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Francis Ponge, La vespa (prima parte)

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[Concluse le pubblicazioni dell’ultimo ciclo e in attesa di partire con il nuovo a gennaio, durante le feste natalizie riproporremo alcuni post usciti nel trimestre gennaio-marzo 2014]

Pubblichiamo la prima parte di un poemetto di Francis Ponge da “La rage de l’expression”, 1952, nella traduzione inedita di Francesca Ippoliti.

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à Jean-Paul Sartre
et Simone de Beauvoir

La vespa 

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Imenottero dal volo felino, agile – d’aspetto tigrato, del resto –, il cui corpo è molto più pesante di quello della zanzara e le ali relativamente più piccole ma vibranti e forse più potenti, la vespa vibra ogni secondo le vibrazioni necessarie alla mosca in posizione ultracritica (ad esempio per liberarsi dal miele o dalla carta moschicida).
Sembra vivere in uno stato di crisi permanente che la fa pericolosa. Una sorta di frenesia o di forsennatezza – che la fa brillante, ronzante, musicale come una corda strenuamente tesa, strenuamente vibrante e per questo bruciante o pungente, ciò che fa il suo contatto pericoloso.
Succhia con fervore e colpi di reni. Nella prugna viola o gialla, è uno spettacolo grandioso: un apparecchietto estirpatore altamente perfezionato, proprio ben rifinito. Inoltre non si tratta dell’origine del raggio d’oro che matura il frutto, ma dell’origine del raggio (d’oro e d’ombra) che si prende il risultato della maturazione.
Mielata, aprica; trasportatrice di miele, di zucchero, di sciroppo; ipocrita e idromelica. La vespa  sul bordo del piatto o della tazza lavata male (o del barattolo di marmellata): un’attrazione irresistibile. Che tenacia nel desiderio! Sono proprio fatte l’una per l’altra! Un vero magnetismo per lo zucchero.

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Analogia della vespa e del tram elettrico. Qualcosa di muto nel riposo e di canoro nell’azione. Qualcosa anche del treno ridotto, con prima e seconda, o piuttosto motrice e carrozza. E un filobus sfrigolante. Sfrigolante come una frittura, o una chimica (effervescente).
E se ti tocca, ti punge. Altro che uno choc meccanico: un contatto elettrico, una vibrazione velenosa. Ma il suo corpo è più molle – cioè insomma articolato più finemente – il suo volo più capriccioso, imprevisto, pericoloso del cammino rettilineo dei tram imposto dai binari.

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Un sifonetto ambulante, un alambicchetto con ruote e ali come quello che si sposta di fattoria in fattoria nelle campagne in certe stagioni, un cucinino volante, una macchinetta per il risanamento pubblico: insomma la vespa assomiglia a quei veicoli che si nutrono da sé e fabbricano qualcosa per strada, apportando un elemento sicuro di meraviglioso, perché la loro ragione d’essere non è soltanto spostarsi, o trasportare, ma hanno pure un’attività intima, generalmente abbastanza misteriosa. Abbastanza  sapiente. È quello che chiamano avere una vita interiore.
…Un calderone volante per marmellate, ermeticamente chiuso ma molle, con il rimorchio pesante e basculante in volo.

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Di certo era necessario, per classificare le specie, prenderle da qualche punto, parte o membro,  legato loro in modo sufficientemente saldo da non separarsene se afferrato o che, una volta separato, bastasse a distinguerle. Così per gli insetti è stata scelta l’ala. Può darsi sia giusto: non ne so niente, non ci giurerei.
Imenottero, a ogni modo, a proposito delle vespe, non è così male. Non che l’ala delle vespe somigli molto all’imene delle giovani donne. Evidentemente per altri motivi: ecco una parola astratta che ha i suoi elementi di concretezza in una lingua morta. Ebbene, nella misura in cui l’astratto è un concreto naturalizzato, diafanizzato – allo stesso tempo sdolcinato e teso, pretenzioso, dottorale –  ecco che si adatta bene all’ala della vespa…
Ma su questo fermiamoci qui.

*

Cosa mi dicono? Che lascia il suo dardo nella vittima e che lei stessa ne muore? Sarebbe un’ottima immagine per la guerra che non paga.
Deve dunque piuttosto evitare ogni contatto. Tuttavia, non appena il contatto si verifica, la giustizia immanente viene soddisfatta: dalla punizione di entrambe le parti. Ma la punizione sembra più severa per la vespa, che muore a colpo sicuro. Perché? Perché ha avuto il torto di considerare il contatto come ostile e si è subito messa in collera difensiva, per questo ha colpito. Dimostrando una suscettibilità esagerata (conseguente a paura, a sensibilità eccessiva forse… ma per le circostanze attenuanti, ahimè! – è già troppo tardi). È dunque evidente, ripetiamolo, che la vespa non ha nessun interesse a incontrare un avversario e che deve piuttosto evitare ogni contatto, con deviazioni e necessari zigzag.
«Io mi conosco» si dice la vespa «se mi lascio andare, la minima discussione si farà tragica: non mi conoscerò più. Mi prenderà la frenesia: voi mi disgustate troppo, siete troppo diversi.
Io non conosco che argomentazioni estreme, ingiurie, colpi – colpi di spada fatali.
Preferisco non discutere.
Non ci capiamo per niente.
Se mai accettassi il minimo contatto con il mondo, se fossi un giorno costretta alla sincerità, se mi fosse necessario dire quello che penso!… Perderei la vita insieme alla risposta – il mio dardo.
Lasciatemi dunque tranquilla, ve ne supplico: non discutiamo. Che mi si lasci al mio trantran, e voi al vostro. Alla mia attività sonnambolica, alla mia vita interiore. Ritardiamo fin quando è possibile ogni spiegazione…»
A questo punto riceve un colpetto – e subito cade a terra: non resta che schiacciarla.

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Suscettibile forse anche a causa del carattere tanto prezioso, troppo prezioso, del carico che trasporta: che merita la sua frenesia.
…Della coscienza del suo valore.

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Ma questo stupore che può vincerla (un colpo di mano e lei cade a terra) può anche se non salvarla almeno prolungare curiosamente la sua vita.
La vespa è talmente stupida – lo dico in senso buono – che se la tagliano in due continua a vivere, ci mette due giorni a capire che è morta. Continua ad agitarsi. Si agita anche più di prima.
Ecco l’apice dello stupore preventivo. Un apice anche nella sfida.

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Sciame: da exagmen, da ex-agire: spingere fuori.

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Frenetica forse a causa dell’esiguità del suo diaframma.
(Si sa che presso i Greci il pensiero risiedeva nel diaframma… e che la stessa parola designava le due cose: φρήν, per l’appunto.)

*

Perché, di tutti gli insetti, il più attivo è quello con i colori del sole? E perché gli animali tigrati sono quelli più cattivi?

*
*
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La guêpe

*

Hyménoptère au vol félin, souple, – d’ailleurs d’apparence tigrée –, dont le corps est beaucoup plus lourd que celui du moustique et les ailes pourtant relativement plus petites mais vibrantes et sans doute très démultipliées, la guêpe vibre à chaque instant des vibrations nécessaries à la mouche dans une position ultracritique (pour se défaire du miel ou du papier tue-mouches, par exemple).
Elle semble vivre dans un état de crise continue qui la rend dangereuse. Une sorte de frénésie ou de forcènerie – qui la rend aussi brillante, bourdonante, musicale qu’une corde fort tendue, fort vibrante et dès lors brûlante ou piquante, ce qui rend son contact dangereux.
Elle pompe avec ferveur et coups de reins. Dans la prune violette ou kaki, c’est riche à voir: vraiment un petit appareil extirpeur particulièrement perfectionné, au point. Aussi n’est-ce pas le point formateur du rayon d’or qui mûrit, mais le point formateur du rayon (d’or et d’ombre) qui emporte le résultat du mûrissement.
Miellée, soleilleuse; transporteuse de miel, de sucre, de sirop; hypocrite et hydromélique. La guêpe sur le bord de l’assiette ou de la tasse mal rincée (ou du pot de confiture): une attirance irrésistible. Quelle ténacité dans le désir! Comme elles sont faites l’une pour l’autre! Une veritable aimantation au sucre.

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Analogie de la guêpe et du tramway électrique. Quelque chose de muet au repos et de chanteur en action. Quelque chose aussi d’un train court, avec premières et secondes, ou plutôt motrice et baladeuse. Et trolley grésilleur. Grésillante comme une friture, une chimie (effervescente).
Et si ça touche, ça pique. Autre chose qu’un choc mécanique: un contact électrique, une vibration venimeuse.
Mais son corps est plus mou – c’est-à-dire en somme plus finement articulé – son vol plus capricieux, imprévu, dangereux que la marche rectiligne des tramways déterminée par les rails.

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Un petit siphon ambulant, un petit alambic à roues et à ailes comme celui qui se déplace de ferme en ferme dans les campagnes en certaines saisons, une petite cuisine volante, une petite voiture de l’assainissement public: la guêpe ressemble en somme à ces véhicules qui se nourrissent eux-mêmes et fabriquent en route quelque chose, si bien que leur apparition comporte un élément certain de merveilleux, parce que leur raison d’être n’est pas seulement de se déplacer, ou de transporter, mais qu’ils ont une activité intime, généralement assez mystérieuse. Assez savante. Ce qu’on appelle avoir une vie intérieure.
…Un chaudron à confitures volant, hermétiquement clos mais mou, le train arrière lourd basculant en vol.

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Il fallait bien, pour classer les espèces, les prendre par quelque endroit, partie ou membre, et encore un endroit assez solidement attaché à elles pour qu’il ne s’en sépare pas lorsqu’on le saisit, ou que, s’en séparant, il permette du moins à lui seul de les reconnaître.
Ainsi a-t-on choisi l’aile, des insectes. Peut-être avec raison: je n’en sais rien, n’en jurerais nullement.
Hyménoptère, quoi qu’il en soit, à propos des guêpes, n’est pas tellement mauvais. Non qu’à l’hymen des jeunes filles ressemble à vrai dire beaucoup l’aile des guêpes. Apparemment pour d’autres raisons: voilà un mot abstrait, qui tient ses concrets d’une langue morte.  Eh bien, dans la mesure où l’abstrait est du concret naturalisé, diaphanéisé – à la fois mièvre et tendu, prétentieux, doctoral – voilà qui convient assez à l’aile des guêpes…
Mais je ne m’avancerai pas beaucoup plus loin en ce sens.

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Qu’est-ce qu’on me dit? Qu’elle laisse son dard dans sa victime et qu’elle en muert? Ce serait assez bonne image pour la guerre qui ne paye pas.
Il lui faut donc plutôt éviter tout contact. Pourtant, lorsque le contact a lieu, la justice immanente est alors satisfaite : par la punition des deux parties. Mais la punition paraît plus severe pour la guêpe, qui meurt à coup sûr. Pourquoi? Parce qu’elle a eu le tort de considérer le contact comme hostile, et s’est aussitôt mise en colère défensive, qu’elle a frappé. Faisant prevue d’une susceptibilité exagérée (par suite de peur, de sensibilité excessive sans doute… mais pour les circonstances atténuantes, hélas! – il est déjà trop tard). Il est donc evident, répétons-le, que la guêpe n’a aucun intérêt à rencontrer un adversaire, qu’elle doit plutôt éviter tout contact, faire détours et zigzags nécessaries pour cela.
«Je me connais, se dit-elle: si je me laisse aller, la moindre dispute tournera au tragique: je ne me connaîtrai plus. J’entrerai en frénésie: vous me dégoûtez trop, m’êtes trop étrangers.
«Je ne connais que les arguments extrêmes, les injures, les coups – le coup d’épée fatal.
«J’aime mieux ne pas discuter.
«Nous sommes trop loin de compte.
«Si jamais j’acceptais le moindre contact avec le monde, si j’étais un jour astreinte à la sincérité, s’il me fallait dire ce que je pense!… J’y laisserais ma vie en même temps que ma réponse – mon dard.
«Qu’on me laisse donc tranquille; je vous en supplie: ne discutons pas. Laissez-moi à mon train-train, vous au vôtre. A mon activité somnambulique, à me vie intérieure. Retardons autant que possible toute explication…»
Là-dessus, elle reçoit une petite tape – et tombe aussitôt: il n’y a plus qu’à l’ècraser.

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Susceptible aussi peut-être à cause du caractère si précieux, trop précieux de la cargaison qu’elle emporte; qui mérite sa frénésie.
…De la conscience de sa valeur.

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Mais cette stupeur qui peut la perdre (un coup de main, et elle tombe à terre) peut aussi sinon la sauver, du moins prolonger curieusement sa vie.
La guêpe est tellement stupide – je le dis en bonne part – que si on la coupe en deux, elle continue à vivre, elle met deux jours à comprendre qu’elle est morte. Elle continue à s’agiter. Elle s’agite même plus qu’avant.
Voilà le comble de la stupéfaction préventive. Un comble aussi dans le défi.

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Essaim: de exagmen, de ex agire: pousser hors.

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Frénétique peut-être à cause de l’exiguïté de son diaphragme.
(On sait que chez les Grecs la pensée siégeait dans le diaphragme… et que le même mot désignait les deux choses: φρήν, justement.)

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Pourquoi, de tous les insectes, le plus actif est-il celui aux couleurs du soleil?
Pourquoi aussi les animaux tigrés sont-ils les plus méchants?

IMMAGINE: Laura Bisotti, In volo

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