inediti

Davide Castiglione, Diario della baldanza

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È un genio triste, nei suoi momenti migliori. Quando no, gli si spalma addosso una stoltezza sensoriale a prova di tutto fuorché del tempo, che la conosce e l’infiltra, minando il sottostante. Messo di fronte all’evidenza del cielo stellato, constata che è in alto, buio e assai grande. Al limite, detto cielo gli ricorda una giacca gravata di forfora, ma lo humour non è il tempo e pertanto non passa. Stira i muscoli facciali in una smorfia di meraviglia perché nel contesto appropriata. Distinguere gli aerei dalle stelle cadenti è facile fino alla noia.

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La tenda è un pane azzimo, si presenta disanimata dinanzi a quelli dalle regge mobili assicurate nel duro della terra isolana. La tenda disanimata è la mia. Ciao aste, incauto fu il dimenticarvi. Durò fino all’una quell’assurdo medley di canzoni da spiaggia anni ’90, che si ritraeva ogni volta che allenavo le gambe verso quella fonte sonora. La discoteca era dunque la radiolina della gelateria giù in basso? Poi piovve. Nella serie delle altre trasformazioni cui assistetti la notte del mio arrivo, vale la pena menzionare la piscina gonfiabile che era divenuta la base della tenda. Solo tre settimane prima la stessa tenda si alzava, modesta ma ospitale, in un campeggio più spartano, più a nord. A montarla si era in due. Ora non vorrei che da questa precisazione qualcuno possa trarre conseguenze simboliche. Era per inserire un po’ di diacronia nella narrazione, era per dire.

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Era da tempo che desideravo comporre un trattatello su questi batteri inesplorati che poi sono i non-tempi (non-minuti, non-ore, non-misurabili). Essi si intersecano nei non-luoghi (che già conosciamo bene) e generano un non inglobante che è sostanza collosa e incolore, un non che anziché lottare contro placidamente impedisce. Una ricognizione affatto pionieristica li definirebbe agguerriti momenti di calo, di (cito) “accorta manutenzione del ridicolo”. Exempla: lo svitamento della moka in solitaria; l’imbambolarsi sulle cifre digitali degli annunci in stazione; il coordinamento in simultanea, manageriale, dell’apertura di una porta e dello spegnimento di una luce. Quest’ultimo esempio in particolare è furbissimo perché i non-tempi fingono di dimezzarsi a beneficio di chi compie l’azione, ma poi in realtà raddoppiano la frustrazione, spalleggiandosi a vicenda e facendo posto a ulteriori non-tempi che spingono come forsennati.
Ognuno può produrre i suoi, di esempi, così poi li mettiamo tutti in un bel mega-database. Però trattasi di impresa non facile. Quelli che ho testé proposto sono infatti batteri macroscopici, mostri che quasi li vedi a occhio nudo. Se fossero meno ovunque, la vita creativa ormai ridotta al lumicino potrebbe inventarsi fluorescenze atte a catturare i non-tempi più subdoli – quelli il cui automatismo non reca irritazione ma appena un consolatorio vanto, per dire. Ma sarebbe come chiedere a Dante di descrivere l’Altissimo. A questo punto il mio gruppo di ricerca si scherma dietro un “ulteriori studi sono necessari ecc” e si rintana in un non-tempo fatto a propria immagine e somiglianza.

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Facciamo incursione nel minimalismo intimista odiato da certa critica. Rimesto il muesli sulla scodella prima di sommergerlo nello yogurt, a cucchiaiate. Lo rimesto perché ci sono le noci pecan che non posso soffrire. Identificate (facile, sono dure e allungate, con striature come meridiani), le rimuovo e le faccio scivolare nella spazzatura. Opero un setaccio basilare: salvo il resto, tendenzialmente. Solo mezzora fa spiegavo a Vanessa che alla sua età giocavo a fare il paleologo, riportavo dal terriccio sassi che in tutta evidenza erano uova di dinosauro.

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Rischio grosso, a furia di svelamento e confessione. Il mio aplomb, per cominciare, la malinconia riflessiva che doveva fare la mia fortuna e costringere molti a una commozione inscalfibile. Più seriamente, rischio che scrivano un trafiletto su di me, che io corteggi il nonsenso e ne rimanga invaghito, che qualche ragazza mi sorrida pensando alla riproduzione. Nel caso in cui agissi come scrivo ora, mi troverà in business suit, vincente e ottuso al tavolino di una pausa pranzo, svincolato dalle poche ossessioni che ancora mi conservano tale e quale: il tempo lineare, la critica militante, le gambe da sedute o a falcata di alcune donne.

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Immagine: Kristian Burford, Audition, Scene 1: In Love (2013)

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