Con la rubrica Il pubblico della poesia 2.0 vogliamo cercare di rispondere alla domanda: che cos’è la poesia per chi è esterno alla bolla di chi scrive, legge e studia poesia? Attraverso una serie di interviste che hanno coinvolto ragazzi e ragazze tra i venti e i trent’anni, abbiamo cercato di capire quali siano le idee sulla poesia diffuse tra i ‘non esperti’, ma anche quale sia l’eventuale funzione sociale che la poesia, in quanto mezzo espressivo, svolge al di fuori della ‘società poetica’: come, e se, viene usata la poesia da parte di chi non è ‘poeta’, ovvero di chi scrivendo non aspira a far parte di nessuna comunità, non si colloca in nessun campo letterario. Al di là delle differenze individuali, negli articoli che usciranno nei prossimi mesi cercheremo di mettere in luce le costanti, ricavando dalle singole esperienze un senso comune, un’estetica e un gusto mainstream.

2) Una rivolta segreta

Dato che molti degli intervistati (16 su 20) hanno scritto almeno una poesia al di fuori del contesto scolastico, nel corso delle interviste abbiamo cercato di capire in quali occasioni, sotto quali spinte e a quali scopi avessero deciso di ricorrere alla scrittura poetica. Anche in questo caso, il quadro che si è delineato appare abbastanza compatto: la poesia viene considerata un luogo di espressione personale, un discorso in cui si possono far «parlare le emozioni» in una maniera diversa da qualunque altra forma di scrittura. Rispetto alla prosa, infatti, la poesia è ritenuta un genere a statuto speciale, nel quale l’umanità ha potuto esprimere «le cose migliori e i pensieri più grandi», e allo stesso tempo è un modo di scrivere intimo e privato, che consente di parlare di sé in maniera «diversa». Dal punto di vista degli intervistati, la poesia sembra dunque riunire in sé due aspetti positivi, il prestigio e l’accessibilità: è la forma più alta nella gerarchia dei generi, ma contemporaneamente tutti possono coltivarla, basta «dire quello che uno c’ha».

Indagando più a fondo, è emerso che questa ‘diversità’ della poesia rispetto alla prosa risiede soprattutto in tre caratteristiche:

1) La densità, per cui S1 e G2 considerano «l’ermetismo» come una caratteristica naturale della poesia, che offre la possibilità di concentrare il significato in poco spazio, «come una gemma». A1 sottolinea anche l’importanza degli a capo e degli spazi bianchi, grazie ai quali le parole hanno più risalto e peso, mentre nel discorso della prosa «si perdono un po’». Per G1, invece, questa capacità di concentrazione fa sì che la poesia sia in grado di essere bella e di far emozionare anche quando parla «di cose brutte e tristi, che quando uno le sente non sono per niente belle».

2) L’effetto catartico, per cui la poesia serve a liberarsi di un peso oppure, secondo B1, «fare ordine». La maggior parte degli intervistati, infatti, ricorre o ha fatto ricorso alla scrittura in momenti di confusione, di «presa a male», con lo scopo di alleggerirsi e di comprendere meglio le proprie emozioni, come se la poesia fosse una «cornice» che aiuta a inquadrare qualcosa di informe. In questo senso, piuttosto che essere legata a una finalità estetica, la scrittura poetica sembra essere uno strumento utile ad affrontare momenti di smarrimento, fungendo da «sfogo» e svolgendo una funzione in un certo senso terapeutica, poiché consente di mettere in ordine pensieri e emozioni senza passare attraverso l’organizzazione razionale del discorso (come si vedrà meglio al punto 3).

3) La libertà, in quanto la poesia viene concepita come una forma senza costrizioni, nella quale è possibile esprimere liberamente i propri sentimenti. Nel corso delle interviste abbiamo discusso questo aspetto con gli intervistati (in particolare con A1, B1, A2 e G2), sottolineando come, al contrario, a noi la poesia appariva come una forma molto più regolamentata rispetto, ad esempio, a una semplice pagina di diario, poiché possiede una serie di vincoli formali – da quelli metrici, ritmici e di suono, alla concentrazione semantica – che rendono il discorso poetico molto meno ‘libero’ di quello in prosa. L’obiezione degli intervistati, tuttavia, è stata unanime: anche una scrittura privata come la pagina di diario ha bisogno di argomentazioni, di organizzare razionalmente il proprio discorso, mentre la libertà della poesia sta nel poter ignorare la coerenza logica, in quanto «non c’è bisogno che gli altri capiscano». Dunque, eccetto che per A2 e G2 (che hanno pubblicato o desiderano pubblicare i loro testi), per il resto degli intervistati la libertà della poesia riposa sulla sua asocialità, sul fatto di essere «segreta» ancor più che privata, consentendo a chi la pratica di oggettivare e dare concretezza a una dimensione intima che altrimenti resterebbe soltanto virtuale, sottraendo la parte nascosta (e quindi più preziosa) della propria vita interiore ai circuiti reali che comportano la condivisione e la valutazione.

Si delinea così una sorta di ‘iper-intimismo’ che, da un lato, raccoglie ed esalta gli aspetti espressivisti dell’estetica romantica, ignorando tutte quelle forme di corrosione e messa in disparte dell’io inaugurate dalle poetiche decadenti; dall’altro lato, porta all’estremo il disinteresse verso gli istituti formali tradizionali (come la metrica, le rime, ecc.), che essendo regole impersonali e ‘pubbliche’ hanno bisogno di essere sostenute da (e di rivolgersi a) una comunità, la quale risulta completamente assente dall’orizzonte dei nostri intervistati. In effetti, quasi tutti quelli che scrivono o hanno scritto in passato poesie hanno dichiarato di non averle mai fatte leggere a nessuno, neanche ad amiche o amici intimi, né di aver mai provato il desiderio di condividerle. Le sole eccezioni sono costituite da G1, che in passato aveva pubblicato un libro di poesia con la casa editrice Albatros, e A2, che qualche volta condivideva i suoi testi sui social.

Per quanto riguarda il rapporto tra vincoli formali e libertà, è particolarmente interessante una riflessione di A1, che riporto con pochi tagli: «non c’ho na cultura metrica o retorica talmente alta, e non c’ho il confronto con il pari che è poeta anche lui che me costringa a armonizzà la cultura poetica in modo che sia un prodotto qualitativamente valido, quindi nel suo esse na cosa da dilettante rimane na cosa che mantiene una certa forma di purezza […] Questo me permette de ave quel flusso che non sento come costrizione, come matematizzazione dello strumento poetico». A1 ritiene che il confronto «con il pari che è poeta anche lui» l* costringerebbe in qualche maniera a dotarsi di un bagaglio tecnico, di un repertorio di forme e problemi condiviso a partire dal quale sia possibile creare un terreno di comprensione reciproca; dato però che a l*i questo confronto manca, viene meno uno stimolo fondamentale per il padroneggiamento della tecnica, che in effetti non sembra suscitare interesse in nessuno degli intervistati; l’indifferenza per la tecnica fa sì che A1, in base al suo stesso sistema di valori estetici, non possa considerare i suoi testi come «un prodotto qualitativamente valido». Allo stesso tempo però la retorica («matematizzazione») ‘sporca’ la «purezza» del gesto poetico, lo rende artificiale, o comunque inserisce un elemento intellettualistico in un’attività che invece dovrebbe essere ‘spontanea’ e irrazionale. 

Questa riflessione è particolarmente interessante perché da un lato esclude il poeta dilettante dalla ‘grande poesia’ (ovvero dal campo della poesia ufficiale), che presuppone consapevolezza e studio, collocandolo all’interno di una dimensione del tutto asociale e sregolata. Dall’altro lato, tuttavia, sembra sostenere implicitamente che i poeti importanti sono anche ‘impuri’, mentre è proprio nell’atteggiamento del dilettante che si incarnano i principi estetici della poesia. Dunque, se pur in sordina, il dilettantismo può essere rivendicato come una sorta di vanto, una condizione ideale dalla quale potersi dedicare alla scrittura poetica. Il cuore di questa concezione paradossale va individuato in un fantomatico ‘senso di purezza’ che sta alla base del ragionamento, e che si configura come un valore compensatorio ricercato dai ‘dominati’, ovvero da quelli che non hanno alcuna chance reale di entrare nel campo e assumere una posizione di prestigio, o per lo meno di ricevere un riconoscimento pubblico. La purezza degli intenti ha infatti la funzione di elevare moralmente il dominato e il suo ‘lavoro’, circondando di un’aura positiva la sua inesistenza nel campo, legittimando la sua operazione scrittoria e procurandogli una gratificazione personale. Gli intervistati, infatti, sentono di avere libero accesso alla forma poetica non nonostante, ma proprio in virtù del loro disinteresse verso lo studio della poesia, per cui non solo non sono interessati ad acquisire un repertorio tecnico, ma in alcuni casi (ad esempio A2 e B1) non sono neanche interessati a leggere altri poeti, che potrebbero influenzarli e quindi ‘corrompere’ la purezza della loro scrittura. La loro volontà di non partecipare, e di conseguenza la loro esclusione dal campo del visibile poetico, diventa paradossalmente una forma di partecipazione più piena, compensando anche la totale assenza di tornaconto – tanto materiale quanto simbolico – della loro attività creativa. In questa maniera, la purezza assume una funzione blandamente antiautoritaria, perché propone una scala di valori che non riconosce le istituzioni, le tradizioni e i saperi accumulati, ma allo stesso tempo si annulla, non è interessata a nessuna forma di riconoscimento pubblico. Si genera così uno stato di rivolta permanente, pur trattandosi di una rivolta segreta, che non vuole essere vista da nessuno, non vuole lasciare segni. 

Per scaricare il pdf clicca qui.

L’immagine di copertina è di Francesca Coldebella Bergamin

Una risposta

  1. […] aver affrontato il tema della scrittura poetica (qui), cerchiamo ora di ricostruire il comportamento assunto dagli intervistati in veste di lettori di […]

    "Mi piace"

Lascia un commento