saggi

Un nuovo modo di compiersi. La supplica all’azione di Stefano Dal Bianco /2

Katja Van Den Enden, Together

La seconda parte del saggio di Pietro Cardelli su Prove di libertà. Qui la prima parte.

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c. Una pluralità di soggetti

La questione del soggetto, ovvero di chi dice “io” all’interno di una poesia, è un tema che Dal Bianco ha affrontato spesso, specialmente nel periodo di “Scarto Minimo” (1986/1989) e al tempo della pubblicazione delle prime due raccolte1: La bella mano2 (1991) e Stanze del gusto cattivo (1991). Con Prove di libertà la riflessione sul soggetto si fa essa stessa tema delle liriche e, contemporaneamente, emerge con forza l’idea gurdjieffiana della frantumazione della soggettività. La terza sezione – “Aforismi di lavoro” – è emblematica e fondamentale per capirne nascita ed evoluzione. Da un lato sta un vero e proprio sdoppiamento interiore, tra ciò che possiamo chiamare personalità e ciò che invece è essenza, in un continuo dialogo tra il soggetto poetante e il proprio «gemello» al fine di spogliarsi della prima liberando la seconda; dall’altro lo stesso soggetto che parla e che dice io è a sua volta composto da una moltitudine di micro-soggetti, “io interiori” che, in una costante dialettica e scontro, sembrano però dirigersi verso una progressiva ricomposizione. Leggiamo quindi dalla prima delle quattro citazioni in apertura alla sezione, in questo caso dal Libro di Tommaso il Contendente:

Poiché sei il mio gemello e il mio vero compagno, esamina te stesso e scopri chi sei. […] Perché chi non conosce se stesso non conosce nulla, ma chi conosce se stesso conosce simultaneamente la profondità di tutte le cose.

Il «gemello» è in Prove di libertà la coscienza interiore, «l’amico mio che vive in me»3, quello che in apertura alla poesia Varietà e problemi di pensiero viene chiamato «angelo custode»; è colui che ci parla «con voce di contralto / e ci chiede fiducia senza garanzie / e non si fa conoscere / se non nel mezzo sonno qualche volta»4, ma che deve essere ascoltato, e al quale dobbiamo affidarci; è colui che, unico, può permetterci, se compreso e ubbidito, di porre stabilità ed armonia fra i vari “io” che ci costituiscono. Ciò che emerge da questa sezione, quindi, è proprio questo continuo dialogo, serrato e intermittente, fra il soggetto «dal bianco»5, carico di personalità e giudizi, e i micro-soggetti che lo definiscono, al fine di affidarsi al proprio gemello interiore. Secondo Gurdjieff, infatti, l’uomo non possiede un io stabile ed univoco, ma una pluralità di micro-soggetti i quali, egoistici e tirannici, possono esercitare un’egemonia sulla vita della coscienza e prendere decisioni avventate, gettando poi nella confusione e nella sofferenza il soggetto nella sua totalità e persona. Solo sulla base di questa frammentazione dell’individuo e sulla sua persistente lotta, a tratti cinica e grottesca, con le varie parti che lo determinano, sarà possibile allora definire meglio in cosa consiste questa tanto agognata libertà e in che rapporto si pone con l’individuo «dal bianco» e la sua personalità. Leggiamo quindi due poesie da questa sezione:

Come ti chiami6

A volte sembra che il tuo nome
e tutto ciò che credi d’essere scolori,
e lì nel centro della nullità paurosa
si distingua qualcosa
che tu sai essere te
ma non sai come chiamare
non sai mai come fermare
prima che torni ad essere dal bianco.

*

Uno che non si fida7

Se tu non credi a ciò che stai dicendo
se tu non credi a ciò che stai pensando
né a ciò che stai provando, proprio ora,

se osservandoti da fuori
– cioè da dentro o dall’alto di te –
non ti va più di darti credito
e vedi bene il giro di persone
a rotazione prendere il potere,

allora in questo
sacrosanto momento
allora forse sei
in una strada buona

e io potrò talvolta domandarti
aiuto, come si prega un dio.

Il vero essere, l’essenza, la libertà definitiva potrà essere riconosciuta e ritrovata solamente nella «nullità» di sé, in quel preciso momento in cui, abbandonando tutto ciò che ci determina, è possibile raggiungere l’autentica nostra persona. Abbandonare i propri giudizi, le caratteristiche che riteniamo di possedere, i vizi e le virtù della propria personalità per raggiungere quel qualcosa che, seppure non si sappia né come chiamare né come fermare, possa «restituirci alla nostra vita / libertà ventilando»8, dovrà essere il primo obiettivo dell’azione del soggetto: acquietare lo scontro interno, affidandosi interamente al proprio «gemello». Come recita una delle più riuscite poesie della raccolta, Provvisoria solitudine di io9, «[…] la sola vera libertà / soltanto di questi si nutre», di questi momenti in cui un «barlume di consapevolezza» fa sì che il nostro mondo pensato si disgreghi e, nell’apparente perdita di realtà del tutto, si raggiunga una nuova coscienza, più vera e concreta.

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d. L’«essenza della temporalità», fra memoria, dimenticanza, cinismi e cattiverie

Se osserviamo con uno sguardo più ampio il percorso della poesia di Dal Bianco nel susseguirsi delle quattro raccolte da lui pubblicate, non è possibile non notare come il concetto di «essenza» qui delineato, prettamente Gurdjieffiano, richiami un altro dei temi fondanti dei versi di questo poeta: mi riferisco qui a ciò che lo stesso Dal Bianco definiva come il fine della poesia già nel 2003, in un fondamentale saggio su “Trame di letteratura comparata”. Scrive lì Dal Bianco riferendosi ad una «mancanza» intesa come «ciò che è in grado di toccarci tutti perché appartiene non alla psicologia di questo o quest’altro individuo ma al significato antropologico dello stare al mondo, alla natura delle cose»10, secondo lui presente in molti fra i grandi poeti del passato:

Potremmo cercare di definire questa mancanza come l’essenza della mortalità, o della temporalità.
Questa mancanza giace al fondo di ogni lingua naturale: è ciò che viene rimosso nel secolare uso comunicativo della lingua […] Non c’è contatto infatti se non in presenza della mortalità. E’ il nostro essere per la morte che ci unisce, ed è la consapevolezza dello scorrere del tempo che conferisce verità ai nostri rapporti, nella dimensione dell’incontro in un comune destino.
Scovare questo fondo mancante nei meccanismi della lingua è il compito dei poeti. I poeti sono coloro che sono abbastanza forti per non farsi distogliere dalle rispettive manchevolezze personali, individuali, e che riescono a concentrarsi, magari solo per qualche frazione di secondo, sull’essenza della temporalità. (E’ per questo che nelle poesie è così importante il tema della memoria: Mnemosyne è la madre delle muse, come ama ricordare Antonio Prete).11

Obiettivo inconscio di ogni poeta sembra quindi essere la capacità di cogliere, anche per un unico e labile momento, quell’«essenza della temporalità» che ci accomuna in quanto uomini, in quanto individui singolari soggetti al tempo e alla morte. Solo la presa di consapevolezza della nostra condizione finita e della comunanza che in questo ci unisce può permettere il raggiungimento di un diverso e superiore livello di esistenza.

Questo tema, decisivo in Ritorno a Planaval e nelle prime due raccolte, assume in Prove di libertà una diversa prospettiva, concentrandosi su ciò che è memoria e, per antitesi pregnante, dimenticanza. Elemento centrale in tutta la silloge, il tema della dimenticanza dimostra come l’approfondimento del rapporto uomo-tempo, fondamento dell’individuo nella sua essenza temporale e quindi della poesia, sia rimasta una questione fondamentale in tutta l’elaborazione di Dal Bianco. A differenza delle prime raccolte però, in Prove di libertà mutano completamente tono ed approccio, a tal punto che il tema viene affrontato in quella che forse è la sezione più complessa e difficilmente decifrabile: “Fa. Cinismi e cattiverie”. Come suggerisce lo stesso Dal Bianco nell’intervista di Claudia Crocco12, «la sezione Cinismi e cattiverie è da leggersi in modo antifrastico, con affermazioni da rovesciare se si vuole capire il senso vero». E’ qui però che è necessario soffermarsi per tentare di comprenderne il significato complessivo. In Prove di libertà «dimenticanza» si definisce come ciò che è ricaduta nel «tranello quotidiano», abbandono di quella consapevolezza alla base del cammino, smarrimento di sé13; essa si presenta quindi come perdita della propria coscienza attiva, via di fuga dalla necessaria ed inevitabile fatica da compiersi. Perdere coscienza di sé significa arrendersi all’azione dei micro-soggetti che continuamente si ostinano ad influenzarci, significa far crollare con le proprie mani tutto ciò che era stato costruito fino a quel momento. Secondo Gurdjieff infatti, nella quotidianità delle nostre azioni, e in particolare nel processo di riconoscimento e ricostituzione di sé, siamo portati ad eludere e quindi a dimenticare proprio nell’istante del necessario compimento dell’azione risolutiva ciò che avevamo stabilito giusto e premeditato. Ciò avviene perché, nel momento dell’azione, un “io” diverso da quello che ha preso la decisione di compierla prende l’egemonia; rimanere succubi a queste parti di noi, dimenticando l’intento del percorso da compiere, è il primo passo verso la perdita di sé14. Scrive Uspenskij riguardo a Gurdjieff: «Uno dei più gravi errori dell’uomo – diceva -, quello che deve essergli costantemente ricordato, è la sua illusione riguardo al suo ‘Io’». Ricordarsi di sé quindi, come primario ed unico accesso ad una diversa consapevolezza, ad una nuova libertà da risolversi nell’azione. Osserviamo una delle poesie, in questo senso, decisiva:

Via Garibaldi confuso15

A metà di via Garibaldi una ragazza straniera mi ha chiesto dov’è via Milano e io mi sono concentrato e le ho detto sorridendo non lo so. E lei si è allontanata verso piazza Statuto, completamente fuori strada. Lo so, perché la via Milano so benissimo dov’è, ma in quel momento no, lo giuro, mi dispiace.

Suggerire la strada sbagliata pur nell’intimo conoscendola, non comprendere il perché della propria azione, dimenticare ciò che fino a poco prima era evidente e banale significa appunto perdere il controllo e l’egemonia su di sé, simbolo manifesto dell’instabilità del soggetto.
Ciò che sembra venga chiesto dal poeta è quindi un diverso sguardo verso se stessi, un’attenzione continua su quello che veramente è importante e ci determina, al fine di sfuggire dalle influenze, interne ed esterne, che continuamente ci assediano. A questo livello si potrà capire come concentrazione su di sé e distrazione persistente sul tutto – altro elemento centrale nella poetica di Dal Bianco16 – possano coesistere e, anzi, darsi forza l’una con l’altra. Memoria quindi, come raggiungimento di uno stato di coscienza estremo, proprio di chi è riuscito a cogliere la propria essenza in maniera definitiva, osservandosi da fuori – «cioè da dentro o dall’alto di »17.

Oltre questo piano “alto” di consapevolezza, si nota però in tutta la raccolta anche una continua emersione del tema della dimenticanza relativamente alle azioni quotidiane. Perdere cognizione delle cose, anche delle più banali e più vive, si pone quindi come problema continuo, difficilmente localizzabile e spiegabile, dell’esistenza. A dimostrazione di ciò stanno numerosi momenti: la dimenticanza «del mio bambino e del mio amore»18 dettata dalla distanza fisica e dai pensieri quotidiani di lavoro e spostamento; quella di Farsi del bene, fondata sulla consapevolezza del far parte di vite lontane e quindi sull’apprensione per la dimenticanza reciproca che si instaura, ma anche sul riconoscimento rincuorante di segni – la «risata» – che facevano parte di sé ma che nel tempo si sono persi; e infine quella di «Via Garibaldi», momento emblematico di vita quotidiana.
Si può dire quindi che ad un momento “alto”, fonte primaria di questo tema, se ne affianca un altro, viva voce di un’esperienza quotidiana. La dialettica fra i due poli non è però contrastante né oppositiva, bensì armoniosa e dialogante. La spiegazione di questo complesso intreccio potrà quindi essere trovata nella semplicità del suo fondamento: per far sì che i tentativi di riconoscimento e raggiungimento di un’essenza continuamente agognata non sfumino in idealistiche utopie, in astratte meditazioni, la poesia di Prove di libertà ha continuamente bisogno di entrambi i poli dell’azione dell’io, quello conoscitivo ed interiore da un lato, quello attuativo-empirico dall’altro. Solo la realizzazione di uno nell’altro potrà permettere il completamento del cammino.

*

e. «Dalla gabbia» alla «libertà»

Dopo aver ripercorso i momenti significativi della raccolta, occorre adesso soffermarsi sulle ultime sezioni, cercando così di cogliere l’approdo conclusivo del soggetto poetante, l’ultimo scoglio raggiunto dal suo imperterrito cercare e scavare. La domanda che sorge spontanea sarà quindi una e una sola: fino a che punto il soggetto di queste poesie è riuscito a ricostituirsi, a spogliarsi di ciò che solo apparentemente lo definiva e a raggiungere la «libertà» così spesso nominata?

Le ultime e decisive sezioni, “Si. Libertà” ed “Essere umani”, sono precedute da “Sol. Una vita già vista” e “La. Vedute sul paesaggio”. Queste, così contemporaneamente enigmatiche ed essenziali, risultano necessarie per comprendere quello che sarà poi l’esito dell’intera raccolta. Esse si posizionano infatti una in contrapposizione all’altra: da un lato un momento di cinismo e intrinseca rabbia quotidiana, analisi di un rapporto di coppia che inevitabilmente deve essere affrontato se si vuole tentare poi un salto su un piano differente e superiore; dall’altro una serie di poesie di zanzottiana19 e petrarchesca memoria, le quali mettono forse in dubbio l’idea di paesaggio tipica di Ritorno a Planaval20, avvicinando con una pacatezza tanto ironica quanto tragica il livello della vista a quello del «niente», parola-chiave della sezione21. Quello che però unisce le due sezioni è un progressivo rallentamento del gesto in favore di una disposizione all’ascolto e al silenzio che sia comune a tutti, e che in particolar modo abbracci, in un vero segno d’amore e di abbandono di sé, poeta e lettore. Il faticoso lavoro, il duro cammino iniziato con la presa di consapevolezza della gabbia che lo rinchiudeva, ha portato il soggetto poetante a compiere un’azione concreta e continua nella propria vita, a scandagliare se stesso, a non lasciarsi trascinare dai propri io interiori, ad affidarsi totalmente al «gemello» che ognuno possiede e che ci parla costantemente. Percorso costruitosi con difficoltà e incertezze, sempre sull’orlo del baratro dell’esistenza, sempre in lotta con il desiderio di abbandono e cedimento, che ha costretto il soggetto a misurarsi con i propri demoni interiori, le proprie debolezze. Ciò che doveva compiersi è stato compiuto, ma ciò che rimane non è un senso di vittoria trionfale, bensì una supplice volontà di comprendersi, di capirsi interamente. La forza del proprio cammino e il suo continuo avvicinarsi all’ultimo approdo potrà infatti attuarsi solamente se anche chi sta dall’altro lato, il lettore, riuscirà a comprenderne a fondo, pragmaticamente quindi, l’intensità. E’ per questo che l’ultima parte di Prove di libertà si concentra tutta su parole come «apertura», «autocoscienza», «verità»22, «ascolto», «libertà». Se questo lavoro rimanesse un’esclusiva del poeta anche per lui sarebbe la fine. Leggiamo la poesia che conclude il libro:

Essere umani23

Interrogare è importante qualora si preveda l’eventualità di una risposta e qualora si preveda l’eventualità di darle credito, qualora si preveda l’eventualità di dare in noi un seguito a ciò che potremmo intravedere. Interrogare è importante qualora si preveda l’eventualità di dare ascolto ai barlumi intravisti. L’interrogare senza conseguenze pratiche non è un interrogare. È un gioco di criceti ingabbiati. Interrogare negando a priori l’eventualità di una riposta positiva è un vizio da poveretti. Interrogarsi sul come delle cose evitando il perché è un vizio da meccanici. Come una cosa funziona non può andare disgiunto dal suo scopo. Perché noi sempre ci spacchiamo la testa sulla funzione e mai sulla finalità? Per carità, per amore, per grazia di Dio diciamolo a tutti: fermiamoci, entriamo di notte nel bosco e ascoltiamo.

In questo ultimo testo si sente in maniera viva e ineludibile la supplica del poeta, la sua richiesta di comprensione. Senza quest’ultima poesia non sarebbe possibile comprendere davvero l’insistenza dell’interrogarsi, quel continuo movimento interno ad un soggetto frantumato e irriconoscibile a se stesso, teso in una lotta personale con ciò che, con il tempo, si era costruito con apparente libertà e spontaneità, la propria personalità. L’interrogarsi necessita quindi l’eventualità di una risposta, la richiede con forza. Ma la sua conseguenza deve essere unicamente pratica, effettiva, concreta. Il significato di questi tentativi di liberazione interiore sta quindi nella quotidianità, per questo è stato necessario affrontare anche i temi apparentemente più usurati e banali.

Una nuova consapevolezza di sé sembra forse raggiunta. La sua stabilità non è però sicuramente certa. Ciò che era cinismo, ironia, forse rabbia, si è sciolto in supplica e scongiuro, come a voler abbracciare di nuovo il mondo alla luce di un nuovo io costruito con fatica e dolore. Quello che però traspare da questa preghiera è forse qualcosa di diverso: la necessità di un segno, di uno sguardo, della rassicurazione che ciò che è stato fatto si è davvero concluso, e che il cammino può arrestarsi. La risposta è destinata a non arrivare, il «lavoro» non può essere interrotto.

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***

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1 Su questo punto: S. Dal Bianco, Materiali di una nuova lirica, “Scarto minimo”, III, Aprile 1988, pp. 31-37; C. Crocco, La lirica, il silenzio, la nausea del verso. Conversazione con Stefano Dal Bianco, www.quattrocentoquattro.com.

2 S. Dal Bianco, La bella mano, Crocetti Editore, Milano, 1991.

3 S. Dal Bianco, Prove di libertà, cit., p. 34

4 Ibidem, p. 32 [corsivo mio].

5 Ibidem, p. 31.

6 Ibidem, p. 31.

7 Ibidem, p. 37.

8 Ibidem, p. 32 [corsivo mio].

9 Ibidem, p. 33.

10 S. Dal Bianco, Il suono della lingua e il suono delle cose, “Trame di letteratura comparata”, III, 7, 2003, p. 186.

11 Ibidem, pp. 186-187.

12 C. Crocco, La lirica, il silenzio, la nausea del verso. Conversazione con Stefano Dal Bianco, www.quattrocentoquattro.com.

13 S. Dal Bianco, Prove di libertà, cit., p. 60.

14 Si legge nei Frammenti di un insegnamento sconosciuto di Pëtr Dem’janovič Uspenskij, filosofo russo, discepolo del mistico armeno Georges Ivanovič Gurdjieff : «L’uomo non ha individualità. Non ha un grande ‘Io’ unico. L’uomo è diviso in una moltitudine di piccoli ‘io’. Ed ogni piccolo ‘io’ separato è capace di chiamare se stesso col nome della Totalità, di agire in nome della Totalità, di fare delle promesse, prendere delle decisioni, essere d’accordo o non essere d’accordo con quello che un altro ‘io’, o la Totalità dovrebbe fare. Questo spiega perché la gente prende così spesso delle decisioni e le mantiene così raramente. Un uomo decide di alzarsi presto, cominciando dall’indomani. Un ‘io’, o un gruppo di ‘io’, prende questa decisione. Ma l’alzarsi è una cosa che riguarda un altro ‘io’, che non è affatto d’accordo, e che può persino non essere stato messo al corrente della cosa. Naturalmente quest’uomo continuerà a dormire il mattino seguente la sera deciderà di nuovo di alzarsi presto. In certi casi questo può comportare conseguenze molto spiacevoli. Un piccolo ‘io’ accidentale può, a un certo momento, fare una promessa, non a se stesso, ma a qualcun altro, semplicemente per vanità o per divertimento Poi scompare. Ma l’uomo, ossia l’insieme degli altri ‘io’ che sono assolutamente innocenti, dovrà forse pagare tuta la vita per questo scherzo. È la tragedia dell’essere umano, che qualunque piccolo ‘io’ abbia così il potere di firmare assegni e cambiali e che sia in seguito l’uomo, ossia la totalità, che debba farvi fronte. Vite intere trascorrono così, per regolare dei debiti contratti da piccoli ‘io’ accidentali».

15 S. Dal Bianco, Prove di libertà, cit., p. 53.

16 Da S. Dal Bianco, Il suono della lingua e il suono delle cose, “Trame di letteratura comparata”, III, 7, 2003, p. 192: «La distrazione non si oppone all’attenzione quanto alla concentrazione, è insomma attenzione massima e contemporanea verso tutte le cose del mondo. Ciò che si perde in intensità di sensazione si acquista in vastità di orizzonte, in consapevolezza relazionale».

17 S. Dal Bianco, Prove di libertà, cit., p. 37 [corsivo mio].

18 Ibidem, p. 15.

19 Si noti anche soltanto come il titolo della sezione “Vedute sul paesaggio” richiami quello della prima opera zanzottiana pubblicata nel 1951, Dietro il paesaggio; e come la quarta poesia della sezione sia dedicata al poeta di Pieve di Soligo.

20 Scrive Niccolò Scaffai nella sua recensione a Prove di libertà (N. Scaffai, Stefano Dal Bianco, Prove di libertà, Allegoria, XXIV, terza serie, 65-66, gennaio/dicembre 2012, p.314.): «C’è a volte un disamore, come un’indifferenza perfino per il paesaggio, che commuoveva l’io di Planaval».

21 In “Vedute sul paesaggio” il termine «niente» ricorre per ben otto volte in solo nove poesie: «La terra non è niente. Noi non siamo niente. Siamo materia organica» da Una brutta storia, «Una teoria del niente-dopo-niente / che ci ruba l’azzurro […] E’ di ora lo sforzo di inchinarla / al niente-dopo-niente, di allargare / lo spazio di dolore […]» da Teoria della neve, «[…] era il legame / fra esistente e non esistente / e tutto intorno niente» da Veduta con signore, «Niente di ciò che sta accadendo / sollecita un commento» da La luce del cielo [corsivo mio].

22 Indelebile la scansione di questi primi tre termini in un’altra delle più riuscite poesie dell’intera raccolta, Età della vita (S. Dal Bianco, Prove di libertà, cit., p. 100.): «Le parole ci sono, eccole qui: // APERTURA AUTOCOSCIENZA VERITÀ // scritte maiuscole, / da portare in fronte, / da tramandare a chi ci ama e le comprende, / da regalare in pasto a chi è diverso e non è forte, / a chi ne fa mercato».

23 S. Dal Bianco, Prove di libertà, cit., p. 105.

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