La lirica di Moya Cannon (1956, Dunfanaghy, Co. Donegal) ha il potere di sintetizzare l’esistenza nei dettagli più trascurabili. Le sue poesie tematizzano i rapporti che l’essere umano intreccia con i suoi simili, con la natura, con la propria storia e con lo spazio che lo circonda, ma restano sempre ancorate alla realtà e al microscopico. La morte passa attraverso una spugna rosa imbevuta d’acqua; la bellezza è tutta racchiusa in una microscopica alga invisibile a occhio nudo; il passato è un segreto custodito da un cavallo d’avorio grande un centimetro e vecchio ventimila anni. Per Moya Cannon tutto è già poesia, lei deve soltanto trascriverla.
Questo ruolo di mediatrice si coglie in particolare attraverso la lingua che sceglie di utilizzare: scrive in versi liberi, utilizzando un vocabolario preciso ma mai altisonante. Chiama le cose con il loro nome, senza semplificarle né acconciarle. Utilizza il linguaggio specifico della biologia, della botanica, della nautica, della geologia – ma allo stesso tempo chiama bello ciò che è bello, senza temere di sembrare banale o di adottare termini che ormai, nella percezione comune, sembrano aver perso di forza. La traduzione, ovviamente, deve cercare di riportare fedelmente questa precisione. È un compito difficile, perché a volte l’italiano è più approssimativo di quanto non sia l’inglese, ma soprattutto perché bisogna resistere alla tentazione di perdersi in sinonimi e figure retoriche tanto care alla nostra lingua e alla nostra tradizione di oratori.
Per capire (e conseguentemente per tradurre) Moya Cannon bisogna saper cogliere la bellezza del soggetto della sua poesia.
È autrice di sei raccolte poetiche e numerosi saggi, e membro di Aosdána, un’associazione irlandese di artisti che mira a sostenere il lavoro dei propri membri. La sua prima raccolta, Oar, ha vinto il Brendan Behan Award, e nel 2001 è stata insignita dell’O’Shaughnessy Award. Nel 2021 è uscita la sua opera omnia, Collected Poems. Ha collaborato con la Poetry Ireland Review, con la University of Villanova e con la National University of Ireland. Attualmente vive a Dublino.
[La selezione di poesie in originale è qui riportata, in maniera temporanea, per gentile concessione dell’editore Carcanet, che ringraziamo.]
| Reed-Making | Lavorazione dell’ancia |
| for Cormac Man is but a reed, the most feeble thing in nature, but he is a thinking reed. Blaise Pascal A strip of cane is whittled, gouged thin, cut in two; its concave sides are held together; tapered ends bound, with waxed thread, to a brass funnel, then fitted into a chanter. If one turns out well and is played in by a fine musician, the lips of the reed will come to vibrate in sympathy, and all things will flow through them – joy, grief, despair, and again, joy – stories told in secret to a tree; told to a reed; carried back on a channel of air into life’s bright rooms. What generates music? Gouged, bound wood, or wind, or breath, playing on a tension between what is bound and what is free – a child blows on a grass blade held between two thumbs, wind blows across the holes in a hollow steel gate, and blood leaps in response – a hare alerted in tall grass. | a Cormac L’uomo non è che una canna, la più fragile delle cose in natura, ma è una canna pensante. Blaise Pascal Una striscia di canna viene incisa, scavata e assottigliata, tagliata a metà; i lati concavi vengono uniti; le estremità affusolate vengono legate, con del filo incerato, a un imbuto d’ottone, e poi sistemate in una canna del canto. Se si fa un buon lavoro e la si fa suonare da un musicista esperto, le labbra della canna parteciperanno con delle vibrazioni, e attraverso di essere fluirà ogni cosa – gioia, lutto, disperazione, e poi di nuovo gioia – storie raccontate in segreto a un albero; raccontate a una canna; riportate attraverso un canale d’aria nelle stanze luminose della vita. Cosa genera la musica? Legno intagliato e legato, o il vento, o il respiro, suonare il filo teso tra ciò che è legato e ciò che è libero – un bambino soffia su uno stelo d’erba tenuto tra i pollici, il vento soffia tra le fessure di un cancello di ferro, e il sangue risponde con un guizzo – una lepre allerta nell’erba alta. |
| Orchids | Orchidee |
| Today the ward is filling up with orchids. beyond the pink terraced houses and the January trees the clouds break apart to illuminate curtain aften curtain of grey hail, which batter in fast across the bay. And tall orchids, have arrived, in the cancer wards – magnificent as crinolined beauties, at the ball before a battle. | Oggi il reparto è pieno di orchidee. Al di là delle terrazze rosa e degli alberi di gennaio le nuvole si spalancano per illuminare la grigia grandine che coltre a coltre si abbatte veloce sulla baia. E alte orchidee sono giunte nei reparti d’oncologia – come splendide dame nelle loro crinoline, al ballo che precede una battaglia. |
| Two Doors | Due Porte |
| There are two entrances to this house the old priest told us this morning as he turned, bright as a bird, to the great oak door under the rose window. Through one door the people come in, through the other door the light comes in and the people are in the light and the light is in the people. Few could have wished it otherwise yet, in the cathedral’s thousand years, so much else has come in the lower door, borne often by princes of church and state, while, through the rose window, through thick dust, through spiders’ webs, with the hoards of netted flies, the light still enters, limpid, constant. Coimbra, Portugal, 2010 | Questa casa ha due entrate ci ha spiegato il vecchio prete stamattina girandosi, splendente come un uccello, verso la porta in legno di quercia sotto il rosone. Da una porta entrano le persone, dall’altra porta entra la luce e le persone sono nella luce e la luce è nelle persone. Non si potrebbe desiderare altrimenti eppure, nella vita millenaria della cattedrale, così tante cose sono entrate dalla porta in basso, spesso portate dai principi della chiesa e dello stato, mentre attraverso il rosone e lo spesso strato di polvere, e le ragnatele, con i loro mucchi di mosche in trappola, la luce ancora entra, limpida, perenne. Coimbra, Portogallo, 2010 |
| Consider the Cocosphere | Pensa alla coccosfera |
| for Tim and Mairéad Robinson Which you will never see not because it lives in the ocean but because it is so tiny that light is too crude a medium to relay to us the absurdly beautiful structure of the plate armour which this alga creates for itself. Paired porcelain cartwheels interlock to form the sphere which encloses this minute life form. It drifts around, just under the skin of the sea, in blooms so large they may be seen from space. You will never see either the cocosphere or the colithophore which it protects – electrons are needed to divine the form of each individual design – a beauty gratuitous, as the upper, outer roofs of cathedrals or mosques, painstakingly decorated for the eyes of steeplejacks and of gods. | a Tim e Mairéad Robinson Che non vedrai mai non perché viva nell’oceano ma perché è tanto minuscola che la luce non è in grado di restituirci la struttura assurda e bellissima dell’armatura a piastre che quest’alga crea per proteggersi. Anelli di porcellana si intrecciano due a due per formare la sfera che racchiude questa minuscola forma vitale. Trasportata dalla corrente, appena sotto la pelle del mare, in fioriture così grandiose che le si possono vedere dallo spazio. Non vedrai mai la coccosfera né il coccolitoforo che protegge – servono gli elettroni per indovinare la forma del singolo disegno – una bellezza fine a sé stessa, come i tetti più alti e lontani di cattedrali e moschee, finemente decorati per gli occhi dei costruttori e degli dei. |
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Immagine di Matilde Manara





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