Ai confini della prosa /1: Julio Cortázar

Inauguriamo una nuova rubrica di prosa a cura di Simone Burratti. La rubrica proporrà una serie di testi che, oggi più che ieri, pongono il problema della classificazione per generi e, di conseguenza, delle categorie interpretative. L’autore di oggi è Julio Cortázar.

(Testi da Julio Cortázar, Storie di cronopios e di famas, in I racconti, a cura di Ernesto Franco, Einaudi, Torino 1994.)

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PREAMBOLO ALLE ISTRUZIONI PER CARICARE L’OROLOGIO

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Pensa a questo: quando ti regalano un orologio, ti regalano un piccolo inferno fiorito, una catena di rose, una cella d’aria. Non ti dànno soltanto l’orologio, tanti, tanti auguri e speriamo che duri perché è di buona marca, svizzero con àncora di rubini; non ti regalano soltanto questo minuscolo scalpellino che ti legherai al polso e che andrà a spasso con te. Ti regalano – e lo sanno, il terribile è che lo sanno –, ti regalano un altro frammento fragile e precario di te stesso, qualcosa che è tuo ma che non è il tuo corpo, che devi legare al tuo corpo con il suo cinghino simile a un braccetto disperatamente aggrappato al tuo polso. Ti regalano la necessità di continuare a caricarlo tutti i giorni, l’obbligo di caricarlo se vuoi che continui ad essere un orologio; ti regalano l’ossessione di controllare l’ora esatta nelle vetrine dei gioiellieri, alla radio, al telefono. Ti regalano la paura di perderlo, che te lo rubino, che ti cada per terra e che si rompa. Ti regalano la sua marca, e la certezza che è una marca migliore delle altre, ti regalano la tendenza a fare il confronto fra il tuo orologio e gli altri orologi. Non ti regalano un orologio, sei tu che sei regalato, sei il regalo per il compleanno dell’orologio.

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ISTRUZIONI PER CARICARE L’OROLOGIO

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Laggiù in fondo sta la morte, ma niente paura. Afferra l’orologio con una mano, prendi con due dita la rotellina della corda, falla girare dolcemente. Adesso si apre un altro periodo, gli alberi dispiegano le loro foglie, le barche corrono le loro regate, il tempo come un ventaglio si va empiendo di se stesso, e da esso sgorgano l’aria, le brezze della terra, l’ombra di una donna, il profumo del pane.
Che vuoi di più, che vuoi di più? Legalo presto al tuo polso, lascialo battere libero, fa di tutto per imitarlo. La paura arrugginisce le àncore, ciascuna delle cose che si potevano raggiungere e che furono dimenticate sta corrodendo le vene dell’orologio, incancrenendo il freddo sangue dei suoi piccoli rubini. E laggiù in fondo sta la morte, se non corriamo e arriviamo prima e non comprendiamo che ha più nessuna importanza.

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CAMMELLO DICHIARATO INDESIDERABILE

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Sono state accettate tutte le richieste di transito alla frontiera, ma Guk, cammello, inaspettatamente dichiarato indesiderabile. Corre Guk alla questura dove gli dicono niente da fare, tornatene alla tua oasi, dichiarato indesiderabile, inutile fare pressioni. Tristezza di Guk, ritorno alle terre dell’infanzia. E i cammelli della famiglia, e gli amici, gli si fanno intorno, ma che cosa è successo, ma non è possibile, perché proprio tu. Allora una delegazione parte e va al ministero per l’Emigrazione a perorare per Guk, con scandalo dei funzionari di carriera: non si è mai vista una cosa simile, tornate tutti immediatamente all’oasi, verrà aperta un’inchiesta.
Guk nell’oasi si ciba d’erba un giorno, d’erba il giorno dopo. Tutti i cammelli sono emigrati, Guk continua ad aspettare. Così se ne vanno l’estate e l’autunno. Poi Guk tornato in città, fermo in una piazza vuota. Molto fotografato dai turisti mentre risponde alle domande dei reporters. Vago prestigio di Guk nella piazza. Approfittandone cerca di passare, sulla porta tutto cambia: dichiarato indesiderabile. Guk china la testa, cerca i pochi fili d’erba della piazza. Un giorno lo chiamano con il megafono e lui va felice alla questura. Là è dichiarato indesiderabile. Guk torna all’oasi e si corica. Mangia un poco, poi posa il muso sulla sabbia. Chiude lentamente gli occhi mentre tramonta il sole. Dal suo naso sgorga una bolla che dura un secondo più di lui.

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LE LINEE DELLA MANO

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Da una lettera abbandonata su una tavola esce una linea che corre sull’asse di pino e scende lungo la gamba. Basta osservare bene per scoprire che la linea continua lungo il pavimento di legno, risale per il muro, entra in una stampa che riproduce un quadro di Boucher, disegna la schiena di una donna china su un divano, e infine scivola via dalla camera per il soffitto seguendo il parafulmine scende in strada. Qui è difficile seguirla perché il traffico è intenso, ma con un po’ di attenzione la si scorgerà salire sulla ruota dell’autobus fermo all’angolo con capolinea al porto. Là scende lungo la calza di nylon della passeggera più bionda, entra nel territorio ostile delle dogane, si arrampica e fila ed evoluisce fino al molo principale, e qui (ma è difficile scorgerla, solo i topi la seguono arrampicandosi a bordo) sale sulla nave dalle turbine sonore, corre per i tavolati della coperta di prima classe, evita con difficoltà il boccaporto principale, e in una cabina dove un uomo triste beve cognac e ascolta la sirena della partenza, rimonta lungo la cucitura del calzone, il gilè, scivola fino al gomito, e con un ultimo sforzo si rifugia nel palmo della mano destra, che in quell’istante comincia a schiudersi sul calcio di una pistola.

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