Maurice Blanchot, La letteratura e il diritto alla morte

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[Durante la pausa natalizia pubblicheremo alcuni saggi editi affini o importanti per il nostro percorso. Le uscite regolari riprenderanno i primi giorni di gennaio. Nel frattempo è disponibile e scaricabile qui l’ebook del secondo trimestre.]

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da La letteratura e il diritto alla morte, traduzione di Giorgio Patrizi e Giulia Urso, in  Da Kafka a Kafka, Feltrinelli 1983.

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Il lettore realizza l’opera: leggendola la crea, ne è il vero autore, la coscienza e la sostanza vivente della cosa scritta. Anche l’autore ha un unico scopo: scrivere per questo lettore, confondersi con lui. Tentativo senza speranza. Il lettore non vuole un’opera scritta per lui, vuole, giustamente, un’opera estranea, dove scopre qualcosa di sconosciuto, una realtà differente, uno spirito separato che possa trasformarlo e che egli possa trasformare in sé. L’autore che scrive per un pubblico preciso, in realtà non scrive e, per tale ragione, questo pubblico non può più essere lettore; solo apparentemente c’è la lettura, in effetti è nulla. È questo che produce l’insignificanza di opere fatte per essere lette e che nessuno legge. Da lì il pericolo di scrivere per gli altri, di svelare la parola degli altri e svelarsi a se stessi: gli altri non vogliono ascoltare la propria voce, ma la voce di un altro, una voce reale, profonda, scomoda come la verità.

Lo scrittore non può ritrarsi in se stesso, dovrebbe rinunciare a scrivere. Non può, scrivendo, sacrificare la pura notte delle sue possibilità, perché l’opera vive solo se questa notte – e nessun’altra – diviene giorno, solo se ciò che vi è di più singolare e più lontano dall’esistenza, già rivelata, si riveli nell’esistenza comune. Lo scrittore può in realtà tentare di giustificarsi, dandosi il compito di scrivere: la semplice operazione di scrivere, resa cosciente a se stessa, indipendentemente dai risultati e i risultati non sono mai stabili né definitivi, ma infinitamente vari ed innestati su di un inafferrabile avvenire. Lo scrittore che pretende di non interessarsi ad altro che alla maniera in cui l’opera si realizza vede il proprio interesse affondare nel mondo, perdersi nella storia intera. Perché la storia si fa al di fuori di lui e tutto il rigore che egli aveva posto nella coscienza delle sue meditate operazioni, della sua ponderata retorica, è presto assorbito nel gioco di una contingenza viva che non è possibile padroneggiare, e nemmeno osservare. Tuttavia una certa esperienza è fatta: scrivendo, egli ha avuto prova di sé come un nulla al lavoro e, dopo aver scritto, ha avuto prova della propria opera come di qualcosa che andava scomparendo. L’opera scompare, ma rimane il fatto che scomparire appare l’essenziale, il processo che permette all’opera di realizzarsi entrando nel corso della storia, di realizzarsi scomparendo. Nel corso di quest’esperienza, scopo dello scrittore non è più l’opera effimera, ma, al di là dell’opera, la verità di quest’opera, in cui sembrano unirsi l’individuo che scrive, potenza di negazione creatrice, e l’opera in gioco con la quale questa forza di negazione e di eccesso s’afferma.

Questa nuova nozione, che Hegel chiama la Cosa in sé, ha un ruolo fondamentale nell’impresa letteraria. Non importa che prenda i significati più vari: è l’arte al di sopra dell’opera, l’ideale che questa cerca di rappresentare, il Mondo quale vi si disegna, i valori in gioco nello sforzo creativo, l’autenticità di questo sforzo; è tutto ciò che, al di sopra dell’opera sempre in dissoluzione nelle cose, mantiene il modello, l’essenza è la verità spirituale di quest’opera, quale la libertà dello scrittore ha voluto portare alla luce e, ora, può riconoscere per sua. Il fine non è ciò che lo scrittore fa, ma la verità di ciò che fa. In ciò lo si può chiamare coscienza onesta, disinteressata: uomo onesto. Ma attenzione: appena in letteratura entra in gioco l’onestà, già, lì, è l’impostura. La cattiva fede qui diventa verità, e quanto più grande è la pretesa di morale e di serietà, tanto più mistificazione ed inganno vi dominano. Certo la letteratura è il mondo dei valori, poiché al di sopra della mediocrità delle opere compiute, s’innalza costantemente, come loro verità, tutto quello che a queste opere manca. Cosa ne deriva? Un incessante adescamento, una straordinaria partita a rimpiattino in cui, con il pretesto che ciò che è in vista non è l’opera effimera, ma lo spirito di quest’opera e di ogni altra opera, lo scrittore, qualsiasi cosa faccia e qualsiasi cosa abbia potuto fare, vi si adatta e la sua onesta coscienza ne trae insegnamento e gloria. Ascoltiamola, questa coscienza; la conosciamo, veglia in ciascuno di noi. L’opera è naufragata ma essa non se ne preoccupa: eccola pienamente compiuta, si dice, perché lo scacco è la sua essenza, la sua sparizione fa che essa si realizzi, e ne è felice, l’insuccesso la riempie. E se il libro non arriva a nascere e rimane un puro nulla? Bene, meglio ancora: il silenzio, il nulla, è l’essenza della letteratura, “la Cosa in sé”. Lo scrittore attribuisce il massimo valore al significato che l’opera ha per lui. Non importa dunque che sia buona o cattiva, celebre o dimenticata. Se le circostanze la trascurano, lo scrittore se ne rallegra: egli ha scritto per negare le circostanze. Ma se il libro, nato a caso, prodotto in un momento di abbandono e di stanchezza, senza valore e significato, diventa, grazie alle circostanze, tutto ad un tratto, un capolavoro, quale autore, nel proprio intimo, non si attribuirà la gloria di ciò, non vedrà un proprio merito in questa gloria, una propria azione in questo dono della fortuna, il lavoro della propria mente in provvidenziale accordo con i temi?

Lo scrittore è il primo ad essere ingannato da se stesso; si inganna nel momento in cui inganna gli altri. Ascoltiamolo ancora: afferma che la propria funzione è scrivere per gli altri, che, scrivendo, ha in vista solo l’interesse del lettore. L’afferma e lo crede. Ma non è vero. Perché se non fosse attento a ciò che fa, se non guardasse alla letteratura come ad una propria attività, non potrebbe nemmeno scrivere: non sarebbe lui a scrivere, non sarebbe nessuno. Perciò, per quanto prenda per garanzia la serietà di un ideale, per quanto reclami a sé valori stabili, questa serietà non è la sua serietà, e non può mai fissarsi definitivamente là dove crede di essere. Ad esempio: scrive romanzi, questi romanzi implicano certe affermazioni politiche, sembra che egli sia legato ad una Causa. Gli altri, quelli che sono realmente legati alla Causa, sono tentati di riconoscere in lui uno di loro, di vedere nella sua opera la prova che la Causa è anche la sua, ma appena essi la rivendicano, appena vogliono mescolarsi a quell’attività ed e appropriarsene, si accorgono che lo scrittore non fa causa comune che con se stesso, che ciò che gli interessa, nella Causa, è la propria attività: ecco la mistificazione. Si comprende la diffidenza di chi è impegnato in un partito, che ha preso partito per gli scrittori che stanno dalla stessa parte: questi hanno preso partito per la letteratura e la letteratura, nei suoi processi, nega, in fin dei conti, la sostanza di ciò che rappresenta. È la sua legge e la sua verità. Se vi rinuncia per legarsi definitivamente a una verità esterna, allora cessa d’essere letteratura e lo scrittore che voglia ancora essere tale si mostra in cattiva fede. Occorre dunque rinunciare ad avere interesse per qualcosa e voltarsi verso il muro? Ma se si fa ciò, l’equivoco non è minore. Innanzi tutto guardare il muro è come voltarsi verso il mondo, è farne il mondo. Se uno scrittore s’immerge nell’intimità pura di un’opera che interessa solo a lui, ciò piace agli altri, agli altri scrittori, e a chiunque faccia un’altra attività: ecco tutti tranquilli nella propria casa, e nel proprio lavoro. Ma non è così. L’opera creata da un solitario e chiusa nella solitudine porta in sé una visione che interessa tutto il mondo; porta implicito un giudizio sulle altre opere, sui problemi del tempo, si rende complice di quanto trascura, nemica di ciò che abbandona, e la sua indifferenza si mescola ipocritamente alla passione di tutti.

Ciò che colpisce nella letteratura è che l’inganno e la mistificazione non soltanto sono inevitabili, ma formano l’onestà dello scrittore, la parte di speranza e di verità che è in lui. Spesso si parla, in questi giorni, della malattia delle parole, ci si irrita con quanti ne parlano, si sospetta che rendano le parole malate apposta per parlarne. È possibile. La noia deriva dal fatto che questa malattia è la salute delle parole. L’equivoco le dilania? Felice equivoco, senza il quale non ci sarebbe dialogo. Il malinteso le falsa? Ma questo malinteso è la possibilità stessa della nostra intesa. Il vuoto le penetra? Questo vuoto è il loro senso. Naturalmente uno scrittore può darsi sempre l’ideale di chiamare gatto un gatto. Ma non può ottenere di credersi sulla via della guarigione e della sincerità. È, al contrario, più mistificatore che mai, perché un gatto non è un gatto, e chi l’afferma mira solo a questa ipocrita violenza: Rolet è un briccone.

L’impostura ha molte cause. Abbiamo visto la prima: la letteratura è fatta di momenti differenti che si distinguono e s’oppongono. Questi momenti, l’onestà che è analitica perché vuol vederci chiaro, li separa. Dinanzi al suo sguardo passano in successione l’autore, l’opera, il lettore: poi l’arte di scrivere, la cosa scritta, la verità di questa cosa o la Cosa in sé; successivamente ancora, lo scrittore senza nome, pura assenza di se stesso, puro ozio, poi lo scrittore che lavora, processo di realizzazione indifferente a quanto realizza, poi lo scrittore che risulta da questo lavoro e trae valore dal risultato e non dal lavoro, tanto reale quanto reale è la cosa fatta, poi lo scrittore non affermato ma negato dal risultato, che salva l’opera effimera salvandone l’ideale, la verità. Lo scrittore non si identifica soltanto con uno di questi momenti escludendone gli altri, né col loro assieme formato da una successione differente, ma con il movimento che li raccoglie e li unifica. In seguito a ciò, quando la buona coscienza giudica lo scrittore immobilizzandolo in una di queste forme e pretende, per esempio, di condannare l’opera perché è uno scacco, l’altra onestà dello scrittore protesta a nome degli altri momenti, in nome della purezza dell’arte, che vede il proprio trionfo nello scacco; così ogni volta che lo scrittore è chiamato in causa in uno dei suoi aspetti, non può che riconoscersi sempre altro e, interrogato come autore di una bella opera, rinnegare quest’opera, ammirato per genio ed ispirazione, non vedere in sé che esercizio e lavoro e, letto da tutti, dire: chi può leggermi? Non ho scritto nulla. Questi spostamenti fanno dello scrittore un eterno assente e un irresponsabile senza coscienza, ma costituiscono anche il distendersi della sua presenza, dei suoi rischi e delle sue responsabilità.

La difficoltà nasce dal fatto che lo scrittore non è soltanto molti in uno, ma ogni momento di se stesso rinnega tutti gli altri, vuole tutto per sé e non sopporta conciliazioni o compromessi. Lo scrittore deve contemporaneamente rispondere a molti imperativi assoluti e diversi e la sua morale nasce dall’incontro e dall’opposizione di regole implacabilmente ostili.
Una dice: Non scriverai nulla, resterai nulla, manterrai il silenzio, ignorerai le parole.
L’altra: non conosci che parole.
“Scrivi per non dire nulla”.
“Scrivi per dire qualcosa”.
“Non opere, ma l’esperienza di te stesso, la conoscenza di quanto ti è sconosciuto”.
“Un’opera! Un’opera reale, riconosciuta dagli altri e importante per gli altri”.
“Cancella il lettore.”
“Cancella te stesso dinanzi al lettore”.
“Scrivi per essere vero.”
“Scrivi per la verità”.
“Allora sia pure menzogna, perché scrivere in vista della verità vuol dire scrivere ciò che non è ancora vero e che forse non lo sarà mai.”
“Non importa, scrivi per agire”.
“Scrivi tu che hai paura di agire”.
“Lascia che la libertà parli in te, che diventi parola.” “Oh non lasciare che la libertà, in te, diventi parola.”

Che legge seguire? Che voce ascoltare? Egli deve seguirle tutte! Che confusione allora: ma la chiarezza non è legge per lo scrittore? Sì, anche la chiarezza. Egli deve opporsi a se stesso, negarsi affermandosi, trovare nella facilità del giorno la profondità della notte, nelle tenebre che non iniziano mai, la luce sicura che non può finire. Deve salvare il mondo ed essere l’abisso, giustificare l’esistenza e dare la parola a ciò che non esiste; deve essere alla fine dei tempi, nella pienezza universale e anche l’origine, la nascita di ciò che continua a nascere. E’ tutto ciò? In lui la letteratura è tutto ciò. Ma piuttosto essa non vorrebbe essere ciò che in realtà non è? Allora non è nulla. Non è nulla?

La letteratura non è nulla. Coloro che la disprezzano hanno torto a credere di condannarla ritenendola nulla: “Tutto ciò non è che letteratura”. Si oppongono così l’azione come intervento concreto nel mondo e la parola scritta che sarebbe manifestazione passiva che, nel mondo, rimane in superficie, e coloro che sono per l’azione rifiutano la letteratura che non agisce, coloro che tendono alla passione divengono scrittori per non agire. Ciò vuol dire condannare o amare per abuso. Se si scorge nel lavoro la potenza della storia che trasforma l’uomo trasformando il mondo, è necessario riconoscere nell’attività dello scrittore il lavoro per eccellenza. Cosa fa l’uomo che lavora? Produce un oggetto. Questo oggetto è la realizzazione di un progetto fino allora irreale; è l’affermazione di una realtà diversa dagli elementi che la costituiscono e l’avvenire di nuovi oggetti, in quanto egli diventa lo strumento capace di fabbricarne altri. Ad esempio, voglio scaldarmi. Finché questo progetto rimane un desiderio, posso rigirarlo da tutti i lati, ma non mi scalda. Allora mi fabbrico una stufa: la stufa trasforma in verità quel vuoto ideale che era il mio desiderio; afferma nel mondo la presenza di qualcosa che non vi era, e l’afferma negando ciò che prima vi si trovava. Prima avevo innanzi a me delle pietre, del metallo fuso: ora non c’è più né l’uno né l’altro, ma il risultato di questi oggetti trasformati, cioè negati e distrutti dal lavoro. Con quell’oggetto, ecco, il mondo è cambiato. Tanto più cambiato in quanto questa stufa mi permetterà di fabbricare altri oggetti che, a loro volta, negheranno il passato del mondo, e ne prepareranno l’avvenire. Questi oggetti che ho prodotto cambiando lo stato delle cose, a loro volta mi cambieranno. L’idea del calore non è nulla, ma il calore reale farà della mia esistenza un’altra esistenza, e tutto quello che ora, grazie a questo calore, potrò fare di nuovo, farà di me qualcun altro. Così, dicono Hegel e Marx, si forma la storia, dal lavoro che realizza l’essere negandolo e lo svela al termine della negazione.

Ma cosa fa lo scrittore che scrive? Tutto ciò che fa chi lavora, ma ad alto livello. Anch’egli produce qualcosa: l’opera per eccellenza. Quest’opera la produce modificando realtà naturali ed umane. Scrive a partire da un certo stato del linguaggio, da una certa forma della cultura, da certi libri, a partire da elementi oggettivi, inchiostro, carta, stampa. Per scrivere deve distruggere il linguaggio così com’è e realizzarlo sotto un’altra forma, negare i libri facendo un libro con ciò che essi non sono. Questo nuovo libro è sicuramente una realtà: lo si vede, lo si tocca, lo si può anche leggere. In tutti i modi, non è nulla. Prima di scrivere ne avevo un’idea, avevo almeno il progetto di scriverlo, ma tra questa idea e il volume in cui si realizza, trovo la stessa differenza tra il desiderio di calore, e la stufa che mi riscalda. Il volume scritto è, per me, un’innovazione straordinaria, imprevedibile, tale che mi è impossibile, senza scriverlo, rappresentarmi ciò che potrà essere. Per questo, mi appare come un’esperienza – i cui effetti, per quanto coscientemente prodotti, mi sfuggono – dinanzi a cui non potrò ritrovarmi lo stesso: in presenza di qualcos’altro io divento altro.

Il libro, cosa scritta, entra nel mondo dove compie la sua opera di trasformazione e di negazione. Anch’esso è l’avvenire di molte altre cose, non soltanto di libri ma, per i progetti che ne possono nascere, le imprese che favorisce, l’insieme del mondo in cui è il riflesso trasformato, è sorgente infinita di nuove realtà, a partire da cui l’esistenza non sarà più quella che era.

Il libro dunque è nulla? Perché allora l’atto di fabbricare una stoffa può passare come un’attività che forma e muove la storia e perché l’atto di scrivere apparirebbe come una pura passività che dimora al margine della storia e che dalla storia, suo malgrado, è mossa? La questione sembra irragionevole e tuttavia grava sullo scrittore con un peso schiacciante. A prima vista si dice che il potere formalizzante delle opere scritte è incomparabile: si dice anche che lo scrittore è un uomo dotato di capacità d’azione maggiori di quelle di chiunque altro, perché agisce senza misura, senza limiti; lo sappiamo (o amiamo crederlo), una sola opera può mutare il corso del mondo. Ma è proprio questo ciò che dà a riflettere. L’influenza degli autori è molto grande, supera infinitamente la loro azione, la supera a tal punto che ciò che vi è di reale in questa azione non si trasmette a questa influenza e questa influenza non trova in quel po’ di realtà la sostanza vera che sarebbe necessaria al suo dispiegamento. Cosa può un autore? Tutto, di nuovo tutto: è in carcere, la schiavitù lo opprime, ma se trova, per scrivere, appena qualche istante di libertà, eccolo libero di creare un mondo senza schiavi, un mondo dove lo schiavo, diventato padrone, fonda la nuova legge; così, da scrittore, l’uomo in catene ottiene immediatamente la libertà per sé e per il mondo; nega tutto ciò che è per diventare tutto ciò che non è. In questo senso la sua opera è un’azione prodigiosa, la più grande e la più importante possibile. Ma guardiamo ancora più da vicino. Per quanto si dia immediatamente la libertà che non ha, trascura le condizioni vere del suo affrancamento, trascura ciò che deve essere reale perché l’idea astratta di libertà si realizzi. La negazione, per lui, è globale. Non nega soltanto la sua situazione di persona chiusa fra mura, ma oltrepassa il tempo che deve aprire una breccia fra le mura, nega la negazione del tempo, nega la negazione del tempo, nega la negazione dei limiti. Perciò, in fin dei conti, non nega nulla e l’opera, dove la negazione si realizza, non è un’azione realmente negativa, distruttrice o trasformatrice, ma realizza piuttosto l’impotenza a negare, il rifiuto di intervenire nel mondo e trasforma la libertà, che occorrerebbe incarnare nelle cose secondo le vie del tempo, in un ideale al di sopra del tempo, vuoto ed inaccessibile.

L’influenza dello scrittore è legata a questo privilegio d’essere padrone di tutto, non possiede che l’infinito, il finito gli manca, il limite gli sfugge. Non si agisce nell’infinito, non si compie nulla nell’illimitato, e se lo scrittore agisce realmente producendo quell’oggetto reale che si chiama libro, discredita, con questa azione, ogni azione, sostituendo al mondo delle cose determinate e del lavoro definito un mondo dove tutto è dato tutto assieme e non c’è nulla da fare, se non gioirne nella letteratura.

In generale lo scrittore sembra condannato all’inattività perché è il padrone dell’immaginario, dove quelli che entrano al suo seguito perdono di vista i problemi della loro vera vita. Ma il pericolo che rappresenta è molto più serio. La verità è che egli rovina l’azione, non perché dispone dell’irreale ma perché mette a nostra disposizione tutta la realtà. L’irrealtà comincia col tutto. L’immaginario non è una strana regione situata al di là del mondo, è il mondo stesso, ma il mondo come insieme, come tutto. Perciò non è nel mondo: perché è il mondo preso e realizzato nel suo insieme dalla negazione totale di tutte le realtà particolari che vi si trovano, dalla loro messa fuori gioco, dalla loro assenza, attraverso la realizzazione di questa stessa assenza, con la quale inizia la creazione letteraria. Questa nutre l’illusione, quando ritorna su ogni cosa e su ogni essere, di crearli, perché li vede e li nomina a partite dal tutto, a partire dall’assenza di tutto, a partire dal nulla.

La letteratura detta di pura immaginazione porta dei pericoli con sé. Per prima cosa, non è pura immaginazione. Si crede scartata dalle realtà quotidiane e dagli avvenimenti attuali, ma è essa stessa che se ne è scartata, e questo scarto, questo indietreggiare davanti al quotidiano che necessariamente ne tiene conto e lo descrive come allontanamento, pura estraneità. Inoltre, di questa messa in disparte, essa fa un valore assoluto, e questo allontanamento sembra allora sorgente di comprensione generale, potere di cogliere tutto e di raggiungere tutto immediatamente per coloro che ne subiscono l’incantesimo, fino ad uscire dalla propria vita che è solo comprensione limitata, e dal tempo che è solo una prospettiva strozzata. Tutto ciò è la menzogna di una finzione. Ma, dopo tutto, una tale letteratura ha il merito di non abusare di noi: si dà come immaginaria e non fa addormentare che quelli che cercano il sonno.

Ben più mistificatrice è la letteratura d’azione. Chiama gli uomini a fare qualcosa. Ma se vuole essere ancora autentica letteratura, rappresenta loro quello che occorre fare, questo fine determinato e concreto, a partire da un mondo dove una tale azione rinvia all’irrealtà di un valore astratto ed assoluto. “Ciò che è da fare”, come può essere espresso in un’opera letteraria, non è mai “è da fare tutto”, sia che s’affermi come tutto, cioè come valore assoluto, sia che, per giustificarsi e raccomandarsi, abbia bisogno di questo tutto in cui scomparire. Il linguaggio dello scrittore, anche rivoluzionario, non è linguaggio del comando. Non ordina, presenta, e non presenta rendendo presente ciò che mostra, ma mostrandolo dietro tutte le cose, come il senso e l’assenza di tutto. Ne deriva che l’appello dell’autore al lettore è un appello vuoto, che esprime solo lo sforzo di chi è privo di mondo per ritornare nel mondo, tenendosene discretamente alla periferia; oppure se “ciò che è da fare” può essere colto solo a partire da voleri assoluti, appare al lettore come ciò che non richiede, per compiersi, né lavoro né azione.

Si sa come le principali tentazioni dello scrittore si chiamino stoicismo, scetticismo, coscienza infelice. Sono atteggiamenti di pensiero che lo scrittore adotta per ragioni che crede riflesse ma che solo la letteratura riflette in lui. Stoico: l’uomo dell’universo che esiste solo sulla carta e, prigioniero o miserabile, sopporta stoicamente la propria condizione perché può scrivere e la minima libertà, in cui scrive, è sufficiente a renderlo potente, libero, a dargli non la propria libertà, di cui non si cura, ma la libertà universale. Nichilista, perché non nega soltanto questo o quello col lavoro metodico che trasforma lentamente ogni cosa, ma nega tutto, tutto assieme, e non può che negare tutto, non avendo a che fare che con tutto. Coscienza infelice! Lo sappiamo anche troppo bene: questa infelicità è il suo talento più profondo ed egli è scrittore solo nella coscienza scissa di momenti inconciliabili che si chiamano: ispirazione, che nega ogni lavoro; lavoro, che nega il nulla del genio; opera effimera, dove si compie negandosi; opera come tutto, dove si ritira e ritira agli altri tutto ciò che in apparenza egli dà a sé e a loro. E’ un’altra tentazione.

Riconosciamo nello scrittore questo movimento che va, senza fermarsi e quasi senza intermediario, dal nulla al tutto. Vediamo in lui questa negazione che non si soddisfa con l’irrealtà in cui si muove, perché vuole realizzarsi e non può farlo che negando qualcosa di reale, più reale delle parole, più vera dell’individuo isolato che ha dinanzi: così non smette di spingerlo verso la strada del mondo e dell’esistenza pubblica, fino a portarlo a pensare che, scrivendo, può divenire proprio questa esistenza. Allora egli incontra nella storia quei momenti decisivi dove tutto sembra messo in questione, dove legge, fede, Stato, mondo dell’alto, mondo del passato, tutto s’inabissa, senza sforzo, senza azione, nel nulla. L’uomo sa che non ha lasciato la storia, ma la storia ora è il vuoto, il vuoto che si realizza, la libertà assoluta che diviene evento. Queste epoche sono chiamate Rivoluzione.

In quell’istante, la libertà vuole realizzarsi sotto la forma immediata del tutto è possibile, tutto può essere fatto. Momento favoloso, da cui chi l’ha conosciuto non può tornare indietro, perché ha conosciuto la storia come propria storia e la propria libertà come libertà universale. Momenti favolosi: in essi parla la fiaba, la parola della fiaba, la parola della fiaba si fa azione. Che tentino lo scrittore è del tutto giustificato. L’azione rivoluzionaria è in ogni momento analoga all’azione che la letteratura incarna: passaggio dal nulla al tutto, affermarsi dell’assoluto come evento e di ogni evento come assoluto. L’azione rivoluzionaria si scatena con la stessa forza e la stessa facilità dell’azione dello scrittore, che per cambiare il mondo ha solo bisogno di mettere in fila delle parole. Ha la stessa esigenza di purezza e la certezza che tutto ciò che compie vale in assoluto, non è una qualsiasi azione che si rapporta a qualche fine desiderabile e stimabile, ma la fine ultima, l’Ultimo Atto. Quest’ultimo atto è la libertà e la scelta è soltanto tra libertà e il nulla. Perciò l’unica parola d’ordine sopportabile è: libertà o morte. Così fece la sua apparizione il Terrore. Ognuno cessa di essere un individuo che lavora per uno scopo determinato, che agisce soltanto qui ed ora: è la libertà universale che non conosce né altrove né domani, né lavoro né opera. In questi momenti nessuno ha più nulla da fare, perché tutto è già stato fatto. Nessuno ha più diritto a una vita privata, tutto è pubblico e l’individuo più colpevole è il sospetto, quello che ha un segreto, che conserva solo per sé un pensiero, un’intimità. Nessuno ha più diritto alla propria vita, alla propria esistenza affettivamente separata e fisicamente distinta. E’ questo il senso del Terrore. Ogni cittadino ha, per

così dire, diritto alla morte: la morte non è la sua condanna, è l’essenza del duo diritto; non è soppresso perché colpevole, ma ha bisogno della morte per affermarsi come cittadino ed è nella scomparsa della morte che la libertà lo fa nascere. In ciò la Rivoluzione francese ha un significato più chiaro di tutte le altre. La morte del Terrore non è soltanto punizione dei faziosi ma, divenuta scadenza ineluttabile, voluta da tutti, sembra essere, negli uomini liberi, l’azione stessa della libertà. Quando la lama cade su Saint- Just e su Robespierre, in qualche modo non danneggia nessuno. La virtù di Robespierre, il rigore di Saint-Just sono solo la loro esistenza già soppressa, la presenza anticipata della loro morte, la decisione di lasciare la libertà completamente affermarsi in essi e negare, per il suo carattere universale, la realtà della loro vita. Forse fanno regnare il Terrore. Ma il Terrore che incarnano non deriva dalla morte che danno ma dalla morte che si danno. Ne portano i tratti, pensano e decidono con la morte in spalla, per questo il loro pensiero è freddo, implacabile, ha la libertà di una testa mozza. I Terroristi sono coloro che, volendo la lbertà assoluta, sanno che vogliono così anche la propria morte, che hanno coscienza della libertà come della realizzazione della propria morte e che, di conseguenza, pur vivi, agiscono non come in mezzo ai vivi ma come esseri privi d’essere, pensieri universali, pure astrazioni che giudicano e decidono, oltre la storia, in nome della storia intera.

L’evento stesso della morte non ha più importanza. Nel Terrore gli individui muoiono e ciò è insignificante. “E’ la morte più fredda, dice Hegel in una famosa frase, più piatta, senza maggior senso che tagliare la testa a un cavolo o bere un bicchier d’acqua. Perché? La morte non è compimento della libertà, il momento più ricco di significato? Ma è anche il punto vuoto di questa libertà, la manifestazione del fatto che una tale libertà è ancora astratta, ideale (letteraria), è indigenza e bassezza. Ognuno muore ma tutto il mondo vive, e ciò significa anche: tutti sono morti. Ma l'”essere morto” è il lato positivo della libertà che è diventata mondo: l’essere vi si rivela come assoluto. Al contrario “morire” è pura insignificanza, evento senza realtà concreta, che ha perduto ogni valore di dramma personale e interiore, perché non c’è più nulla d’interiore. E’ Il momento in cui Io muoio significa, per me, che muore una banalità di cui non occorre tener conto: nel mondo libero e in quei momenti in cui la libertà è un’apparizione assoluta, morire è senza importanza e la morte senza profondità. Questo – il Terrore e la rivoluzione non la guerra – l’abbiamo imparato. Lo scrittore si riconosce nella Rivoluzione. L’attira perché è il tempo in cui la letteratura si fa storia. È la sua verità. Ogni scrittore che non pensi, per il solo fatto di scrivere, io sono la rivoluzione, in realtà non scrive.

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