Compiacimento, connivenza, solidarietà. Contro il villaggio della giovane poesia contemporanea

Damien Hirst - The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living (1991)

di Andrea Lombardi

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Ci troviamo ad operare in un contesto dove prevalgono atteggiamenti di connivenza e compiacimento, connivenza che è anzitutto compiacimento, compiacimento che è anzitutto autocompiacimento. Dato per certo che la poesia non ha più alcun peso, che essa è un gesto anacronistico, inutile, buona solo per chi la fa, un corpo in decomposizione che cerchiamo di rianimare, l’atteggiamento dei giovani poeti è quello del tacito consenso di fronte a tale presupposto – il primo insegnamento che si riceve nella nostra Bildung poetica – che, introiettato, non si fa altro che alimentare in due modi.
Il primo è l’assunzione come imperativo categorico del principio per cui l’unione fa la forza. La giovane poesia contemporanea si presenta come un grande villaggio in cui tutti conoscono tutti, anche senza essersi mai incontrati, a volte anche senza aver mai letto nulla l’uno dell’altro. Un villaggio solidale dove tutti sono amici di tutti perché tutti devono essere amici di tutti. Non avendo più alcun peso ciò che ci ostiniamo a fare, si fa gruppo per sentirsi legittimati a scrivere. E la sede di questo villaggio, fisicamente aperto a tutti, è la rete.
Il secondo, ben più calzante, è il fatto che la connivenza a tale presupposto è realizzata tramite un ulteriore atteggiamento di tacito consenso. In ragione di questa solidarietà obbligatoria, infatti, si accetta come legittimo ciò che scrivono gli altri membri del villaggio. Dilaga il compiacimento: prima nell’autoerotismo della scrittura, poi nel voyeurismo della lettura della poesia altrui. Si tratta infatti di una doppia legittimazione: quella a scrivere poesie, legata alla semplice presenza di altri che fanno lo stesso “nonostante i tempi” e quella a scrivere in un certo modo. Nel villaggio, infatti, non solo tutti conoscono tutti, ma si ha l’impressione che tutti scrivano come tutti. Sembra di essere di fronte all’affermarsi di un’idea tautologica di poesia, il riproporsi, sul piano della produzione dei contenuti, dello stesso processo che ha portato il concetto di lirica a sostituire quello generico di poesia. Non solo quella della lirica continua ad essere l’unica strada avvertita come percorribile – basta vedere la produzione della maggior parte degli esordienti – e come tale la più battuta, ma addirittura al suo interno si è arrivati a una sclerotizzazione di moduli, stilemi, posture che irrigidisce fin da subito qualsivoglia predisposizione al canto. Poesie che nascono già impacchettate e pronte alla vendita, sapendo che c’è un mercato che sicuramente le accoglierà favorevolmente in quanto le richiede. E allora ecco la poesia facile, quella che piacerà a tutti, ecco una verticalità che è solo parodia di verticalità istituzionalizzate, ecco posture riprodotte come schemi. Un serenismo divenuto habitus, come se le possibilità della poesia si fossero esaurite, come se determinati moduli e stilemi abbiano rappresentato il punto di arrivo della poesia e andare oltre fosse impossibile. Il risultato è quello di una voce ovattata, plastificata, robotica. Non vera voce, ma afonia disarmante.

Quando leggiamo poesie di molti giovani poeti abbiamo la sensazione di avere sotto gli occhi puri esercizi di stile, operazioni alla cui base sta il principio per cui ciò che conta è scrivere. Belle poesie, magari, ma la questione non è scrivere belle poesie. Persino nella cosiddetta area di ricerca, situata nella periferia più lontana e suddivisa in piccole tribù, troviamo operazioni che non sono altro che meri esercizi fatti in nome della Ricerca, ridottasi anch’essa a un ismo come tanti altri. In entrambi i casi, seppur con le ovvie eccezioni che esistono – figure o comunità indipendenti non compromesse con le dinamiche esplicite del villaggio o delle tribù – sembra evidente che venga sistematicamente evitato il passo fondamentale di una Bildung poetica: la scoperta della propria voce. Racchiuderla in schemi predefiniti e riproducibili e relegarla a puro automatismo in funzione di un riconoscimento – sia nel villaggio sia nella tribù – significa negarla e negare le possibilità stesse della poesia. Significa, inoltre, accettare lo stato di cose presenti: introiettando la necessità di una legittimazione non si fa altro che accentuare la perdita di legittimazione della poesia. La sola esistenza di qualcosa come un villaggio di solidali non fa che negare le possibilità stesse della poesia. Esso non è una comunità reale, ma la somma di individualità che a posteriori hanno cercato e cercano negli altri una giustificazione al proprio operato, il tentativo spudorato di trovare una legittimazione e un’identificazione in una collettività ideale che, una volta entrativi, obbliga a orientare la propria produzione in prospettiva della conservazione della posizione ottenuta.

Per far fronte a tutto ciò bisogna anzitutto comprendere che l’unica vera legittimazione a cui dobbiamo aspirare proviene dalla negazione della necessità stessa di una legittimazione: solo a questa condizione diventa possibile fondare una comunità reale, una comunità che rivendichi la necessità di una poesia che sia vera e non bella, da produrre e non da riprodurre, una comunità, in conclusione, che prenda forma e sostanza non a posteriori ma in fieri, nella possibilità e nella necessità di una poetica. Soltanto intorno a una poetica può nascere una comunità reale che si opponga alla vigliaccheria di chi cerca una giustificazione al proprio individualismo negli individualismi altrui. Persistiamo quindi, ora più che mai, nell’obiettivo che ci siamo posti fin dall’inizio: rifiutiamo l’idea di una legittimazione necessaria, sentiamoci non legittimati e poniamoci come tali, non come avanguardia, ma a salvaguardia delle possibilità stesse della poesia che il villaggio nella sua menzogna solidale non fa che negare. Chi, invece, vuole continuare a navigare nel mare del compiacimento, continui pure a scrivere belle poesie che hanno come epigrafe un codice a barre: troverà sempre fieri sostenitori.

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5 comments

  1. quasi sempre cammino su un filo di lana sospeso tra l’usare e l’amare, ma è la ricerca del vero a tenderlo e ogni passo è bello come un respiro compiuto ha la grazia del silenzio che lo ha preceduto.

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  2. Sono dubbiosa. Le premesse su cui ci posiamo in queste righe non hanno base concreta, se non il proprio bastare a sé… ne consegue che il resto del testo vacilla e non porge appigli, né testi su cui porgere la tesi e offrire una possibilità di antitesi. Allora io mi domando, se questa è una pura è semplice opinione, a che pro dare per dati di fatto senza porsi eticamente alcun problema di critica credibile, altre semplici opinioni? Si può essere in accordo o meno, niente altro. Allora dove mi sta l’utilità, l’accrescimento che potrei ricevere da un pezzo così? Mi sembra un’occasione sprecata per dire qualcosa. Mertina

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  3. Ripeto anche qui che a premessa di questo testo – un editoriale e non un saggio critico di natura scientifica – vi sono due anni di pubblicazioni e altri sei editoriali. Esso serve ad aprire il ciclo, a porre il problema: nel corso del trimestre verrà sviluppato, anche con saggi ‘concreti’. Porsi di fronte a un testo nei termini di ‘sono d’accordo-non sono d’accordo’ e ridurre la questione all”accrescimento’ che bisogna ricavarne francamente mi sembra riduttivo se non banalizzante. Tenterei, piuttosto, di cercare di comprendere la problematica che l’editoriale solleva e inviterei, ancora una volta, a metterla in relazione con quanto proposto finora da formavera.

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