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Francesco Petrarca, sestina LXVI

Winter Sleep

Oggi inauguriamo una serie di pubblicazioni dedicate a testi di autori vissuti tra il Tre e il Seicento. La scelta delle poesie e il commento che le accompagna sono a cura di Marco Malvestio. (Le pubblicazioni usciranno il venerdì e avranno cadenza bisettimanale, in alternanza con la rubrica del sabato).

*

*

L’ aere gravato, et l’ importuna nebbia
compressa intorno da rabbiosi vènti
tosto conven che si converta in pioggia;
et già son quasi di cristallo i fiumi,
e ‘n vece de l’ erbetta per le valli
non se ved’ altro che pruine et ghiaccio.

Et io nel cor via piú freddo che ghiaccio
ò di gravi pensier’ tal una nebbia,
qual si leva talor di queste valli,
serrate incontra agli amorosi vènti,
et circundate di stagnanti fiumi,
quando cade dal ciel piú lenta pioggia.

In picciol tempo passa ogni gran pioggia,
e ‘l caldo fa sparir le nevi e ‘l ghiaccio,
di che vanno superbi in vista i fiumi;
né mai nascose il ciel sí folta nebbia
che sopragiunta dal furor d’ i vènti
non fugisse dai poggi et da le valli.

Ma, lasso, a me non val fiorir de valli,
anzi piango al sereno et a la pioggia
et a’ gelati et a’ soavi vènti:
ch’ allor fia un dí madonna senza ‘l ghiaccio
dentro, et di for senza l’ usata nebbia,
ch’ i’ vedrò secco il mare, e’ laghi, e i fiumi.

Mentre ch’ al mar descenderanno i fiumi
et le fiere ameranno ombrose valli,
fia dinanzi a’ begli occhi quella nebbia
che fa nascer d’ i miei continua pioggia,
et nel bel petto l’ indurato ghiaccio
che trâ del mio sí dolorosi vènti.

Ben debbo io perdonare a tutti vènti,
per amor d’ un che ‘n mezzo di duo fiumi
mi chiuse tra ‘l bel verde e ‘l dolce ghiaccio,
tal ch’ i’ depinsi poi per mille valli
l’ ombra ov’ io fui, ché né calor né pioggia
né suon curava di spezzata nebbia.

Ma non fuggío già mai nebbia per vènti,
come quel dí, né mai fiumi per pioggia,
né ghiaccio quando ‘l sole apre le valli.

*

***

La sestina è una forma ripetitiva e chiusa, che traccia uno schema ermetico (un quadrato magico) che non ammette fughe, e che, nella sua suggestiva macchinosità, annega la possibilità del canto escludendo la rima. Ripetitività, circolarità, e dunque, in sostanza, immobilità. Qui, una serie di variazioni sul tema si sussegue fino al ritorno al punto di partenza: il mondo è avvolto dall’inverno; l’io lirico e Laura sono simili al paesaggio invernale, immobilizzati nel gelo della propria sofferenza il primo e della propria indifferenza la seconda; il calore e la vita, invece, si situano in un passato irraggiungibile, perché l’apertura all’estate che l’ultima strofa evoca compare solo per negare la propria stessa possibilità: con la fretta con cui si sciolgono le nevi e svaniscono le nebbie, ecco che quel momento è passato. E la sestina, idealmente, può ricominciare da capo.

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