Francis Ponge, Proemi

Ben Fry, Don Quijote Valence

Traduzioni di Francesca Ippoliti

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Promemoria

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Incredibile che io possa dimenticare, che io dimentichi facilmente e ogni volta per così tanto tempo, l’unico principio a partire dal quale si possono scrivere opere interessanti e scriverle bene. Forse non ho mai saputo definirlo a me stesso chiaramente, cioè in modo rappresentativo o memorabile.
A tratti si formula nel mio spirito, ma è vero non come un assioma o una massima: è come un giorno di sole dopo mille giorni bui, o piuttosto (poiché riguarda meno la natura che l’artificio, e più esattamente ancora il progresso dell’artificio) come la luce improvvisa di una lampadina in una casa fino ad allora illuminata a petrolio… Ma l’indomani avremmo dimenticato che l’elettricità è stata appena installata e ricominceremmo con fatica a caricare le lampade, a cambiare gli stoppini, a bruciarsi le dita sui vetri, a essere mal illuminati…
«Bisogna innanzi tutto decidersi in favore del proprio spirito e del proprio gusto. Poi bisogna prendersi il tempo, e il coraggio, d’esprimere tutto il proprio pensiero a proposito del soggetto scelto (e non conservare solo le espressioni che sembrano brillanti o caratteristiche). Infine, bisogna dire tutto semplicemente, fissandosi come scopo non la seduzione ma la convinzione.»

(1935)

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Le stalle di Augia

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L’insieme delle cose avvilenti a Parigi salta agli occhi, spacca i timpani.
Ogni notte, probabilmente, nei quartieri desolati dove il traffico si ferma qualche ora, possiamo dimenticarcene. Ma fin dal primo mattino si impone fisicamente con un’impellenza, un tumulto, un tono così eccessivo, che non può restare nessun dubbio sulla sua mostruosità.
Questa fiumana di camion e di auto, questi quartieri dove non alloggia più nessuno tranne le merci o i documenti delle compagnie che le trasportano, queste strade dove il miele della produzione scorre a fiotti, dove non c’è mai nient’altro per i nostri amici del liceo che si buttarono a capofitto dalla filosofia e una volta per tutte nell’olio o nel camembert, quest’altra categoria di uomini, conosciuti non altrimenti che per le loro collezioni, quelli che si ammazzano perché si sono «rovinati», questi governi di affaristi e di mercanti, passi ancora, se non ci obbligassero a prenderne parte, se non ci tenessero la testa con la forza, se tutto questo non parlasse così forte, se non fosse il solo a parlare.
Ecco, per colmo dell’orrore, all’interno di noi stessi, lo stesso ordine sordido parla, perché non abbiamo a nostra disposizione altre parole né altre parole grandi (o frasi, cioè altre idee) che quelle prostituite in eterno dall’uso giornaliero. Per noi è come per dei pittori che non abbiano altro a disposizione in cui immergere i pennelli che un immenso vaso dove a partire dalla notte dei tempi tutti abbiano diluito i loro colori.
…Ma già l’averne preso coscienza ci salva in parte, e non resta altro che crepare d’imitazioni, di trucchi, di rubriche, di procedimenti, e rimediare agli errori secondo il principio del cattivo gusto, infine provare a far apparire l’idea in filigrana con illuminazioni astute, in mezzo a questo gioco faticoso di abuso reciproco. Non si tratta di pulire le stalle di Augia, ma di affrescarle con il loro stesso letame: un lavoro commovente e che richiede un cuore più saldo e più finezza e perseveranza di quanto fu richiesto a Ercole per il suo lavoro di semplice e grossolana moralità.

(1929-1930)

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Retorica

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Suppongo che si tratti di salvare qualche ragazzo dal suicidio e qualcun altro dall’arruolamento nella polizia o nei pompieri. Penso a quelli che si suicidano per disgusto, perché credono che «gli altri» abbiano troppo spazio in loro stessi.
Possiamo dire loro: date almeno la parola alla minoranza di voi stessi. Siate poeti. Quelli risponderanno: ma è soprattutto così, è proprio così che sento gli altri in me stesso, quando provo ad esprimermi non mi riesce. Le parole sono già pronte e si esprimono: esse non mi esprimono per niente. È proprio così che soffoco.
È allora che insegnare l’arte di resistere alle parole diventa utile, l’arte di non dire altro che quello che si vuole dire, l’arte di violentarle e di sottometterle. In fin dei conti, fondare una retorica, o piuttosto insegnare a ciascuno l’arte di fondare la propria retorica, è un’opera di salute pubblica.
Questo salva le sole, le rare persone che importa salvare: quelle che hanno la consapevolezza e la preoccupazione e il disgusto degli altri in se stesse.
Quelle che possono far avanzare lo spirito e, letteralmente, cambiare il volto delle cose.

(1929-1930)

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da Introduzione al ciottolo

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A ogni desiderio di evasione, opporre la contemplazione e le sue risorse. Inutile partire: trasferirsi nelle cose, che vi riempono d’impressioni nuove, vi propongono un milione di qualità inedite.
Personalmente, sono le distrazioni che mi infastidiscono, è in prigione o in cella o da solo in campagna che mi annoierei di meno. In qualsiasi altro luogo, qualsiasi cosa io faccia, ho l’impressione di perdere tempo. Inoltre, la ricchezza di proposizioni contenute nel più piccolo oggetto è così grande che ancora non concepisco la possibilità di render conto di altre cose se non le più semplici: una pietra, un’erba, il fuoco, un pezzo di legno, un pezzo di carne.
Gli spettacoli che sembrerebbero a qualcun altro i meno complicati, come per esempio, semplicemente, il viso d’un uomo sul punto di parlare, o di un uomo che dorme, o una qualsiasi manifestazione di attività presso un essere vivente, mi sembrano di gran lunga troppo difficili e carichi di significati inediti (da scoprire, poi da legare dialetticamente) perché io possa pensare di attaccarmici troppo tempo. Allora, come potrei descrivere una scena, fare la critica di uno spettacolo o di un’opera d’arte? Non ho a riguardo nessuna opinione, non potendo nemmeno conquistare la minima impressione un po’ giusta o completa.

(1933)

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da Introduzione al ciottolo

Così dunque, per quanto ridicolo e pretenzioso possa sembrare, ecco qual è più o meno il mio disegno: vorrei scrivere una sorta di De rerum natura. La differenza con i poeti contemporanei si vede bene: non sono delle poesie che voglio comporre, ma una sola cosmogonia.
Ma come rendere possibile questo disegno? Considero lo stato attuale delle scienze: biblioteche intere su ogni parte di ciascuna d’esse… Dovrei dunque cominciare a leggerle e a studiarle? Numerose vite non basterebbero. In mezzo all’enorme estensione e quantità di conoscenze acquisite da ciascuna scienza, nel numero crescente di scienze, siamo perduti. Il partito migliore da prendere è dunque considerare ignote tutte le cose e camminare o distendersi sotto gli alberi o sull’erba e ricominciare tutto dall’inizio.

(1933)

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Mémorandum

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Étonnant que je puisse oublier, que j’oublie si facilement et chaque fois pour si longtemps, le principe à partir duquel seulement l’on peut écrire des œuvres intéressantes, et les écrire bien. Sans doute, c’est que je n’ai jamais su me le définir clairement, enfin d’une manière représentative ou mémorable.
De temps à autre il se produit dans mon esprit, non pas il est vrai comme un axiome ou une maxime: c’est comme un jour ensoleillé après mille jours sombres, ou plutôt (car il tient moins de la nature que de l’artifice, et plus exactement encore d’un progrès de l’artifice) comme la lumière d’une ampoule électrique tout à coup dans une maison jusqu’alors éclairée au pétrole… Mais le lendemain on aurait oublié que l’électricité vient d’être installée, et l’on recommencerait à grand-peine à garnir des lampes, à changer des mèches, à se brûler les doigts aux verres, et à être mal éclairé…
«Il faut d’abord se décider en faveur de son propre esprit et de son propre goût. Il faut ensuite prendre le temps, et le courage, d’exprimer toute sa pensée à propos du sujet choisi (et non seulement retenir les expressions qui vous paraissent brillantes ou caractéristiques). Il faut enfin tout dire simplement, en se fixant pour but non les charmes, mais la conviction.»

(1935)

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Les écuries d’Augias

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L’ordre des choses honteux à Paris crève les yeux, défonce les oreilles.
Chaque nuit, sans doute, dans le quartiers sombres où la circulation cesse quelques heures, l’on peut l’oublier. Mais dès le petit jour il s’impose physiquement par une précipitation, un tumulte, un ton si excessif, qu’il ne peut demeurer aucun doute sur sa monstruosité.
Ces ruées de camions et d’autos, ces quartiers qui ne logent plus personne mais seulement des marchandises ou les dossiers des compagnies qui les transportent, ces rues ou le miel de la production coule à flots, ou il ne s’agit plus jamais d’autre chose, pour nos amis de lycée qui sautèrent à pieds joints de la philosophie et une fois pour toutes dans les huiles ou le camembert, cette autre sorte d’hommes qui ne sont connus que par leurs collections, ceux qui se tuent pour avoir été «ruinés», ces gouvernements d’affairistes et de marchands, passe encore, si l’on ne nous obligeait pas y prendre part, si l’on ne nous y maintenait pas de force la tête, si tout cela ne parlait pas si fort, si cela n’était pas seul à parler.
Hélas, pour comble d’horreur, à l’intérieur de nous-mêmes, la même ordre sordide parle, parce que nous n’avons pas à notre disposition d’autres mots ni d’autres grands mots (ou phrase, c’est-à-dire d’autres idées) que ceux qu’un usage journalier dans ce monde grossier depuis l’éternité prostitue. Tout se passe pour nous comme pour des peintres qui n’auraient à leur disposition pour y tremper leur pinceaux qu’un même immense pot où depuis la nuit des temps tous auraient eu à délayer leurs couleurs.
…Mais déjà d’en avoir pris conscience l’on est à peu près sauvé, et il ne reste plus qu’à se crever d’imitations, de fards, de rubriques, de procédés, à arranger des fautes selon les principes du mauvais goût, enfin à tenter de faire apparaître l’idée en filigrane par des ruses d’éclairage au milieu de ce jeu épuisant d’abus mutuels. Il ne s’agit pas de nettoyer les écuries d’Augias, mais de les peindre à fresque au moyen de leur propre purin: travail émouvant et qui demande un cœur mieux accroché et plus de finesse et de persévérance qu’il n’en fut exigé d’Hercule pour son travail de simple et grossière moralité.

(1929-1930)

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Rhétorique

Je suppose qu’il s’agit de sauver quelques jeunes hommes du suicide et quelques autres de l’entrée aux flics ou aux pompiers. Je pense à ceux qui se suicident par dégoût, parce qu’ils trouvent que «les autres» on trop de part en eux-mêmes.
On peut leur dire: donnez tout au moins la parole à la minorité de vous-mêmes. Soyez poètes. Il répondront: mais c’est là surtout, c’est là encore que je sens les autres en moi-même, lorsque je cherche à m’exprimer je n’y parviens pas. Les paroles sont toutes faites et s’expriment: elles ne m’expriment point. Là encore j’étouffe.
C’est alors qu’enseigner l’art de résister aux paroles devient utile, l’art de ne dire que ce que l’on veut dire, l’art de les violenter et de les soumettre. Somme toute fonder une rhétorique, ou plutôt apprendre à chacun l’art de fonder sa propre rhétorique, est une œuvre de salut public.
Cela sauve les seules, les rares personnes qu’il importe de sauver: celles qui ont la conscience et le souci et le dégoût des autres en eux- mêmes.
Celles qui peuvent faire avancer l’esprit, et à proprement parler changer la face des choses.

(1929-1930)

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dans Introduction au «Galet»

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À tout désir d’évasion, opposer la contemplation et ses ressources. Inutile de partir: se transférer aux choses, qui vous comblent d’impressions nouvelles, vous proposent un million de qualités inédites.
Personellement ce sont les distractions qui me gênent, c’est en prison ou en cellule, seul à la campagne que je m’ennuierais le moins. Partout ailleurs, et quoi que je fasse, j’ai l’impression de perdre mon temps. Même, la richesse de propositions contenues dans le moindre objet est si grande, que je ne conçois pas encore la possibilité de rendre compte d’aucune autre chose que des plus simples: une pierre, une herbe, le feu, un morceau de bois, un morceau de viande.
Les spectacles qui paraîtraient à d’autres les moins compliqués, comme par exemple simplement le visage d’un homme sur le point de parler, ou d’un homme qui dort, ou n’importe quelle manifestation d’activité chez une être vivant, me semblent encore de beaucoup trop difficiles et chargés de significations inédites (à découvrir, puis à relier dialectiquement) pour que je puisse songer a m’y atteler de longtemps. Dès lors, comment pourrais-je décrire une scène, faire la critique d’un spectacle ou d’un œuvre d’art? Je n’ai là-dessus aucune opinion, n’en pouvant même conquérir la moindre impression un peu juste, ou complète.

(1933)

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dans Introduction au «Galet»

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Ainsi donc, si ridiculement prétentieux qu’il puisse paraître, voici quel est à peu près mon dessein: je voudrais écrire une sorte de De natura rerum. On voit bien la différence avec le poètes contemporains: ce ne sont pas des poèmes que je veux composer, mais une seule cosmogonie.
Mais comment rendre ce dessein possible? Je considère l’état actuel des sciences: des bibliothèques entières sur chaque partie de chacune d’elles… Faudrait-il donc que je commence par les lire, et les apprendre? Plusieurs vie n’y suffiraient pas. Au milieu de l’énorme étendue et quantité des connaissances acquises par chaque science, du nombre accru des sciences, nous sommes perdus. Le meilleur parti à prendre est donc de considérer toutes choses comme inconnues, et de se promener ou de s’étendre sous bois ou sur l’herbe, et de reprendre tout du début.

(1933)

 

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