Se ogni desiderio, anche inconscio, ci viene negato, che cosa rimane di positivo? Il denominatore comune di questo manipolo di poesie sembra potersi riassumere in questo modo, con ipotesi la cui frustrazione talvolta può essere così rapida da non permettere nemmeno una completa espressione. Non manca, però, uno sviluppo nella piccola silloge: all’inizio di questo quasi-romanzo-di-formazione il desiderio frustrato è un tu di cui l’io (che peraltro entra in scena solo in un secondo momento, quasi negando se stesso) denuncia l’assenza; eppure in seguito troviamo un ‘noi’ («E ci sarebbe qui da chiedersi: noi chi?», ci fa giustamente il verso poco dopo Ciuffoli) e questo noi – che oscilla fra l’unione di una coppia io/tu e un’intera generazione, se non il coro umano – almeno in un primo momento sembra riuscire a trovare alcuni spazi interstiziali dentro cui sopravvivere, prima di un ingresso nella piena consapevolezza che non è rimasto davvero nulla. E tuttavia. Per quanto non voglia suggerire che questa lettura sia già presente anche all’interno dei testi, nel leggerli mi sono trovato a pensare che una negazione continua può arrivare ad interrogare – e quindi negare – anche se stessa: quando ogni speranza viene delusa, se si abbraccia una speranza nel Nulla più assoluto allora improvvisamente ci si dovrà trovare fra le mani un imprevisto Qualcosa, e quel Qualcosa (per quanto piccolo) sarà capace di sparigliare le carte un’altra volta. Il paradosso, insomma, è che «il venir meno di un desiderio / irrealizzabile» può forse diventare (solo se non lo era già) «per noi una dimensione di pace» almeno per un attimo, fino al prossimo diniego.
Carlo Rettore
*tremanito è un neologismo coniato da Edoardo Occhionero, la parola serve a indicare un’emotività proprio-corporea il cui significato soggiace sul confine di un’esperienza in cui è possibile avvertire paura (paura che fa tremare) nel mentre si avverte, contemporaneamente, anche una certa impossibilità a reagire (a ciò che atterrisce).
I.
Se stessi qui e non ci sei. Saprei di certo che fare,
portandoti fuori città
dove i problemi si seppelliscono come i morti
coi piedi nella malta
Dove nessuno ti vede giocare. Oltre a quest’inverno incredibile
a quindicimila passi di uomini prima di te
che pare impossibile essere nostra
oggi, questa colpa a voler sopravvivere
per voler vivere / un volervi vivere
II.
Perché solo dove tutto dovrebbe eppure resta
come qualcosa,
in preda a strane peregrinazioni, l’incrocio tra due mondi
un nient’altro che ora
volge su questa, pallida osservazione degli eserciti
che marciano obliqui alla frontiera
mentre dietro di noi si spegne improvviso un quartiere
lasciandoci vivere
per un attimo
solo in quell’attimo lì, le fate che un tempo ci tennero in vita
e i lampioni
III.
Occhio di tigre, profumo di lavanda e tutto ciò
che ci rimanda al tuo pube arrossato, ricorda
paté di fegato, il venir meno di un desiderio
irrealizzabile, per noi una dimensione di pace
O cuore mio e cuore tuo, questa è però ben altra cosa,
non semplice carne amore ma piuttosto
tenera carne di vitello / l’insolito orrore di casa nostra
IV.
Dimenticati, nascosti
in migliaia, dentro – piccoli e fragili –
rifugi di quarto ordine
sempre in crisi, sempre in difficoltà.
Ecco perché, dove tutto dovrebbe…
– ci siamo soltanto noi.
E ci sarebbe qui da chiedersi: noi chi? questi
spettri e io, la nostra stessa costruzione di un’idea
di mostruosità che ricorda l’insolito
carattere dei cani, la città in cui siamo stati
costretti a crescere
prima o poi
V.
a galla, con quella stessa imminenza di una rovina,
senza più tentativi di soluzione né di continuità
sul nostro vecchio caro-mondo, in costante lotta
– ti chiedo ora –
Sarà per noi, quando noi ce ne andremo,
quando infine di qui non passerà più nessuno, quello
il mondo (?)
quello che per intenderci ci sta ora aperto dinnanzi
come un folle
rialto sottomarino che si consuma lontano
, ancora non-visto, ancora divorandoci
come il sogno di un utopico capriccio o l’oscuro
desiderio di un terrore soltanto nostro
nel suo reale, inimmaginifico
VI.
fuori dallo spazio espositivo, siamo entrati così
nella città di elle
/ tra le rovine di un cielo solitamente associato al colore
della polvere o della cenere
per via della pioggia, dei tuoni o dei resti
abbandonati da un fiume in piena, che saltano fuori
come fantasmi
dalla strozzatura di un tombino
Allu squagghiare te la nie[1]… siamo poi diventati adulti
e non c’era più niente in cui credere, niente su cui
poter contare
**
Francesco Ciuffoli (Roma, 1999), laureatosi in Scienze Politiche, frequenta attualmente la facoltà di Scienze Filosofiche. Si occupa di estetica e teoria sociale. In ambito letterario fa parte di Inverso – Giornale di poesia e collabora con alcune riviste. Diversi suoi articoli (scientifici o meno) sono disponibili soprattutto online. Con il libro Nel segno delle camere oscure (ora, Cose che accadono la notte) è risultato vincitore del premio Arcipelago Itaca (2025).
[1] [Allo sciogliersi della neve]
L’immagine in evidenza è di Francesca Coldebella Bergamin.
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