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Henri Michaux, Magia

Durante tutto il mese di agosto pubblicheremo testi di autori che non possono non essere presenti in questo spazio. Le uscite regolari riprenderanno a settembre. Nel frattempo è disponibile e scaricabile qui l’ebook riassuntivo del primo trimestre, con alcune aggiunte.

Da “Un certo Piuma”, traduzione di Alfredo Giuliani, Bompiani, 1971.

*

Magia

*

I.
Un tempo ero assai nervoso. Eccomi su una strada nuova:
Metto una mela sulla tavola. Poi entro nella mela. Che tranquillità!
Semplice, si dirà. Eppure, erano vent’anni che provavo; e insistendo a cominciare da lì, non ci sarei riuscito. Perché mai? Forse avrei creduto di umiliarmi, data la sua piccola statura, la sua vita opaca e lenta. È probabile. Raramente i pensieri sottostanti sono belli.
Cominciai dunque altrimenti unendomi allo Schelda.
Lo Schelda a Anversa, dove mi trovavo, è ampio e influente e sospinge una gran corrente. Se compaiono bastimenti d’alto bordo, li accetta. È un vero fiume.
Decisi di identificarmi con lui. L’intero giorno me ne stavo sulla banchina, però disperdendomi in molte vane vedute.
E poi, involontariamente, occhieggiavo ogni tanto le donne; questo un fiume non te lo consente, e neppure una mela, nulla te lo consente nella natura.
Dunque lo Schelda e mille sensazioni. Che fare? D’improvviso, avendo rinunciato a tutto, mi ritrovai… non dirò al suo posto, perché in verità non si trattò mai di questo. Lui scorre senza sosta (ecco una grossa difficoltà) e scivola verso l’Olanda a trovare il mare e l’altitudine zero.
Vengo alla mela. Vi furono ancora brancolamenti, esperienze; è una storia lunga. Non è tanto comodo cominciare, e spiegare.
Ma posso ben dirlo in una parola: è la parola soffrire.
Quando arrivai nella mela ero ghiacciato.

II.
Dal momento che l’ho vista, l’ho desiderata.
Anzitutto per sedurla sparsi pianure e pianure. Pianure uscite dal mio sguardo si prolungavano, dolci, amabili, rassicuranti.
Idee pianeggianti le andarono incontro, ed essa ignara vi passeggiava tutta soddisfatta.
Avendola pienamente rassicurata, la possedevo.
Ciò fatto, alquanto riposato e tranquillo, riprendendo la mia natura, lasciai riapparire i miei spuntoni, cenci e baratri.
Lei avvertiva un gran freddo e che sul mio conto s’era completamente sbagliata.
Se ne andò, vuota e disfatta all’aspetto, come l’avessero rubata.

III.
Stento a credere che ciò sia naturale e universalmente noto. Mi capita talvolta di essere così profondamente impegnato in me stesso dentro una boccia unica e densa che, seduto su una sedia, a meno di due metri dalla lampada posta sulla tavola di lavoro, soltanto con molta fatica e a prezzo di una lunga attesa, gli occhi ostinatamente spalancati, riesco a gettarle appena uno sguardo.
A tale testimonianza del cerchio che m’isola provo una strana emozione.
Mi pare che un obice o perfino il fulmine non potrebbero cogliermi, tanti sono i materassi che mi stanno addosso da ogni parte.
Più semplicemente, sarà che la radice dell’angoscia è sotterrata per qualche tempo.
In quei momenti ho l’immobilità d’un sepolcreto.

IV.
Quel dente cariato qui davanti mi cacciava i suoi aghi molto in alto dentro la radice, quasi sotto il naso. Brutta sensazione!
E la magia? Senza dubbio, ma allora bisogna introdursi in massa quasi sotto il naso. Quale squilibrio! E io esitavo, occupato altrove a uno studio sul linguaggio.
In tali circostanze una vecchia otite, che dormiva da tre anni, si risvegliò con la sua minuta perforazione sul fondo dell’orecchio.
Bisognava mi decidessi. Bagnato, tanto vale gettarmi in acqua. Sbilanciato dalla mia posizione d’equilibrio, cercarne un’altra.
Bene, abbandono lo studio e mi concentro. Mi bastano tre o quattro minuti, e scancello la sofferenza dell’otite (ne conoscevo il percorso). Per il dente, mi occorre il doppio di tempo. In che razza di posto era andato a cacciarsi, quasi sotto il naso. Alla fine sparisce.
È sempre lo stesso; solo la prima volta sorprende. Difficile è scovare il posto dove si soffre. Raccoltisi, si va in quella direzione, a tentoni nel suo buio, cercando di circoscriverlo (i nervosi mancando di concentrazione sentono il male dappertutto); poi, a misura che lo si intacca, mirandolo con maggior cura, perché diventa piccolo, piccolo, dieci volte più piccolo d’una capocchia di spillo, continuate a tenerlo d’occhio senza sosta, con attenzione crescente, lasciandogli la vostra euforia finché davanti a voi non resta più nessun punto di sofferenza. L’avete proprio scovato.
Adesso bisogna restarci senza affanno. A cinque minuti di sforzo devono seguire un’ora e mezzo o due ore di calma e insensibilità. Parlo per gli uomini non particolarmente forti o dotati; d’altronde è il mio «tempo».
(A causa dell’infiammazione dei tessuti, sussiste una sensazione di pressione, di piccolo blocco isolato, come accade dopo l’iniezione di un liquido anestetico.)

V.
Sono talmente debole (lo ero, soprattutto), che se il mio spirito potesse coincidere con chicchessia, ne sarei immediatamente soggiogato e inghiottito  messo in condizione di assoluta dipendenza; ma io vigilo, attento, accanito a essere sempre esclusivamente me stesso.
Grazie a questa disciplina, ora ho via via crescenti possibilità di non coincidere con lo spirito di chicchessia e di circolare liberamente in questo mondo.
Meglio! Sentendomi tanto fortificato, lancerò magari una sfida al più potente degli uomini. Che potrà farmi la sua volontà? Mi sono così acuito e circostanziato che, pur avendomi di fronte, non riuscirà a scovarmi.

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