Elizabeth Bishop, L’Uomo-Falena

bishop

In attesa dell’inizio del nuovo ciclo e per non lasciare soli i nostri lettori, in questi giorni continueremo a pubblicare la rubrica ‘La poesia del sabato’.

*

da E. Bishop, Miracolo a colazione, trad. di D. Abeni, R. Duranti e O. Fatica, Milano, Adelphi, 2005, pp. 38-41.

*

*

L’Uomo-Falena*

Quassù
a turare le crepe è un chiardiluna pesto.
L’intera ombra dell’Uomo non è più grande del cappello.
Sta ai suoi piedi come il cerchio alla base di una bambola,
facendo di lui uno spillo invertito, la punta calamitata dalla luna.
Non la vede, la luna; ne osserva solo le vaste proprietà,
avvertendo la strana luce sulle mani, né calda né fredda,
di una temperatura impossibile da registrare col termometro.

Ma quando l’Uomo-Falena
fa la sua rara visita di circostanza in superficie,
vede una luna un po’ diversa. Eccolo emergere
da un’apertura sotto il bordo di un marciapiede
per poi nervosamente dare la scalata alle facciate delle case.
E’ convinto che la luna sia un forellino in cima al cielo,
la riprova che il cielo non offre riparo.
Trema, ma fin dove può arrampicarsi ha da indagare.

Su per le facciate,
l’ombra uno strascico simile al panno di un fotografo,
s’arrampica in misura spaventevole, convinto che stavolta riuscirà
a infilare la testina in quel pertugio tondo e netto
e a riversarsi, come da un tubo, in spire nere sulla luce.
(L’Uomo, sotto di lui, non si fa certe illusioni).
Ma quel che più teme, quello l’Uomo-Falena deve fare, pur se
fallisce, è ovvio, ricadendo spaurito ma incolume.

E poi ritorna
ai pallidi sotterranei di cemento, sua dimora. Svolazza,
impazza e non ce la fa a salire sui treni silenziosi
in fretta come vorrebbe. Le porte si richiudono di scatto.
L’Uomo-Falena siede sempre in senso inverso
rispetto alla direzione e il treno, senza cambi di marcia
né passaggi graduali, parte a razzo.
Lui non sa dire a che velocità viaggi a ritroso.

Ogni notte è lì
a farsi trascinare nei tunnel artificiali, a sognare sogni ricorrenti.
Come le traversine sotto il treno, sotto la mente in fuga
ricorrono i sogni. Non osa guardare dal finestrino,
perché la terza rotaia, l’ininterrotta dose di veleno,
scorre lì accanto. Lui lo ritiene un male
per cui è predisposto. E come ad altri avvolgersi
nelle sciarpe, a lui tocca tener le mani in tasca.

Se lo beccate,
puntategli una torcia nell’occhio. E’ tutto una pupilla scura,
una notte in sé compiuta, il cui orizzonte cigliato si restringe
mentre vi fissa e chiude l’occhio. Allora dalle palpebre una lacrima,
unico suo bene, come per l’ape il pungiglione, sfugge.
Furtivamente la raccoglie in palmo di mano e, se vi distraete,
l’ingoierà. Ma basta stare in guardia ed è pronto a consegnarla,
fresca come da fonte sotterranea e così pura da poterla bere.

*Refuso apparso su un giornale in luogo di Mammoth.

*

*

*

The Man-Moth*

Here, above
cracks in the buildings are filled with battered moonlight.
The whole shadow of Man is only as big as his hat.
It lies at his feet like a circle for a doll to stand on,
and he makes an inverted pin, the point magnetized to the moon.
He does not see the moon; he observes only her vast properties,
feeling the queer light on his hands, neither warm nor cold,
of a temperature impossible to record in thermometers.

But when the Man-Moth
pays his rare, although occasional, visits to the surface,
the moon looks rather different to him. He emerges
from an opening under the edge of one of the sidewalks
and nervously begins to scale the faces of the buildings.
He thinks the moon is a small hole at the top of the sky,
proving the sky quite useless for protection.
He trembles, but must investigate as high as he can climb.

Up the façades,
his shadow dragging like a photographer’s cloth behind him,
he climbs fearfully, thinking that this time he will manage
to push his small head through that round clean opening
and be forced through, as from a tube, in black scrolls on the light.
(Man, standing below him, has no such illusions).
But what the Man-Moth fears most he must do, although
he fails, of course, and falls back scared but quite unhurt.

Then he returns
to the pale subways of cement he calls his home. He flits,
he flutters, and cannot get aboard the silent trains
fast enough to suit him. The doors close swiftly.
The Man-Moth always seats himself facing the wrong way
and the train starts at once at its full, terrible speed,
without a shift in gears or a gradation of any sort.
He cannot tell the rate at which he travels backwards.

Each night he must
be carried through artificial tunnels and dream recurrent dreams.
Just as the ties recur beneath his train, these underlie
his rushing brain. He does not dare look out the window,
for the third rail, rhe unbroken draught of poison,
runs there beside him. He regards it as a disease
he has inherited the susceptibility to. He has to keep
his hands in his pockets, as others must wear mufflers.

If you catch him,
hold up a flashlight to his eye. It’s all dark pupil,
an entire night itself, whose haired horizon tightens
as he stares back, and closes up the eye. Then from the lids
one tear, his only possession, like the bee’s sting, slips.
Slyly he palms it, and if you’re not paying attention
he’ll swallow it. However, if you watch, he’ll hand it over,
cool as from underground springs and pure enough to drink.

*Newspaper misprint for «mammoth».

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