Valentina Murrocu, Inediti

Gary Winogrand, Los Angeles (1969)

*

*

Baricentro

Percepisco ora tre forze
come in resa plastica ed io non
so trovarne il baricentro non
so come possa io farle collimare e fisso
la macchia verde sul corpo nudo in tensione come
la vergogna che fingo di provare verso questi oggetti -il bicchiere
vuoto, la candela, la luce della stessa attraverso
il bicchiere – o me in relazione ad essi non
so se sussistano o stiano per una convergenza
degli sguardi o delle stesse tre forze – ne aggiungo
una quarta, me stessa ampliata dal riflesso: è non
poter negare di avvertire il conflitto
che mi è immanente o non
volermi opporre essendo maggio e avendo tu scelto – proprio me,
me, qui. È non sapere cosa mi comporti
il renderti cosa fra cose quando sento la vita espandersi e mi
compiaccio se vado troppo oltre e ti calpesto
sotto la trama di eventi che ora, qui, me redime – e non respiro.

*

*

Viva-voce

Il bambino che vuole uscire e non
è in grado questo tuo cesareo
mi attanaglia, il ricordo
della rabbia che affiora -quasi
un’arteria che pulsa – e premi
contro i polsi l’alcool
che calmi la febbre: non
parli o l’eco è lontana
quella che in viva-voce sento manca
lo stupore e intanto conto i piatti
sporchi sul tavolo sapere esistere
quasi vinco al tuo posto la paura
che attribuisci a te e non
comprendo; ma è tardi, mi dico allo
specchio -quasi disumana come
in prova – e solo sfrutto il tuo disagio
ne scrivo faccio leggere. E non
chiedere se sia giusto o sbagliato,
soltanto questa fede mi sostiene
veramente.

*

*

Dominio della lotta

Danno un nome all’ingombro mentale
questi tuoi oggetti e non
mi servono ora che il verde
esistere in lotta tra i mattoni
in Piazza del Campo mi apre
all’equivoco delle tue ciocche; oggi
ti ho vista per strada ho cercato il tuo sguardo
a lungo sotto la pioggia mercoledì
sera volevo parlarti capire questa angoscia
instagrammata: urtare questo e non
scomporsi trovarmi davanti una nebbia – le nove
del mattino – o solo non
rimuovere questa patina in superficie
che mi agevola il respiro. Tuttavia questo viso
dai molti nomi senza che ne possieda alcuno
mi enumera un contrasto forse una coincidenza: è
vedere se stessa offerta alla vita quasi
per sovrabbondanza come in semplificazione.

*

*

Giustificazione

Avverto al fiume un imbarazzo che va oltre
quello dei militari contro il muro del suono forgio
una reazione alle emissioni di voce fingo
uno stupore mi domando
il come dell’acqua trasparente – quasi
mi rimproverasse una priorità dell’occhio, dico
il tronco su cui poggio i sassi questo
cedimento ai sensi. È provare una vergogna misurata
mentre enumero me stessa tra le cose che giustifico come
mancasse distanza autentica tra il mio corpo il tronco l’acqua quello
che dico mondo: questa collezione per frammenti – io ente
circondato da enti a me non
dissimili- mi ripete un ordine di forze che si espande
come il rombo ora dilata il mio disturbo o
il collirio amplifica la percezione. Questo
bene nelle cose.

*

*

Appartenenza

Quando alle sette e venti la massa elastica
dell’erba mi delimita lo spazio
neuronale – lo dico mio, mento – come
una rassegnazione uno stupore composto
mi attraversa: cominciare a esistere
contro gli alberi lungo il viale avvertire
il passante intorpidito come altro
da me isolare la dimensione
indicibile al fondo delle cose tuttavia nominarle
per nasconderla – le Air Max l’Iphone
la playlist su Spotify. Questo
rientro che diciamo coscienza – scrivere
in prima persona tenermi
presente a me stessa – non
è che il gioco del mondo cui non
voglio sottrarmi quando ripercorro
gli stati mentali nell’asma della corsa
e ne rivendico l’appartenenza.

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