Ogni tanto, quando scrivo “quantomeno”
mi esce “quantomento”.
E questo accade spesso
a meno che non faccia più attenzione.
È un refuso acquisito con l’esperienza
un tic tenace in cui sembro al sicuro.
Spero che scriverlo mi aiuti quantomento
a capire quanto mento quando scrivo
agli amici che tra scrivere e non scrivere
non corre differenza, che posso stare senza.
Da piccolo giocavo al Sapientino
come tutti, ma invece che cercare soluzioni
poggiavo gli spinotti sulla lingua
oppure li sfioravo tra di loro
così che la mia stanza risuonasse
di un trillo insopportabile ostinato.
La vera ambiguità dell’esperienza di quel gioco
passava dall’inganno delle regole
il trillo riprodotto con il metodo ortodosso
non era che stridore dell’attrito di A con B –
lo svago che cercavo non veniva dall’accordo
di elementi rettamente collegati:
il prodigio precedeva l’intenzione
il mezzo provocava la forma e il contenuto
della gioia, se puoi chiamare gioia un gesto idiota.
Scrivendomi un messaggio su WhatsApp, prendo contatto con me stesso: mi segno un appunto feriale, la lista della spesa o un indirizzo. Talvolta però accade che mi scriva una poesia, qualcosa di essenziale che non merito. Non posso fare a meno di notare che, lasciato quel messaggio imprescindibile, mi visualizzo e non rispondo mai: la chat diventa un vasto soliloquio senza eco, un vuoto oltre la forca delle doppie spunte blu. Il ghosting più brutale che conosca.
VII
Lascia cadere la testa sul mio petto. I singhiozzi squassano la cucina del camper, ognuno che mi provoca un tinnito di gettoni nella tasca del gilet; eppure, di nuovo, sento che nulla di antico o nuovo avrà forza di accadere. Il gorgo non sa come capovolgersi in un inferno qualsiasi, dove finalmente potrei precipitare. Del resto, può la grata di un tombino dare frutto? Come svelarsi spettatore a spettatore, pezzo di plastica alonata dai lavaggi. Abituato alla mia, non sono pronto al tepore di una vera sofferenza – e la mano che adesso le asciuga il viso, neanche quella mi sembra appartenermi, come speravo io, lei, e gli uomini e le donne fuori dal camper, bocche e nasi pressati sugli oblò come ventose. Ora alza la testa, mi guarda. La mia faccia le rimane sconosciuta, e in quello smarrimento mi specchio perfettamente.
VIII
Di questa nostra vita abbiamo fatto Yellowstone.
Yogi ha mangiato Bubu, Bubu da dentro ha divorato
Yogi, e alla puntata dopo, nessuno degli adulti nel salotto
sapeva dire ai figli chi dei due fosse chi.
Ma non è questo il punto. Abbiamo fatto
Yellowstone di questa nostra vita: il lago è ricoperto
da una glassa di ghiaccio indistruttibile, eppure non sa come
impedire che là sotto ci sia vita.
Dentro le vene, una miriade di auto a noleggio
procede lentamente per vedere i bisonti a bordo strada.
Uno si è convinto di trovare sulla mappa
il punto panoramico migliore sulla solita cascata.
Per fare la foto perfetta, per dire io c’ero davvero
ero io la cascata. Ci siamo innamorati delle pozze colorate
e non per i colori ma per come sanno ucciderti se solo
lo desideri. Sappiamo a memoria gli orari dei geyser.
Abbiamo una tabella, la partenza dal parcheggio
è stabilita a un dato orario e senza avere fretta
si arriva precisi per vedere l’eruzione. Un tempo,
ti ricordi?, era eccitante. E adesso? C’è questa distesa
di caldere, voragini fumanti, un dedalo infinito di orifizi
incandescenti che sbuffano vapori fatiscenti dalla terra. Può essere
sgradevole il creato ricreato da gentaglia come noi. C’è un modo
per uscire da questo parco giochi di cose naturali?
Esserne turisti, non tanto viaggiatori. Turisti inconsapevoli
felici dell’evento, della guida, del tour organizzato “per vedere
lo spettacolo del parco”. Capito? Vacanzieri, gente lieta.
Quel tipo di persone che un tempo avresti detto: non sono come loro e non lo sarò mai.
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L’immagine in copertina è di Federico Ambrosini.





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