Un confine generazionale. Su “Qualcosa di inabitato” di Stelvio Di Spigno e Carla Saracino

Guido Guidi - Preganziol

di Simone Burratti

*

Parlare di un libro scritto “a quattro mani” implica, più che in altri casi, il dover adottare una panoramica aerea, macroscopica, che fornisca una chiave di lettura non del singolo autore ma dell’insieme, dei rapporti che intercorrono tra due scritture autonome e refrattarie al dialogo, come sempre è in poesia. Questo vale anche per l’ultimo libro di Stelvio Di Spigno e Carla Saracino (Qualcosa di inabitato, Edb Edizioni 2013), anche se, più che di libro a quattro mani, bisognerebbe parlare di due sillogi indipendenti e speculari, che traggono sì forza dall’essere tenute insieme sotto uno stesso titolo, ma al tempo stesso si sviluppano in direzioni diverse. Ciò che infatti emerge quasi subito, dopo una una prima lettura della raccolta, è una sorta di linea di confine, un gap tra la fine della sezione del primo autore e l’inizio di quella della seconda, che separa e allontana le due scritture non solo sotto il profilo stilistico (che sarebbe poca cosa) ma soprattutto sul piano dell’elaborazione della realtà, e della prassi scrittoria.

Da una parte Stelvio Di Spigno (1975), poeta “classico” nell’accezione migliore del termine, nel continuo sforzo di trattenere sul testo l’inevitabile scorrere del tempo, di strappare qualcosa all’«orologio mortale» della vita (Il treno per Sezze). La scrittura di Di Spigno scivola sulla lingua della dizione quotidiana, senza mai soffermarsi (apparentemente) sull’altezza di una parola o di un verso; eppure non rinuncia alla definizione puntuale, a nominare precisamente i propri luoghi e paesaggi (Napoli, Gaeta; ma anche Sezze, Mercogliano, Fossanova), creando una sorta di “mitologia toponomastica”, che inscrive il lavoro del poeta nella linea della grande tradizione novecentesca italiana (penso soprattutto a Montale e Sereni). Per lo stesso processo di nominazione sembrano resistere alla dispersione anche le persone care al poeta, come la madre (Prosa della madre incantata), o «il capitano di Corvetta Costigliola» (Trentasette primavere); persone che nella condensazione della scrittura si trasformano in simboli, vere e proprie «bandiere»:

Cosa fa un morto accanto a un giovane?
Gli ricorda la strada da seguire, specie se come me
si perde, non fa testo, non riesce a vivere
di suo. […]
Perché non si perda
neanche una parola, e il ricordo, anche se sacro,
mi faccia andare avanti con te come bandiera.
(La bandiera di Vittorio)

L’oblio è così sventato grazie a una resistenza “sul posto”, che si traduce in una poesia lirica classicamente intesa e intonata, in una postura che pur nel suo basso profilo si manifesta intera e cosciente:

La più grande vittoria è di chi sa stare in piedi
restare utile nella grande selva di tutti gli io
passati, futuri e venienti,
[…]

dove sembra  ormai stoicamente accettato, e insieme compreso,

l’urto solenne della vita col suo cono d’ombra,
la sua scomparsa per le mille feritoie del tempo.
(Il premio del deserto)

Tempo tiranno, tempo irrimediabilmente “presente”, che però chiede ancora di essere pronunciato, preservato dal transitorio, anche solo nel singolo atto di volontà dell’io poetante:

Vorrei incidere a fondo la mia vita:
trovare la sua forma , con la sola
libertà e queste mani. […]
(Abboccamento, 1. 2. 2002)

La voce di Carla Saracino, appartenente anche se per poco a un’altra generazione, quella degli anni Ottanta, si situa invece proprio nel verso di questo rapporto poesia-memoria, come a scardinarne il nesso originario. Fin dal primo testo il ricordo e la coscienza di sé vengono allontanati e sentiti come un presagio nefasto:

Non parlare, vita d’una volta.
Ogni scrittura sul foglio
della fatica di ricordare
è dilapidazione, preparazione
alla morte.
Sii dentro, sta’ reclusa.

Ci troviamo di fronte a una poesia che non vuole essere poesia della memoria, mitologia, in cui è difficile rintracciare appigli a un hic et nunc preciso, individuato attraverso nomi propri; hic et nunc che pure c’è, ma sempre nelle retrovie dell’a priori, mai esplicitato. Ciò che è passato sembra rappresentare per l’autrice qualcosa da cui distanziarsi, di cui non si possiede o si vuole possedere il controllo, e i contorni di quello che, volente o nolente, si cristallizza nel testo, risultano sempre sfumati, come se i piccoli grandi eventi privati non disponessero più dell’energia necessaria per segnare o distinguere un luogo o un tempo loro proprio, esclusivo. Solo la presenza dell’altro, di un’alterità qualsiasi, sembra talvolta restituire l’importanza alla propria esistenza, come per emulazione:

Forse hai rubato
un poco del mio tempo alla vita
perché ne avessi cura.
Sei stato lì, hai temuto il peggio
hai tratto in salvo.

Questo dichiarato anelito alla dimenticanza, al «privilegio di qualcosa | di inabitato», che sembra collocare la scrittura di Carla Saracino al limite di un gap generazionale, in cui il valore memoriale della scrittura va distrattamente sfumandosi già nell’attitudine dell’autore, è sorretto da una «configurazione linguistica» totalmente diversa da quella di Di Spigno: se i versi di quest’ultimo scorrono sempre lunghi e senza intoppi, quasi a mimare l’affollamento sintattico del tempo in cui si inscrivono, in Carla Saracino, per la quale, come si è visto, ben poco riesce ad emergere dal caos dell’insignificante ripetibile, ogni parola è lentamente pesata e pronunciata con nettezza assoluta, come per trattenere, almeno nella dizione e nel tono, la consapevolezza di tale insignificanza, e farne così una piccola lapide testimoniale, ricordo che attesta il ricordo, interruzione problematica della trance quotidiana.

Che qualcuno possa finalmente definirsi, come non riuscì a Keats, «one whose name was writ in water», è ancora difficile da stabilirsi, né è questa la sede adatta. Forte è però il sentore, nelle nuove generazioni, di una scarsa rilevanza della propria esistenza, forse anche per se stessi:

Vorrei poter ricordare ma non ho
nessuna attenzione per i nomi e le date.
Piuttosto, conosco l’ospitalità di quello che si dimentica.
La sensualità dello specchio che si ribalta
e copia il sogno di ieri, di ieri l’altro e l’altro…

[Qui alcuni testi tratti dal libro]

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