Lorenzo Carlucci, Sono qui solo a scriverti e non so chi tu sia

[Durante la pausa estiva pubblicheremo alcuni post usciti durante il primo anno di formavera, coerenti al percorso svolto finora e con il tema del prossimo ciclo. La redazione augura a tutti i lettori buone vacanze]

Quattro poesie da “Sono qui solo a scriverti e non so chi tu sia”, di prossima pubblicazione, con due fotografie di Marco Mazzi. La prima poesia è già uscita, in versione differente, qui; [spedale] [6 marzo 2008], qui.


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Ancora, vicino agli occhi. Mordendo l’uva mi sembra di mordere la testa di una grossa formica. Il formaggio è cattivo. Il tuo corpo è un cielo solido Filadelfia concrezione azzurra di torri.

Del male, non parliamo, andiamo a cavallo. Del tempo che ci insidia i denti, ridiamo coi denti. Con la pelle godiamo dei giorni che ci consumano la pelle. “Oh lima sorda”, pur senza una condanna.

Cambiamoci le suole prima dell’invasione. Prima che sulle nostre sponde appaiano i figli senza nome, tanti come gabbiani. Perché le sponde non sono più nostre, ed è per questo che vengono invase. Perché le sponde non sono più nostre perché noi non siamo più noi stessi. Siamo bianchi, e senza sponda. Andiamo bianchi alla liberazione del diventare schiavi.

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Vedo l’albero sorgere come una improvvisa fonte nel centro del prato. Dietro il parcheggio, dove un uomo nero e un uomo bianco discutono, tra le macchine di lamiera.

Cosa ci spinge ad andare avanti, nell’euforia della nudità. Nell’euforia del tempo, nello scorrere delle auto bianche sulle nostre braccia.

Il palmo dell’uomo si apre sulla pancia di una donna nella pancia di una donna si modella una donna prima è solo un solletico poi diventa una voce.

Poi tuo figlio diventa come una macchina che scorre più veloce di te che cammini. Vive una vita libera, che tocca la tua solo di lato. Io sono per lui altro da ciò che sono per me. I suoi capelli crescono sulla tua testa. Il suo respiro è sfuggito dal mio palmo.

La donna parla al figlio con una voce bianca. Lei non è per se stessa neppure quando è sola.

Come possiamo mantenere quella coscienza che spesso è in noi come il sole fermo prima di cadere quella coscienza dolce della vanità. Come possiamo mantenere quella coscienza della vanità dolce, che ciò che conta è solo la bontà, il sorriso, la gentilezza d’animo. Che tutto è bontà, sorriso, gentilezza d’animo.

Senza per ciò detestare i giochi di bambini, che sono serviti a tranquillizzarci.

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02

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[ spedale ] [ 6 marzo 2008 ]

sono qui solo a scriverti e non so chi tu sia. ho tutto il tempo per scriverti adesso, perché sono in una stanza di ospedale e qui è molto tranquillo. stanno operando mia madre di sotto. c’è solo ogni tanto un martello. un trapano che buca. ho tutto il tempo ora per scriverti, io che non ho mai tempo per scrivere, non sono mai tranquillo. mi strozzo sempre e più che respirare mi piace a quanto pare boccheggiare. voglio passare qui più tempo, magari dei mesi, c’è un bel tavolo lungo e una comoda sedia. e poter studiare l’Avešta. imparare con la bocca a dire tutte quelle parole gatha, nask, fargard, e come si dice luce e come la si rilega in un testo e come si chiama dio. poi scrivere a te, che non ti conosco, e spiegandoti tutto. spiegandoti tutto quello che c’è da spiegare (in principio e di fatto), come a una bambina che inizia a distinguere i tipi dei dinosauri. spiegandoti come si disegna la curva di una funzione e perché questo segue da questo spiegarti tutto ciò che non so ma che so come spiegare. insomma passare il tempo su questo tavolo lungo a spiegare, a scriverti e a studiare l’Avešta. l’Avešta è un testo antico che è stato riscritto e copiato talmente tante volte che leggerne una riga è come leggersi un tomo dell’enciclopedia come leggere in una ottomila parole anche solo perché una parola, la stessa, è stata riscritta copiata e riscelta da ottomila iraniani, e per anni. e tutte le loro voci mi fanno compagnia (ma in solitudine e qui non c’è proprio bisogno di compagnia) e più che altro mi fanno ridere. sono come le voci delle piccole parti del corpo, e tutte le pulci di Leibniz che cantano insieme, un vetrino nel fascio che proietta un pensiero (dei piccoli che neppure si pensano) per vedere il suo arco baleno. poi la parola, quella che è scritta sul libro (sull’Avešta per esempio), con il carattere giusto e con l’immenso amore del curatore, la sua compassione, è quello il tesoro del nano ai piedi dell’arco-nel-cielo, la moneta concreta che si può tenere tra le due labbra.

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[ per dio, no! ]

asilo, politico. cuore. immondo mondo amore. non posso né parlare né tacere. quaderno da musica. col ventre a terra i bimbi imparano a ritmare. la violenza. la vanità. lo spreco. né questo né quello. stelle. labirinto. stelle a spreco. stelle stese. stesse fitte. stelle confitte in testa.

ho lasciato vuota la mia testa per te, mondo, e tu non hai niente da dire. mi sono straziato il cervello prima che lo facessi tu, padre, tempo, e tu non hai niente da dire. ho sbaraccato casa. idee opinioni affetti. ho sbaraccato casa e sono naturalmente restato qui da solo. e tu non ti affacci neppure. ti ho aspettato tanto come una donna, davanti al muro del palazzo davanti al muro di pietre celesti davanti al palazzo del cielo davanti a costellazioni di stelle davanti a cataste di pensieri davanti a colline ripiene di morti ti ho aspettato tanto ho buttato i quaderni eri una donna, dio, eri una donna che non rispondeva.

ho fatto vuota la mia testa l’ho battuta al muro finché non sono caduti tutti i pensieri gli affanni gli affetti è rimasta per molto soltanto trascorsa da orribili ombre dalle paure dalle pulsioni come una casa abbandonata in cui si aggirano i predoni. e tutti hanno conosciuto le mie donne, le madri le nonne le figlie le schiave. e tutti hanno mangiato i miei resti. allora la testa era vuota e io avevo buttato la borsa dei libri giù per il fianco della collina (in fondo c’è una scuola) e già avevo dimenticato la borsa dei libri al cinema del pomeriggio, nel calore delle cosce dei vecchi.

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