«A fior di labbro». La parola di Sbarbaro tra «voce» e «silenzio» – prima parte

sbarbaro_e_i_suoi_licheni_1953

di Andrea Lombardi

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non so perché, ho sempre sperato poco dalla poesia, l’ho sempre considerata per un intermezzo, un episodio. Sento che mi abbandonerà, ma non solo: mi lascerà nelle braccia della prosa, nella quale spero molto di più[1].

Questa dichiarazione, risalente agli anni di Pianissimo, getta implicitamente luce su un aspetto dell’opera sbarbariana – l’esigua produzione lirica – che rientra senz’altro tra quei fattori all’origine di un certo atteggiamento pregiudiziale e snobistico per cui, già dai banchi di liceo, ci si accosta all’opera di Sbarbaro come all’opera di un poeta «minore». È la sorte toccata a molti poeti che hanno lasciato, seppur artisticamente e storicamente rilevanti, pochi versi, anche se il caso del ligure, un autore peraltro avvezzo alle etichette (su tutte quella assolutamente falsa di «vociano»), costituisce a tutti gli effetti un unicum: l’assunto per cui egli «ha scritto poco» vale, infatti, se riferito a Sbarbaro in quanto poeta, non a Sbarbaro in quanto scrittore. Proviamo a spiegare quest’ultima affermazione partendo dall’analisi quantitativa della sua produzione lirica. Sbarbaro è un poeta «magro», dove al significato lampedusiano del termine si lega quello di «poco prolifico»: si tratta di una connessione del tutto naturale alla cui radice sta, come vedremo, una Weltanschauung che necessariamente va a determinare la poetica dell’autore. Per il momento concentriamoci, però, solo sul secondo significato del termine, quello di «poco produttivo». Le raccolte pubblicate da Sbarbaro sono cinque: oltre al capolavoro Pianissimo, uscito per le edizioni de «La Voce» nel 1914, troviamo il giovanile Resine, edito nel 1911 su iniziativa degli ex compagni di liceo ma poi tassativamente escluso dallo stesso poeta nell’edizione definitiva delle sue opere, e altri tre volumetti usciti a distanza di molto tempo dalla raccolta del 1914: Rimanenze (1955), Versi a Dina (1956) e Primizie (1958). Questa è, in termini meramente quantitativi, la produzione di Sbarbaro poeta.

Guardando, invece, allo Sbarbaro scrittore, ovvero al complesso della sua opera, risulta evidente che quello con cui abbiamo a che fare è ben lontano dall’essere un autore poco prolifico. Nella dichiarazione posta in apertura di questo saggio, egli di fatto anticipa ciò che possiamo leggere ora scorrendo la sua bibliografia: la poesia non è che un «episodio» all’interno di un’opera nettamente segnata da ciò in cui Sbarbaro «sperava molto di più», la prosa. Nutritissimo, infatti, il corpus non lirico: Trucioli (1920), Liquidazione (1928), Fuochi fatui (1956), Scampoli (1960), Gocce (1963), Contagocce (1965), Bolle di sapone (1966), Quisquilie (1967), cui si aggiunge la prosa scientifica degli studi lichenologici, quella delle numerose traduzioni soprattutto da Flaubert, ma anche da Stendhal, Huysmans, Maupassant, Balzac e Zola e quella del ricchissimo epistolario (dove spicca il fondamentale Cartoline in franchigia del 1966). Che la produzione in prosa sia così abbondante rispetto a quella in versi è un fatto che non solo ci sorprende ma che ai nostri occhi rimane difficile da decifrare a causa di un limite del nostro tradizionale modo di studiare la letteratura per cui siamo portati a sottovalutare, e il più delle volte ad ignorare, tutte quelle opere che un autore ha scritto ma che non rientrano nel genere a cui è legato il suo nome. Poiché Sbarbaro è canonizzato come poeta allora siamo convinti che quanto egli abbia prodotto al di fuori dell’ambito della lirica, anzi, al di fuori di Pianissimo, si possa trascurare. Tuttavia, poiché le opere che fuoriescono dal campo della poesia costituiscono la parte più cospicua dell’opera complessiva di questo scrittore, intraprendere uno studio su Sbarbaro senza prendere in esame tali opere o continuando a considerarlo esclusivamente come l’autore di Pianissimo non può che rivelarsi già in partenza un’operazione priva di qualsivoglia proposito di serietà.

Una volta messo in chiaro che il nostro è un autore prolifico, e lo è in particolare sul versante della prosa, c’è un ultimo aspetto su cui bisogna concentrarsi, un aspetto che rappresenta il vero motivo d’interesse legato alla dichiarazione con cui si è scelto di incominciare questo saggio. Sbarbaro scrive quelle parole in un momento del tutto particolare della sua carriera, ossia durante la composizione dei testi che confluiranno in Pianissimo, il libro che lo consacrerà come poeta. Mentre stanno nascendo i frutti più maturi della sua poesia, l’autore ligure rivela di considerare la scrittura in versi soltanto un «episodio» all’interno della propria attività di scrittore, ovvero un momento che, come tale, prima o poi conoscerà una fine. E la fine verrà di lì a poco, una volta che Pianissimo avrà visto la luce: la scrittura in prosa fiorisce, infatti, proprio dopo il 1914, l’anno di pubblicazione dell’opera che rappresenta non solo l’acme della poesia sbarbariana ma, sostanzialmente, anche il suo libro d’esordio (Resine viene stampato dagli amici di liceo e non per volontà di Sbarbaro, il quale ne imporrà l’esclusione dall’edizione definitiva delle sue opere) e il suo libro conclusivo. In effetti, due delle tre raccolte che vedono la luce dopo Pianissimo sono frutto di una scrittura ormai divenuta sporadica e poco ispirata rispetto a quella dei primi anni Dieci, e tutte e tre vengono significativamente pubblicate con clamoroso ritardo rispetto all’epoca della loro composizione: Rimanenze del 1955 risale in realtà al 1921, i Versi a Dina, in volume nel 1956, erano già usciti in rivista nel 1931, mentre Primizie del 1958 contiene addirittura testi precedenti a Pianissimo. L’unico progetto lirico in cui Sbarbaro riversa con zelo le proprie energie dopo il 1914 è rappresentato dall’infelice riscrittura di Pianissimo del 1954: un’operazione non riuscita, nonostante l’intenzione del poeta di dare una veste migliore e definitiva al libro, ed emblematica di come l’ispirazione che aveva dato vita, quarant’anni prima, a quel capolavoro, Sbarbaro l’avesse ormai perduta da tempo. Libro d’esordio e libro conclusivo, Pianissimo si configura quindi come quell’«episodio» all’interno della carriera dell’autore di cui lui stesso ci parla nella dichiarazione contenuta in Cartoline in franchigia. E leggendo quelle parole si ha come l’impressione che il poeta ne sia completamente consapevole, come se Sbarbaro, proprio durante la composizione dei testi di Pianissimo, sappia già che quel libriccino che sta prendendo vita tra le sue mani racchiuderà l’intera sua esperienza di poeta. Egli ha già decretato la fine di quell’«episodio» ed intravede l’inizio di una nuova esperienza, quella della scrittura in prosa, che lo accompagnerà fino alla fine dei suoi giorni.

Arrivati a questo punto e di fronte a una consapevolezza che per certi versi è disarmante, viene spontaneo chiedersi quali siano le ragioni di una scelta che, pur apparentemente non dolorosa, rappresenta senz’altro una rinuncia. Che cosa si cela dietro la decisione di Sbarbaro di abbandonare la poesia per la prosa? Perché proprio mentre la sua voce sta trovando massima espressione nei testi di Pianissimo, Sbarbaro ha già deciso di approdare al silenzio della prosa? La dichiarazione posta in apertura di questo saggio può lasciar intendere che quella della prosa rispetto alla poesia rappresenti una mera scelta stilistica, ma non è così: Sbarbaro è autore troppo intelligente e troppo complesso per trattarsi soltanto di una scelta di genere. Egli fin dal liceo ha scritto versi, pur considerandola già allora un’attività temporanea, legata alla giovinezza, e ha continuato a farlo in maniera assidua, nonostante un breve periodo di silenzio poetico dopo le liriche di Resine, dal 1911 fino al 1913, gli anni in cui si concentra la composizione dei testi di Pianissimo. Tuttavia, proprio in quel periodo, Sbarbaro confessa all’amico Barile di considerare la scrittura in versi soltanto un momento della propria carriera, e in quanto tale destinato a finire. Sono due le ragioni che conducono a quella dichiarazione: da un lato un atteggiamento, mantenuto da Sbarbaro fin dagli anni del liceo, di indifferenza e disinteresse nei confronti della poesia, che lo porta a considerare in maniera perennemente riduttiva i versi che scrive e di cui ribadisce di continuo l’inconsistenza e la casualità, in primis nei titoli delle raccolte (caratteristica che manterrà anche per i volumi di prose); dall’altro il periodo stesso in cui quelle parole sono state scritte. In quegli anni il poeta sta componendo le liriche che confluiranno in Pianissimo ed è questo il motivo che lo porta alla consapevolezza disarmante di quella dichiarazione: attraverso la scrittura di Pianissimo, una raccolta che in origine egli intitola emblematicamente Sottovoce, Sbarbaro comprende che il peso della sua parola non è più in grado di essere sostenuto dalla voce della poesia, una voce il cui tono si sta via via abbassando e che va inevitabilmente trasformandosi in una non-voce, in un silenzio, in prosa. Pertanto, quelle ragioni ideologiche che sono alla base del cambio di rotta operato da Sbarbaro dopo Pianissimo e che affondano le radici nel rapporto, senz’altro contraddittorio, tra il poeta e la scrittura in versi, non possono che essere ricercate in quell’opera che è anzitutto un’indagine sulla possibilità della parola di «dire» e dove la parola, proprio perché pronunciata «pianissimo», ci rivela il senso della sua origine e della sua fine.


[1] C. Sbarbaro, Cartoline in franchigia, in L’opera in versi e in prosa, a cura di G. Lagorio e V. Scheiwiller, Milano, Garzanti, 1999, pp. 553-554.

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