di una pianta, per quanto poco sia comune, o di un vecchio cocchio come quello di Giovanni V del Portogallo, quelli si assentano un istante e vi portano subito quello che avete chiesto.
Chi è bravo in psicologia, voglio dire, non quella libresca, avrà forse notato che ho mentito. Ho detto che le mie proprietà erano dei terreni. Ora, non è stato proprio sempre così. Al contrario, è una cosa recentissima, nonostante mi sembri talmente antica, carica addirittura di più vite.
Cerco di ricordarmi esattamente cosa fossero un tempo.
Erano vorticose; simili a delle ampie sacche, a delle borse leggermente luminose, dalla sostanza impalpabile benché molto densa.
A volte ho appuntamento con una ex. Il tono della conversazione diventa presto penoso. Allora parto bruscamente per la mia proprietà. Ha la forma di un vincastro. È grande e luminosa. C’è il giorno in questa luminosità e un acciaio folle che tremola come un’acqua. E allora sto bene; tutto questo dura qualche momento, poi ritorno per educazione dalla giovane donna, e sorrido. Ma questo sorriso ha un tale pregio… (probabilmente perché la scomunica), lei se ne va sbattendo la porta.
Ecco come vanno le cose tra la mia ragazza e me. È regolare.
Faremmo meglio a separarci davvero. Se avessi delle proprietà grandi e ricche, ovviamente la lascerei. Ma per come stanno al momento le cose, meglio che attenda ancora un po’.
Torniamo al terreno. Parlavo di disperazione. No, al contrario, autorizza ogni speranza, un terreno. Su un terreno si può costruire, e io costruirò. Adesso ne sono certo. Sono salvo. Ho una base.
Prima, essendo tutto nello spazio, senza soffitto, né suolo, naturalmente, se ci mettevo un essere, non lo rivedevo mai più. Scompariva. Scompariva per caduta, ecco cosa non avevo capito, e io che pensavo di averlo costruito male! Ritornavo qualche ora dopo avercelo messo, e mi stupivo ogni volta della sua sparizione. Adesso, non succederà più. Il mio terreno, è vero, è ancora paludoso. Ma lo bonificherò poco a poco e quando sarà ben sodo, vi stabilirò una famiglia di lavoratori.
Sarà bello camminare sul mio terreno. Vedrete tutto quello che ci farò. La mia famiglia è immensa. Ne vedrete di tutti i tipi là dentro, non ne ho ancora fatto mostra. Ma la vedrete. E le sue evoluzioni sconvolgeranno il mondo. Perché si evolverà con quell’avidità e quella furia improvvisa di chi ha vissuto troppo tempo a suo piacimento di una vita puramente spaziale e poi si sveglia, trascinato dalla gioia, per mettersi le scarpe.
E poi, nello spazio, ogni essere diventava troppo vulnerabile. Non faceva una gran figura, non faceva ambiente. E tutti i passanti ci picchiavano su come su un bersaglio.
Mentre un terreno, ripeto
Ah! Mi rivoluzionerà la vita.
Mia madre mi ha sempre predetto la più grande povertà e nullità. Bene. Fino al terreno ha ragione; dopo il terreno si vedrà.
Sono stato la vergogna dei miei genitori, ma si vedrà, e poi sarò felice. Ci sarà sempre una gran compagnia. Sapete, sono stato molto solo, a volte.

*

***

*

Mes propriétés

Dans mes propriétés tout est plat, rien ne bouge; et s’il y a une forme ici ou là, d’où vient donc la lumière? Nulle ombre.
Parfois quand j’ai le temps, j’observe, retenant ma respiration; à l’affût; et si je vois quelque chose émerger, je pars comme une balle et saute sur les lieux, mais la tête, car c’est le plus souvent une tête, rentre dans le marais; je puise vivement, c’est de la boue, de la boue tout à fait ordinaire ou du sable, du sable…
Ça ne s’ouvre pas non plus sur un beau ciel. Quoiqu’il n’y ait rien au-dessus, semble-t-il, il faut y marcher courbé comme dans un tunnel bas.
Ces propriétés sont mes seules propriétés, et j’y habite depuis mon enfance, et je puis dire que bien peu en possèdent de plus pauvres.
Souvent je voulus y disposer de belles avenues, je ferais un grand parc…
Ce n’est pas que j’aime pas les parcs, mais… tout de même.
D’autres fois (c’est une manie chez moi, inlassable et qui repousse après tous les échecs) je vois dans la vie extérieure ou dans un livre illustré, un animal qui me plaît, une aigrette blanche par exemple, et je me dis: Ça, ça ferait bien dans mes propriétés et puis ça pourrait se multiplier, et je prends force notes et je m’informe de tout ce qui constitue la vie de l’animal. Ma documentation devient de plus en plus vaste. Mais quand j’essaie de le transporter dans ma propriété, il lui manque toujours quelques organes essentiels. Je me débats. Je pressens déjà que ça n’aboutira pas cette fois non plus; et quant à se multiplier, sur mes propriétés on ne se multiplie pas, je ne le sais que trop. Je m’occupe de la nourriture du nouvel arrivé, de son air, je lui plante des arbres, je sème de la verdure, mais telles sont mes détestables propriétés que si je tourne les yeux, ou qu’on m’appelle dehors un instant, quand je reviens, il n’y a plus rien, ou seulement une certaine couche de cendre qui, à la rigueur, révélerait un dernier brin de mousse roussi… à la rigueur.
Et si je m’obstine, ce n’est pas bêtise.
C’est parce que je suis condamné à vivre dans mes propriétés et qu’il faut bien que j’en fasse quelque chose.
Je vais bientôt avoir trente ans, et je n’ai encore rien ; naturellement je m’énerve.
J’arrive bien à former un objet, ou un être, ou un fragment. Par exemple une branche ou une dent, ou mille branches et mille dents. Mais où les mettre ? Il y a des gens qui sans effort réussissent des massifs, des foules, des ensembles.
Moi, non. Mille dents oui, cent mille dents oui, et certains jours dans ma propriété j’ai là cent mille crayons, mais que faire dans un champ avec cent mille crayons ? Ce n’est pas approprié, ou alors mettons cent mille dessinateurs.
Bien, mais tandis que je travaille à former un dessinateur (et quand j’en ai un, j’en ai cent mille), voilà mes cent mille crayons qui ont disparu.
Et si pour la dent, je prépare une mâchoire, un appareil de digestion et d’excrétion, sitôt l’enveloppe en état, quand j’en suis à mettre le pancréas et le foie voilà les dents parties, et bientôt la mâchoire aussi, et puis le foie, et quand je suis à l’anus, il n’y a plus que l’anus ça me dégoûte, car s’il faut revenir par le côlon, l’intestin grêle et de nouveau la vésicule biliaire, et de nouveau et de nouveau tout, alors non. Non.
Devant et derrière ça s’éclipse aussitôt, ça ne peut pas attendre un instant.
C’est pour ça que mes propriétés sont toujours absolument dénuées de tout, à l’exception d’un être, ou d’une série d’êtres, ce qui ne fait d’ailleurs que renforcer la pauvreté générale, et mettre une réclame monstrueuse et insupportable à la désolation générale.
Alors je supprime tout, et il n’y a plus que les marais, sans rien d’autre, des marais qui sont ma propriété et qui veulent me désespérer.
Et si je m’entête, je ne sais vraiment pourquoi.
Mais parfois ça s’anime, de la vie grouille. C’est visible, c’est certain. J’avais toujours pressenti qu’il y avait quelque chose en lui, je me sens plein d’entrain. Mais voici que vient une femme du dehors ; et me criblant de plaisirs innombrables, mais si rapprochés que ce n’est qu’un instant, et m’emportant en ce même instant, dans beaucoup, beaucoup de fois le tour du monde… (Moi, de mon côté, je n’ai pas osé la prier de visiter mes propriétés dans l’état de pauvreté où elles sont, de quasi-inexistence.) Bien ! d’autre part, promptement harassé donc de tant de voyages où je ne comprends rien, et qui ne furent qu’un parfum je me sauve d’elle, maudissant les femmes une fois de plus, et complètement perdu sur la planète, je pleure après mes propriétés qui ne sont rien, mais qui représentent quand même du terrain familier, et ne me donnent pas cette impression d’absurde que je trouve partout.
Je passe des semaines à la recherche de mon terrain, humilié, seul ; on peut m’injurier comme on veut dans ces moments-là.
Je me soutiens grâce à cette conviction qu’il n’est pas possible que je ne trouve pas mon terrain et, en effet, un jour, un peu plus tôt, un peu plus tard, le voilà !
Quel bonheur de se retrouver sur son terrain ! Ça vous a un air que n’a vraiment aucun autre. Il y a bien quelques changements, il me semble qu’il est un peu plus incliné, ou plus humide, mais le grain de la terre, c’est le même grain.
Il se peut qu’il n’y ait jamais d’abondantes récoltes. Mais, ce grain, que voulez-vous, il me parle. Si pourtant, l’approche, il se confond dans la masse – masse de petits halos.
N’importe, c’est nettement mon terrain. Je ne peux pas expliquer ça, mais le confondre avec un autre, ce serait comme si je me confondais avec un autre, ce n’est pas possible.
Il y a mon terrain et moi ; puis il y a l’étranger.
Il y a des gens qui ont des propriétés magnifiques, et je les envie. Ils voient quelque chose ailleurs qui leur plaît. Bien, disent-ils, ce sera pour ma propriété. Sitôt dit, sitôt fait, voilà la chose dans leur propriété. Comment s’effectue le passage ? Je ne sais. Depuis leur tout jeune âge, exercés à amasser, à acquérir, ils ne peuvent voir un objet sans le planter immédiatement chez eux, et cela se fait machinalement.
On ne peut même pas dire cupidité, on dira réflexe.
Plusieurs même s’en doutent à peine. Ils ont des propriétés magnifiques qu’ils entretiennent par l’exercice constant de leur intelligence et de leurs capacités extraordinaires, et ils ne s’en doutent pas. Mais si vous avez besoin d’une plante, si peu commune soit-elle, ou d’un vieux carrosse comme en usait Joan V de Portugal, ils s’absentent un instant et vous rapportent aussitôt ce que vous avez demandé.
Ceux qui sont habiles en psychologie, j’entends, pas la livresque, auront peut-être remarqué que j’ai menti. J’ai dit que mes propriétés étaient du terrain, or cela n’a pas toujours été. Cela est au contraire fort récent, quoique cela me paraisse tellement ancien, et gros de plusieurs vies même.
J’essaie de me rappeler exactement ce qu’elles étaient autrefois.
Elles étaient tourbillonnaires ; semblables à de vastes poches, à des bourses légèrement lumineuses, et la substance en était impalpable quoique fort dense.
J’ai parfois rendez-vous avec une ancienne amie. Le ton de l’entretien devient vite pénible. Alors je pars brusquement pour ma propriété. Elle a la forme d’une crosse. Elle est grande et lumineuse. Il y a du jour dans ce lumineux et un acier fou qui tremble comme une eau. Et là je suis bien ; cela dure quelques moments, puis je reviens par politesse près de la jeune femme, et je souris. Mais ce sourire a une vertu telle… (sans doute parce qu’il l’excommunie), elle s’en va en claquant la porte.
Voilà comment les choses se passent entre mon amie et moi. C’est régulier.
On ferait mieux de se séparer pour tout de bon. Si j’avais de grandes et riches propriétés, évidemment je la quitterais. Mais dans l’état actuel des choses, il vaut mieux que j’attende encore un peu.
Revenons au terrain. Je parlais de désespoir. Non, ça autorise au contraire tous les espoirs, un terrain. Sur un terrain on peut bâtir, et je bâtirai. Maintenant j’en suis sûr. Je suis sauvé. J’ai une base.
Auparavant, tout étant dans l’espace, sans plafond, ni sol, naturellement, si j’y mettais un être, je ne le revoyais plus jamais. Il disparaissait. Il disparaissait par chute, voilà ce que je n’avais pas compris, et moi qui m’imaginais l’avoir mal construit ! Je revenais quelques heures après l’y avoir mis, et m’étonnais chaque fois de sa disparition. Maintenant, ça ne m’arrivera plus. Mon terrain, il est vrai, est encore marécageux. Mais je l’assécherai petit à petit et quand il sera bien dur, j’y établirai une famille de travailleurs.
Il fera bon marcher sur mon terrain. On verra tout ce que j’y ferai. Ma famille est immense. Vous en verrez de tous les types là-dedans, je ne l’ai pas encore montrée. Mais vous la verrez. Et ses évolution étonneront le monde. Car elle évoluera avec cette avidité et cet emportement des gens qui ont vécu trop longtemps à leur gré d’une vie purement spatiale et qui se réveillent, transportés de joie, pour mettre des souliers.
Et puis dans l’espace, tout être devenait trop vulnérable. Ça faisait tache, ça ne meublait pas. Et tous les passants tapaient dessus comme sur un cible.
Tandis que du terrain, encore un fois…
Ah ! ça va révolutionner mai vie.
Mère m’a toujours prédit la plus grande pauvreté et nullité. Bien. Jusqu’au terrain elle a raison ; après le terrain on verra.
J’ai été la honte de mes parents, mais on verra, et puis je vais être heureux. Il y aura toujours nombreuse compagnie. Vous savez, j’étais bien seul, parfois.

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Immagine: Marie Toyen, Objekt-fantom (1937)

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