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EDITORIALE: Scrivere per cominciare

Torre Unicredit, da piazza Gae Aulenti - César Pelli

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di Marco Villa

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«È inutile, – concluse l’uomo senza qualità scrollando le spalle, – tanto in un così fitto groviglio di forze la cosa non ha la minima importanza!» Si volse altrove, come un uomo che ha imparato la rinunzia, […] ma attraversando lo spogliatoio contiguo passò accanto a un pallone ivi appeso, e gli diede un colpo molto più pronto ed energico di quanto accade a chi è in stato di rassegnazione o di debolezza.

[Robert Musil, L’uomo senza qualità]

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Abbiamo provato a eliminare ogni retorica per una necessità igienica, più che stilistica. La cronaca quotidiana e i relitti simbolistici erano percepiti come pose: liberarsene diventava l’unico modo per partire; rassegnarci a ciò che siamo, senza confessioni o lamenti, doveva essere il primo atto etico.
Veniamo dal pessimismo, subito educati a un’infelicità sempre più profonda e sottintesa, alla maledizione della nostra nobile scelta – e poi a ridere di tutte queste parole. L’inefficacia di ogni azione era talmente scontata che già si potevano elaborare raffinate giustificazioni e ancor più raffinate consolazioni. Aiutati in questo dalla spietata quantità di esperienze a cui siamo stati sottoposti fin dall’infanzia, abbiamo avuto gioco facile a sentirci esauriti prima di aver osato nulla, cinicamente saggi prima di sapere alcunché: le nostre frustrazioni si sposavano perfettamente con gli insegnamenti al ribasso, che anzi parevano riscattarle. E così, come tutti, trasformavamo la debolezza nella forza, forza tanto più netta quanto più impotente.
Tendere a un’orizzontalità perfetta era quindi una forma di profonda onestà (se onestà è accordo col posto che occupiamo nel mondo), l’unica forma veramente adeguata al placido disastro in cui ci muoviamo disinvolti.
Abbiamo però sempre visto quanto meccanica diventi subito una presa d’atto di questa impotenza, quanto sappia essere noiosa la facilità del grado zero, di cui non ci hanno mai convinto pienamente, oltre agli esiti formali, i presupposti ideologici e il rasoterra emotivo. Il grado zero poteva invece essere usato come un travestimento, un abito di grigiore che trasformasse ogni sfumatura in un’arma da taglio. Il grado zero era il nostro adeguarci all’educazione ricevuta, i suoi piccoli tradimenti il cauto (cauteloso?) tentativo di fare qualcosa che comunque sapesse ferire.
Ma ancora, un nuovo manierismo della modestia è alle porte. Buttando via ciò che consideravamo retorica (forse con troppa approssimazione) abbiamo buttato via qualcos’altro, un’energia rischiosissima ma vitale. Essere onesti fino in fondo ci ha resi molto puliti e forse abbastanza intelligenti nel campo limitato di un’abdicazione aprioristica. Continue reading “EDITORIALE: Scrivere per cominciare”

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EDITORIALE: L’autore indifferente

Giulio Paolini - Il bello ideale

di Simone Burratti

“In my room, the world is beyond my understanding;
But when I walk I see that it consists of three or four hills and a cloud.”
                                                            W. Stevens

La scrittura di cui vorremmo parlare non ha niente o quasi niente in comune col suo autore, con la sua biografia e i suoi interessi, con la sua capacità di rappresentare il mondo attraverso una voce e uno stile unici, personali. Al contrario, è una scrittura radicalmente appiattita sul suo tempo, in cui l’eccezionale è sempre percepito come ennesimo, e che quindi preferisce al discontinuo l’ampio spazio di vita comune a tutti, libero dalle declinazioni di una personalità, dalla sua mediazione emotiva o intellettuale; spazio di vita inevitabilmente indifferente, avaro di vette o punte, ma anche scomodo ai fini di una retorica di se stessi, di un discorso brillantemente autoreferenziale.

Allo stesso tempo, questa scrittura vorrebbe prendere le distanze da tutte le autocensure dell’io di primo grado, che finiscono, nella maggior parte dei casi, col concentrarsi più sulla censura in sé che non sull’oggetto: scritture automatiche o procedurali, quando sfruttate con prodigalità distratta; configurazioni linguistiche speciali (poesia visiva) e investimenti totali sul significante in sfavore dell’oggetto; posizioni ostentatamente “oggettive” che rimandano poi il vero oggetto del testo a una sua connotazione o riflessione posteriore, restando vuote nella testualità autonoma. Se di tali scritture e strumenti verrà talvolta fatto uso, sarà per verificarne la tenuta, e ricavarne la contraddizione cercata; oppure per trattarli alla stregua di alternative pratiche alla composizione lineare, di strumenti, per l’appunto, volti però a un’idea di poesia che resta sempre la stessa, quella che finora abbiamo provato – riuscendoci o meno – a delineare. Continue reading “EDITORIALE: L’autore indifferente”

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EDITORIALE: Lirica e ricostruzione

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di Alessandro Perrone e Marco Villa

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Cerchiamo una poesia che sappia parlare del nostro tempo e che ne sia all’altezza. E se il regime monadico tuttora imperante basta a rendere vuota e ormai comica qualsiasi rivendicazione collettiva che passi attraverso un noi ingenuo e a-problematico (tanto vago quanto falso), un centro lirico diventa allora il filtro ineludibile fra gli eventi esterni e la poesia, fra il transitorio e l’essenziale (per citare Montale via Baudelaire).

Questa posizione, fondata non su un a priori ideologico e/o di poetica, ma sulla realtà storica di cui chiunque fa quotidianamente esperienza, resta lontana da qualsiasi supervalutazione dell’io: non ignora i mutamenti intervenuti a destabilizzare ogni pretesa di soggettività salda, ma nemmeno  accoglie la rinuncia (o peggio la pregiudiziale cancellazione) ad un punto di accentramento in grado di gestire i materiali storici restituendone attraverso la propria lingua l’individuale – senz’altro limitata e provvisoria – interpretazione.

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