Questi inediti di Giorgio Papitto sono come degli orologi a cucù: hanno al loro interno degli ingranaggi piccoli e precisi, ma con regolarità c’è qualcosa che scatta e apre il testo. Le frasi brevi, secche, precise ospitano infatti quello che le scardina e le allarga, e cioè immagini come “C’era un albero di limoni al centro del cranio”, oppure “La mente / Di mio padre è una radice di zenzero”. Nei testi di Papitto le immagini operano come delle smarginature che aprono il testo a dimensioni ulteriori, a volte con grande esattezza, altre volte più vaghe e cariche di suggestioni; in ogni caso, lo spazio che creano è uno spazio per l’immaginazione, in cui la mente del lettore può svagare e può godere della forza creativa della scrittura, non senza quel piccolo senso di inquietudine che producono le grandi voragini quando non si riesce a vedere il fondo. Questo uso della figuralità ricorda certe soluzioni di Russell Edson, oppure il gioco creativo del surrealismo, anche se sempre bilanciato da un senso dell’ordine tutto ‘italiano’, per cui i testi restano compatti, non si sparpagliano tra le immagini, il pieno si bilancia col vuoto. Aperture dunque, ma controllate da un meccanismo preciso, che fa scattare il suo uccellino di legno in tempi e modi precisi. Questa tensione tra chiuso e aperto è la forza che tiene in piedi i testi di Papitto e li fa funzionare.
sabbia
Mi ricordo di quando avevo le ginocchia in fiamme,
Senza essermi mai fatto male. La sabbia volava su una barba
Appena accennata. Le conchiglie, le telefonate ai miei amici
Più cari. Di te mi ricordo la voce sottile come uno schermo.
Nei giorni di eclissi. C’era un albero di limoni al centro del cranio,
Quando ho preso tra le mani il mio sesso nativo.
Non mi credo né debole né insoddisfatto,
Ho un buco che ho fatto per sentire
Il contorno emerso del corpo. La mente
Di mio padre è una radice di zenzero
E col tempo ne ho fatto digestione.
E nasce come nascono gli uomini,
Per un passatempo.
Conversione
Quanto vapore si può convertire in meglio,
Cosa farne di quel che resto?
Spargere la crema, sognare sotto la cinghia:
Il vapore che porto tra le dita.
Se mi ricordo di essere un’altura esauribile,
Se prima o poi me ne scordo.
Che bello specchio che mi fai quando stai
Senza cuore chiuso nelle stanze.
Ci sono anche io, forse in gocce sul niente,
Sul giocattolo in cui sporgo.
Nel vapore che scorgo a colorarmi il naso,
Questa vita che mi si addice.
Cotone
Papà se è vero che ti porto il male,
Se non trattengo
La mano che estrae la somma per il cielo assiale,
Che nelle coordinate in cui torno cane–
Poi se ti regalo un maglione
Fino a quando non mi dici ti voglio sempre bene.
A Natale con il cielo sghembo, casa
Sotto il cotone più leggero.
Con l’albero che sta al centro e dirige la marcia.
Da una malattia nasce la prossima,
Come se il masso che esce
Dalla stanza fosse il primo di una successione.
Dal cielo al cielo scende, è dentro me,
Non mi toccare.
Le formiche
Sul resto del corpo che metto qui sento…
Sul davanzale e nell’atrio, le forme e crepe
Che vanno a giocare con le formiche vere.
Si muovono come un liquido nell’incaglio
Brevi e scure in un ago.
Che scusa posso inventare perché restino?
Giorgio se mi dai una difficoltà è che non
Riconosco in quest’idea neanche una falla.
Ora scompaiono nei vuoti e tra i selci.
Le formiche, a schiere.
La terra mia è tanta e si toglie il deserto
Dagli occhi, come fosse un segno raro
Il diventare di due insiemi la congiuntura.
voce
Un corpo comincia con l’ano e non finisce.
Nel buco del mondo si immerge, borbotta.
Come il mare è un moto salino che cresce:
Mostra sporgenze che al tatto scompaiono.
Ma la voce è cosa piccola di zampe e travi.
Una credenza, un legno di spigoli e vertici.
Cavi da osso a osso in un gambo già terso.
L’immagine in evidenza è di Francesca Coldebella Bergamin.
Per scaricare l’articolo in pdf clicca qui




Lascia un commento