Francesco Terzago, Inediti

 

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*

 

1.

Non è qualcosa che abbia un’importanza
secondaria, considerare la torsione
degli astri che comprime la notte
ricordandoci la sottile distanza tra
l’esistenza e la mancanza, l’ostensione
delle distanze cosmiche non attraversabili.
Non è qualcosa che abbia un’importanza
secondaria, conoscere il nome delle piante
che mettono un balzo verde tra le discontinuità
del porfido, o dell’asfalto, cittadino. Non
è l’osmanto né lo statice ma sono la pratolina
e la mammola. Bisogna saper riconoscere
i segni premonitori di un rigido inverno e
tirare avanti, fare come i giardinieri planetari che,
anche se non li hai mai visti, non vengono meno
al loro dovere. Non sono degli spettri
quelli che pettinano l’erba del prato, nel parco pubblico,
quelli che la pareggiano eliminando ogni discontinuità.

*

*

2.

Durante la notte lei appoggiava la schiena
sul mio petto ed era così che stavano le cose
per lungo tempo, un intreccio lento di creta
confusa rimodellata nel sale. La nostra nave
tagliente e pallida. Un estuario dall’acqua
torbida ci accerchiava allontanando da noi
scadenze e previsioni. Per le strade non
sarebbe andato nessuno ancora per alcune ore,
la stanza, la casa, il quartiere, la città e noi soli
addormentati come annegati; è un abisso
ora inaccessibile, quello degli annegati ricongiunti.

*

*

3.

Se, quando sarò in ufficio, ti venisse fame
vai laggiù, vai alla macelleria marocchina.
Le tende di perline sono nascoste dagli aranci
e dalla pensilina della corriera;
fa’ attenzione a non andare oltre, lascia
che siano le risa, le corse, dei bambini
intermittenti, a guidarti sino a lì. In quel posto,
ne sono sicuro, troverai quell’ospitalità
che cerchi da molto tempo – i proprietari
non rifiutano a nessuno tajin, versano, copioso,
un tè alla menta capace di mettere un vortice
di scale davanti ai tuoi occhi: il vapore sale
sino alla sūra dorata, supera il ritratto
di due mani aperte, si avvicina alla nera
travatura del soffitto, va su, dove
si disfanno le coincidenze. Ti suggerisco
di prendere la carne, la cuociono con una
piastra di ferro, e poi la mettono in una
baguette. Potrai indicare tu stesso,
nel banco frigo, le cose da te preferite – non
mancano i rognoni, il fegato, le cosce
di tacchino, le spalle della capra. Ogni parte
dell’animale è già stata sminuzzata e attende
di essere arrostita. La carne aspetta sopra
a piatti di plastica viola e arancioni, ci sono
peperoncini rossi e altri ancora, verdi. Olive
bianche, cumino fresco, prezzemolo, circondano
i piatti – è una fitta boscaglia cresciuta sulle sponde
di un lago salato. Il cervello di capra è grande
come il cuore di un uomo e, se tu lo dovessi scegliere,
mi raccomando, non eccedere con l’harissa, l’harissa
può coprirne il debole sapore di azoto; quello che
rimane nelle gengive, nei molari, fino
al giorno seguente.

*

*

4.

L’odore di terra metallica era entrato in casa,
proveniva dai rami spezzati dallo schianto,
era stato un furgone dei surgelati, in retromarcia.
Le arance erano cadute sul marciapiede, con l’apparato
di deboli foglie. Questo lei non lo sapeva e non
le sarebbe importato – ma il sapore della linfa
sugli occhi le aveva riportato alla memoria
la potatura delle siepi di tuie e suo zio. Quello
stesso giorno, un fine settimana agli inizi di giugno
di una decina di anni prima, avevano piantato
un girasole sotto alla finestra della cucina.
Lo stesso giorno aveva trovato la talpa. La talpa,
immobile, era infestata dalle larve. Era stato
il suo primo incontro con la morte
e non aveva pianto. Con quel pensiero davanti
agli occhi ebbe il sospetto che le pareti, il palazzo,
il suo soggiorno, stessero vibrando.
Decise di trattenere il fiato, per qualche secondo,
nel tentativo di comprendere che cosa
stesse accadendo, trattenendo il fiato e chiudendo
gli occhi avrebbe identificato le cause di quel
fenomeno (terremoto?). Il suono era debole ma
stava aumentando, si mischiava a quelli
del suo corpo, i suoi tessuti non opponevano
alcuna resistenza. Il suono così aveva modo di legarsi
ai globuli rossi, ai linfociti T, ai fagociti, a ogni
sua cellula. Il suono andava da una parte all’altra,
rimbalzava e l’epidermide lo circondava
impedendogli di uscire e così quello
si accumulava condensandosi sugli organi.
Quale ne fosse l’origine non le era possibile
comprenderlo, per quanto lei si sforzasse. Forse
era l’aria stessa che si scuoteva come un vetro
che sta per rompersi. L’aria, era l’aria?
A contrarsi e poi distendersi, come un muscolo
completo, come percorsa dagli spasmi
di un tetano generalizzato. Poteva essere
qualche cosa al di là del muro, nell’appartamento
dei vicini, o lontana, lontana e mastodontica, una
macchina capace di proiettare un’ombra al
margine estremo del potenziale campo visivo.
Era il suono di una macchina. Di questo
si stava convincendo. Non una macchina qualsiasi,
non la betoniera. Era la macchina della fine dei tempi.
Un setaccio che gira e gira e frantuma le strade,
le palazzine, le automobili parcheggiate,
le barche in rada e i crocieristi. La macchina
rompe ogni involucro, libera le sostanze.

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