inediti

Igor De Marchi, Preistoria

Andrea Santarlasci

*

Preistoria

Parlavo spesso da solo.
Il silenzio trascurato
in una radura erbosa tra le case,
la terra combattuta dai sassi,
era un’avventura cosmogonica.

La fila degli alberi,
la siepe che divideva i campi,
come la pinna dorsale
di un enorme animale preistorico
affondato nel terreno.

*
*

Polvere alta all’orizzonte

Inaugurare l’età della ragione
con pensieri fantastici
su capitale e morale.

Tutto era lontano – ­­tutto era attraente:
barbagli fugaci, l’errore,
segni decifrati per la prima volta,
profumo sceso da alberi sconosciuti
di frutti maturi,
versi accoppiati agli animali,
fino al due più due messo insieme.
Vedere che branchi d’orici e leoni
si abbeverano accanto all’alba,
una vita d’altri annusata e intravista
prima dei documentari
in un momento di bellezza cruciale
di cui volevo far parte.

*
*

Elementare

Gli altri bambini mentono sempre:
hanno le case più grandi,
le macchine più veloci,
le mamme più belle
i papà più forti e più simpatici,
fanno vacanze in posti da sogno,
ricevono regali fantastici
per il compleanno,
e il cinque di dicembre San Niccolò
passa a mangiare e bere da loro
latte caldo, biscotti e pandoro.

Li guardavo in faccia senza il coraggio
per smascherarli
mentre mentivano
e tutto era vero, e io dalla mia
avevo solo fantasie.

Il pomeriggio stuzzicavo il gatto,
invidiando i suoi occhi
esperti di jungla,
per avere i suoi graffi,
gli chiedevo con foga cieca
di cavarmi fuori il sangue.
Così il giorno dopo a scuola
potevo raccontare
com’ero caduto da cavallo tra i rovi,
com’ero precipitato col deltaplano,
come mi ero sporto troppo
dentro la gabbia della tigre.

*
*
*

Indomabili

*

Le altre famiglie.
Possibile che solo noi
ci diamo addosso come cani?
Che saltano su per niente,
che vorrebbero essere umani?
La verità è semplice, ed è lì a un niente.
Ma se l’altro allunga le mani
ti frusta un brivido che ti mette ancora nudo.
Arrossendo di rabbia e di vergogna
ci si allontana un’altra volta,
si torna in fondo alla gabbia.

Le altre famiglie non lo fanno.
Lo si vede bene quando si è fuori
quanto sono aperte, e unite contro i dolori.

*
*
*

Marina di Caorle

*

Nel 1983 all’età di dodici anni
rinunciai alla casa paterna.
Di non spartirci più quel fosso
in ombra perenne di accidie
e sacrifici mi promisi,
mossi uno contro l’altro
da un selvatico amore
forti ognuno in un proprio punto
fuori dal mondo chissà dove.

A riportare indietro quel punto
che ero, alla deriva,
fu un’estate la visione
(chiara di barriera corallina,
con le palme piegate su dune
dietro le onde
che accecavano d’acqua le orecchie)
di una ragazzina
con i piedi scalzi come i miei
ma senza paura sugli scogli.

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