Senza categoria

T. S. Eliot, The Love Song of J. Alfred Prufrock

T. S. Eliot

In occasione del cinquantesimo anniversario della sua morte, pubblichiamo The Love Song of J. Alfred Prufrock di T. S. Eliot, tradotta da Pier Giovanni Adamo.

*

S’io credesse che mia risposta fosse
A persona che mai tornasse al mondo,
Questa fiamma staria senza più scosse.
Ma perciocché giammai di questo fondo
Non tornò vivo alcun, s’i’odo il vero,
Senza tema d’infamia ti rispondo.

*
*

Andiamo allora, tu e io,
Quando la sera è distesa contro il cielo
Come una paziente in anestesia sopra un tavolo;
Andiamo, lungo certe strade semideserte,
Mormoranti rifugi
Di notti smaniose in squallidi alberghi d’occasione
E ristoranti pieni di segatura e gusci d’ostriche:
Strade che si susseguono come una discussione noiosa
Col subdolo intento
Di condurti a una domanda soffocante…
Tu non chiedere “Qual è?”,
Andiamo e facciamo la nostra visita.

Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

La nebbia gialla che sfrega la schiena contro le finestre,
Il fumo giallo che sfrega il muso sulle finestre,
Ha leccato con la lingua i recessi della sera,
Ha indugiato sulle pozze che ristagnano negli scoli,
Si è lasciato cadere sulla schiena la fuliggine che cade dai camini,
È scivolato dalla terrazza, con un salto improvviso,
E scorgendo che era una soffice notte d’ottobre,
S’è avvoltolato intorno alla casa, e si è assopito.

E davvero ci sarà un tempo
Per il fumo giallo che dilegua per la strada,
Strusciando la schiena contro le finestre;
Ci sarà un tempo, ci sarà un tempo
Per apparecchiare una faccia che incontri le facce che incontri;
Ci sarà un tempo per uccidere e generare,
E un tempo per tutte le opere e i giorni delle mani
Che sollevano e posano una domanda nel tuo piatto;
Un tempo per te e un tempo per me,
E ancora un tempo per un centinaio d’indecisioni,
E altrettante visioni e revisioni,
Prima di prendere un tè con i toast.

Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

E davvero ci sarà un tempo
Per chiedersi “Oserò mai?” e “Oserò mai?”,
Un tempo per voltarsi e scendere le scale,
Con una chiazza calva al centro dei miei capelli –
(Diranno: “I suoi capelli si sono talmente diradati!”)
La mia giacca elegante, il mio colletto che sale rigido fino al mento,
La mia cravatta ricca e modesta, ma impreziosita da una sobria spilla –
(Diranno: “Le sue braccia e le sue gambe sono talmente esili!”)
Oserò mai
Importunare l’universo?
In un minuto c’è tempo
Per decisioni e revisioni che un minuto può rovesciare.

Perché li ho già conosciuti tutti, li ho conosciuti tutti:
Ho conosciuto le sere, i mattini, i pomeriggi,
Ho dosato la mia vita a cucchiaini;
Conosco le voci che muoiono in un calare morente
Sotto la musica da una stanza lontana.
*   *Allora come potrei rischiare?

E ho già conosciuto gli occhi, li ho conosciuti tutti –
Gli occhi che ti fissano in una frase formulata,
E quand’io sono formulato e mi divincolo su una spilla,
Quando sono appuntato e mi contorco al muro
Allora come potrei cominciare
A sputare tutti i mozziconi dei miei giorni e delle mie abitudini?
*   *E come potrei rischiare?

E ho già conosciuto le braccia, le ho conosciute tutte –
Braccia ingioiellate e bianche e nude
(Ma alla luce delle lampade, svilite da una sottile peluria bruna!)
Viene da un vestito il profumo
Che mi perde in questo modo?
Braccia abbandonate lungo un tavolo, o avvolte da uno scialle.
*   *E come potrei rischiare?
*   *E come potrei cominciare?

*                                                             *. . . . .

Potrò dire: ho camminato all’imbrunire per strade anguste
E ho osservato il fumo levarsi dalle pipe
Di uomini soli in maniche di camicie, affacciati alle finestre?…

Avrei dovuto essere un paio di ruvide chele
Che fuggono sul fondo di mari silenti.

*                                                             *. . . . .

E il pomeriggio, la sera, dorme così serenamente!
Lisciata da lunghe dita,
Addormentata… stanca… forse si finge malata,
Sdraiata sul pavimento, qui vicino a te e me.
Dovrei, dopo il tè e i dolci e i gelati,
Avere la forza di spingere l’attimo alla sua crisi?
Ma sebbene io abbia pianto e digiunato, pianto e pregato,
Sebbene io abbia visto la mia testa (ormai un po’ calva) servita su un vassoio,
Non sono un profeta – e non ha molta importanza;
Ho visto vacillare il momento della mia grandezza,
E ho visto l’eterno Domestico porgermi il cappotto, e sogghignare,
E a farla breve, ho avuto paura.

E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
Dopo le tazze, la marmellata, il tè,
Tra la porcellana, tra qualche chiacchiera tua e mia,
Ne sarebbe valsa la pena,
Di aver affrontato la faccenda con un sorriso,
Di aver strizzato l’universo in una palla
Da far rotolare verso qualche domanda soffocante,
E dire: “Io sono Lazzaro, tornato dal regno dei morti,
Tornato a dirvi tutto, io vi dirò tutto” –
Se qualcuna, sistemandosi un cuscino sotto il capo,
*   *Dicesse: “Non intendevo affatto questo;
*   *Non è affatto così.”

E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
Ne sarebbe valsa la pena,
Dopo i tramonti e i cortili e le strade bagnate dalla pioggia,
Dopo i romanzi, dopo le tazze da tè, dopo le gonne trascinate sul pavimento –
E questo, e tanto altro ancora? –
È impossibile dire cosa intendo!
Ma come se una lanterna magica proiettasse la trama dei nervi su uno schermo:
Ne sarebbe valsa la pena
Se qualcuna, sistemandosi un cuscino o togliendosi uno scialle,
E voltandosi verso la finestra, dicesse:
*   *“Non è affatto così,
*   *Non intendevo affatto questo.”

*                                                             *. . . . .

No! Non sono il Principe Amleto, né ero destinato ad esserlo;
Sono un cortigiano, uno fatto
Per riempire le fila d’un corteo, per dare il via a una scena o due,
Per consigliare il principe; senza dubbio, un buon burattino,
Ossequioso, felice di rendersi utile,
Avveduto, cauto, e meticoloso;
Prodigo di frasi memorabili, ma un po’ scemo;
A volte, in effetti, quasi ridicolo –
Quasi, a volte, il Giullare.

Divento vecchio… Divento vecchio…
Porterò i pantaloni arrotolati in fondo.

Mi farò la scriminatura sulla nuca? Oserò mangiare una pesca?
Indosserò pantaloni di flanella bianca, e passeggerò sulla spiaggia.
Ho udito le sirene cantare, ognuna all’altra.

Non credo canteranno per me.

Le ho viste al largo cavalcare le onde
Pettinando la candida cresta delle onde risospinte
Quando il vento ingolfa l’acqua bianca e nera.

Abbiamo indugiato nelle camere del mare
Accanto alle nereidi intrecciate d’alghe rosse e brune
Fino a che le voci umane ci svegliano, e anneghiamo.

*

***

*

S’io credesse che mia risposta fosse
A persona che mai tornasse al mondo,
Questa fiamma staria senza piu scosse.
Ma percioche giammai di questo fondo
Non torno vivo alcun, s’i’odo il vero,
Senza tema d’infamia ti rispondo.

*
*

Let us go then, you and I,
When the evening is spread out against the sky
Like a patient etherized upon a table;
Let us go, through certain half-deserted streets,
The muttering retreats
Of restless nights in one-night cheap hotels
And sawdust restaurants with oyster-shells:
Streets that follow like a tedious argument
Of insidious intent
To lead you to an overwhelming question …
Oh, do not ask, “What is it?”
Let us go and make our visit.

In the room the women come and go
Talking of Michelangelo.

The yellow fog that rubs its back upon the window-panes,
The yellow smoke that rubs its muzzle on the window-panes,
Licked its tongue into the corners of the evening,
Lingered upon the pools that stand in drains,
Let fall upon its back the soot that falls from chimneys,
Slipped by the terrace, made a sudden leap,
And seeing that it was a soft October night,
Curled once about the house, and fell asleep.

And indeed there will be time
For the yellow smoke that slides along the street,
Rubbing its back upon the window-panes;
There will be time, there will be time
To prepare a face to meet the faces that you meet;
There will be time to murder and create,
And time for all the works and days of hands
That lift and drop a question on your plate;
Time for you and time for me,
And time yet for a hundred indecisions,
And for a hundred visions and revisions,
Before the taking of a toast and tea.

In the room the women come and go
Talking of Michelangelo.

And indeed there will be time
To wonder, “Do I dare?” and, “Do I dare?”
Time to turn back and descend the stair,
With a bald spot in the middle of my hair —
(They will say: “How his hair is growing thin!”)
My morning coat, my collar mounting firmly to the chin,
My necktie rich and modest, but asserted by a simple pin —
(They will say: “But how his arms and legs are thin!”)
Do I dare
Disturb the universe?
In a minute there is time
For decisions and revisions which a minute will reverse.

For I have known them all already, known them all:
Have known the evenings, mornings, afternoons,
I have measured out my life with coffee spoons;
I know the voices dying with a dying fall
Beneath the music from a farther room.
*           *So how should I presume?

And I have known the eyes already, known them all—
The eyes that fix you in a formulated phrase,
And when I am formulated, sprawling on a pin,
When I am pinned and wriggling on the wall,
Then how should I begin
To spit out all the butt-ends of my days and ways?
*           *And how should I presume?

And I have known the arms already, known them all—
Arms that are braceleted and white and bare
(But in the lamplight, downed with light brown hair!)
Is it perfume from a dress
That makes me so digress?
Arms that lie along a table, or wrap about a shawl.
*           *And should I then presume?
*           *And how should I begin?

*                                                             *. . . . .

Shall I say, I have gone at dusk through narrow streets
And watched the smoke that rises from the pipes
Of lonely men in shirt-sleeves, leaning out of windows? …

I should have been a pair of ragged claws
Scuttling across the floors of silent seas.

*                                                             *. . . . .

And the afternoon, the evening, sleeps so peacefully!
Smoothed by long fingers,
Asleep … tired … or it malingers,
Stretched on the floor, here beside you and me.
Should I, after tea and cakes and ices,
Have the strength to force the moment to its crisis?
But though I have wept and fasted, wept and prayed,
Though I have seen my head (grown slightly bald) brought in upon a platter,
I am no prophet — and here’s no great matter;
I have seen the moment of my greatness flicker,
And I have seen the eternal Footman hold my coat, and snicker,
And in short, I was afraid.

And would it have been worth it, after all,
After the cups, the marmalade, the tea,
Among the porcelain, among some talk of you and me,
Would it have been worth while,
To have bitten off the matter with a smile,
To have squeezed the universe into a ball
To roll it towards some overwhelming question,
To say: “I am Lazarus, come from the dead,
Come back to tell you all, I shall tell you all”—
If one, settling a pillow by her head
*           *Should say: “That is not what I meant at all;
*           *That is not it, at all.”

And would it have been worth it, after all,
Would it have been worth while,
After the sunsets and the dooryards and the sprinkled streets,
After the novels, after the teacups, after the skirts that trail along the floor—
And this, and so much more?—
It is impossible to say just what I mean!
But as if a magic lantern threw the nerves in patterns on a screen:
Would it have been worth while
If one, settling a pillow or throwing off a shawl,
And turning toward the window, should say:
*           *“That is not it at all,
*           *That is not what I meant, at all.”

*                                                             *. . . . .

No! I am not Prince Hamlet, nor was meant to be;
Am an attendant lord, one that will do
To swell a progress, start a scene or two,
Advise the prince; no doubt, an easy tool,
Deferential, glad to be of use,
Politic, cautious, and meticulous;
Full of high sentence, but a bit obtuse;
At times, indeed, almost ridiculous—
Almost, at times, the Fool.

I grow old … I grow old …
I shall wear the bottoms of my trousers rolled.

Shall I part my hair behind?   Do I dare to eat a peach?
I shall wear white flannel trousers, and walk upon the beach.
I have heard the mermaids singing, each to each.

I do not think that they will sing to me.

I have seen them riding seaward on the waves
Combing the white hair of the waves blown back
When the wind blows the water white and black.
We have lingered in the chambers of the sea
By sea-girls wreathed with seaweed red and brown
Till human voices wake us, and we drown.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...