formavera. I testi dei redattori

Paul Butler 2

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“Non c’è cosa più vicina alla superbia dell’eccesso di umiltà.”
P. ALMODÓVAR

S. è una persona bassa e insignificante, il classico personaggio in cui non puoi immedesimarti. Crede fermamente nell’individualismo e sopravvive grazie a una forma di socialità parassitaria.

S. ti spia di sbieco dalla fessura della porta, dall’angolo cieco dello specchio, dalle proiezioni più sincere della tua autocoscienza; sta lì, dove l’hai dimenticato.

S. conosce tutte le debolezze una per una e le ha assegnate alle ombre che lo seguono, di sera, lungo le strade alberate. Le ombre si allungano a nord, se ne vanno e poi ritornano. Tutte le ombre sembrano perfettamente sovrapponibili.

Sui mezzi pubblici, S. sfiora le donne con il dorso della mano.

S. è un uomo che soffre di meteorismo. La parola meteorismo gli piace, e sente che lo rappresenta appieno. Sul balcone, immagina di gonfiarsi così tanto da diventare più leggero. La pancia è dura e ovale. Il vuoto è la sua forza. Spinto da un movimento interno si solleva fino all’altezza a cui pensa. Poi sparisce nel buio.

S. appare e scompare con lo sforzo addominale di una lucciola.

Quando S. scrive a mano, l’asse y del polso funziona meglio del suo asse x.

S. ha tracciato il perimetro di un quadrato intorno a sé. Mura invisibili che si alzano virtualmente all’infinito, abbozzi di reclusione accennati appena da un gesto con la mano, dall’eclissi di uno sguardo, definiscono lo spazio mentale entro cui S. si muove: anche se volesse, non potrebbe più uscirne.

S. mente a se stesso dal giorno in cui ha imparato ad accettarsi.

Nonostante i segnali evidenti di un peggioramento – l’incurvatura della schiena, la graduale perdita di profondità degli occhi, l’odore animalesco liberato col sudore e con le feci – S. non vuole essere curato.

S. si guarda intorno nello scompartimento. Si alza, va verso il bagno, tiene la porta chiusa con la mano. In questo momento la masturbazione può sembrare tanto un’evasione quanto una battaglia per il controllo sul mondo. Il treno corre nella galleria. La realtà ritorna lentamente in bianco e nero. Qualcuno bussa.

S. è l’aiutante, il gandharva, la kitsune, il jinn, il trickster.

S. è la luna di Majora’s Mask, il suo faccione terrorizzato, la gravità degli eventi che incombe ineluttabile sul mondo.

S. prova a toccare l’ombra affusolata che dai piedi risale lungo il muro. Un frammento dell’intonaco si stacca e lascia il dito di S. sporco di polvere rosa. Abbassa lo sguardo, concentra la percezione sulle spalle e sulla nuca. Sente il cielo sopra di sé come una mano inerte e gigantesca.

Persa ogni disinvoltura al sole, S. si chiude in camera sua.

[Simone Burratti]

*
*
*

Lo sguardo dell’ispettore Porfirij Petrovič
mostrava un’attenzione concentrata,
seria e benevola, al breve discorso
che eri lì lì per cominciare; sguardo
che ti turbava un po’,
soprattutto perché quanto volevi
esporre (almeno così pensi)
era molto lontano dal livello
di gravità e interesse
che ti si dimostrava.

*

Difficile credere si tratti di apertura, accoglienza, un tipo di simpatia umana o simili. In un certo senso, saresti vicino alla verità pensando a una trappola, ma posta da chi, e per cosa? Non è più tanto chiaro se chi ti ascolta lo faccia per specchiarsi, per specchiare, oppure per consegnarti a un qualche dio. Di certo è un aspettare al varco, e l’assenza di un colpo a tradimento, appena entrato, lascia se possibile ancora più inquieti. Bisogna considerare tutto; forse chi hai di fronte ti ama. D’altra parte, sono occhi che scopriranno un assassino.

*

“Ho tentato la diffrazione
ma niente, non è un gioco di specchi
che basta a ingannare questi ascoltatori.
Ho cercato, piuttosto
di dire qualcosa mentre nessuno guardasse:
non per cogliere io alla sprovvista
ma proprio perché le mie parole
avessero la più alta efficacia
solo nella loro distrazione,
la colpissero senza romperla.
Parlare a voce molto calma, ma non priva di sussulti
mentre non mi ascoltano quasi:
infilare nella loro distrazione
il germe di qualcosa
di sempre meno irrilevante,
salvarlo dall’enfasi dei loro occhi aperti.”

[Marco Villa]

*
*
*

Natura morta della frutta altrui

*

La cesta di arance della coinquilina è una tentazione.
All’alimentari guardo fisso i globi e penso:
“Sono anch’io uno che compra la frutta!”
Do una spinta al cliente davanti e dico:
“Ehi, sono anch’io uno che compra la frutta!”

Dev’essere un qualche orgoglio vegetale
che mi riporta a un tempo a cui vorrei tornare,
quando una mela era vizio e rosmarino,
rugiada del mare. Sbucciare una prugna
come un primitivo e battermi i pugni sul petto!

La scoperta. Tirare via la buccia e poi
la carne. Ed è da lì che inizia la tentazione,
dalla buccia. La cesta della frutta della coinquilina
è una cesta di regali, di tanti pacchetti
che lei può scartare e io no.

A meno che io non ne prenda uno.
Lei non è in casa. Non c’è quasi mai,
con il lavoro e tutto. Fa la pendolare
e un’arancia in viaggio non conviene, va a finire
col portacenere pieno di bucce e il volante appiccicoso.

Meglio una banana. Ho scoperto che le scimmie
sbucciano la banana dalla fine senza toccare la cima,
il che mi rende più stupido o più evoluto,
o tutt’e due: dotto nell’eterno,
idiota in tutto quello che finisce.

[Todd Portnowitz]

*

Immagine: Paul Butler, Masking, Making, Mystery

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