Con la rubrica Il pubblico della poesia 2.0 vogliamo cercare di rispondere alla domanda: che cos’è la poesia per chi è esterno alla bolla di chi scrive, legge e studia poesia? Attraverso una serie di interviste aperte che hanno coinvolto circa venti ragazzi e ragazze tra i venticinque e i trent’anni, abbiamo cercato di capire quali siano le idee sulla poesia diffuse tra i ‘non esperti’, ma anche quale sia l’eventuale funzione sociale che la poesia, in quanto mezzo espressivo, svolge al di fuori della ‘società poetica’: come, e se, viene usata la poesia da parte di chi non è ‘poeta’, ovvero di chi scrivendo non aspira a far parte di nessuna comunità, non si colloca in nessun campo letterario. Al di là delle differenze individuali, negli articoli che usciranno nei prossimi mesi cercheremo di mettere in luce le costanti emerse in questa prima parte dell’indagine, tentando di ricostruire un senso comune, un’estetica e un gusto mainstream. 

1) Primi contatti con la poesia e canone

Il primo contatto con la poesia avviene alle elementari, quando le maestre chiedono di imparare testi a memoria oppure di realizzare dei componimenti, generalmente occasionali (per il Natale, la Pasqua, la festa del papà o della mamma). A1, per esempio, sa ancora a memoria San Martino di Carducci, e ricorda con grande tenerezza una poesia scritta a dieci anni per la sua maestra che andava in pensione (non ricorda il testo ma ricorda l’emozione; quando da grande tornerà a scrivere qualche poesia, lo farà anche mosso dal «forte coinvolgimento» che aveva sentito in quel momento). In questa fase la poesia è semplicemente un testo che «suona bene» (come San Martino di Carducci) da ripetere e imparare, oppure qualcosa con cui poter giocare liberamente – una cosa che «si fa» –, e per queste ragioni tutti gli intervistati hanno una percezione positiva del loro primo contatto con la forma poetica, ricordano con nostalgia i momenti in cui hanno letto una poesia ai famigliari oppure quelli in cui l’hanno scritta. Nella loro memoria, questo rapporto giocoso e creativo con la parola sembra essere un tassello che compone l’immagine di un’infanzia leggermente mitizzata o stereotipata, e forse anche per questo appare tanto più prezioso a molti degli intervistati. Nel valutare l’entusiasmo con cui molti ricordavano i primi contatti con la poesia, non si può neanche sottovalutare un certo desiderio, che qualcuno degli intervistati può aver sentito, di compiacere l’intervistatore.

Mentre alle elementari le poesie «si scrivono, alle medie si leggono e si studiano, al liceo si studiano di nuovo»: dopo i dodici anni la poesia diventa «una materia seria», si studiano le figure retoriche e questo raffredda notevolmente il legame con la forma poetica. Tutti gli intervistati concordano nel dire che quello tra le medie e i primi anni delle superiori è stato un periodo di disaffezione verso la poesia, che viene percepita come una materia di studio tra le tante, spesso di difficile comprensione. Per esempio G2, che ha frequentato il liceo classico, parla di Dante con un misto tra ammirazione e delusione: lo ritiene un autore importantissimo, forse il più grande della letteratura italiana, ma troppo difficile da capire e da apprezzare. Di questa mancanza G2 incolpa un po’ sé stess*, perché non si è mai impegnat* troppo nello studio, un po’ il suo professore, che non si preoccupava di far comprendere «la storia e la trama che è pure avventurosa alla fine, ci hanno fatto pure un videogioco». Non a caso, anche quelli tra gli intervistati che si dedicano, di tanto in tanto, alla scrittura di poesie si sono riavvicinati a questa forma tra la fine del liceo e gli anni successivi, mentre molti altri non hanno mai superato la fase di disaffezione che comincia con le medie. In generale, tutti lamentano il distacco che si è creato tra poesia e piacere, da un lato perché le poesie non si scrivono più ma si studiano e basta (e poi, spesso si studiano come manifestazioni della ‘poetica’ di un autore, o come insieme di figure retoriche), dall’altro lato perché diventano spesso faticose da leggere, soprattutto tra il terzo e il quarto anno del liceo. Una testimonianza più isolata, ma comunque importante per la sua sincerità, è quella di S1, che pur ricordando con nostalgia il primo contatto con la poesia, ritiene naturale che a un certo punto quell’interesse si perda: l’entusiasmo che aveva provato in passato era una cosa da bambini, mentre crescendo si capisce semplicemente che «non è tra le cose più importanti», è una di quelle passioni che l’avevano riguardat* superficialmente e poi era svanita. La testimonianza di S1 è importante perché mostra in maniera particolarmente evidente una logica presente, benché in sordina, anche nei discorsi di altri intervistati, che avevano scritto qualche poesia tra la fine del liceo e l’inizio dell’università, per poi smettere definitivamente: l’infanzia e la giovinezza (più o meno estesa) rappresentano una fase sperimentale della vita, in cui ci si sente legittimati ad utilizzare il linguaggio in maniera giocosa o espressiva; arrivati all’età adulta, il bisogno di esprimersi viene meno, spesso c’è poco tempo, oppure non si sa più bene di cosa scrivere.  

Per quanto riguarda il ‘canone’ dei poeti italiani che si può ricostruire in base alle interviste fatte, tutti gli intervistati concordano nell’affermare che Leopardi è l’autore più importante, forse anche perché – come afferma B1 – è il primo che si riesce a leggere con più facilità dopo tanti autori che parlano una lingua così lontana dalla nostra. All’interno della produzione leopardiana, il testo più citato e portato a esempio di perfetta riuscita poetica è chiaramente L’infinito. Per la poesia straniera, il nome più ricorrente è quello di Baudelaire. Nell’ottica di molti intervistati, la storia della poesia italiana si divide fondamentalmente in due grandi momenti: tutto quello che viene prima di Leopardi è antico; Leopardi è il capostipite di quel che è venuto dopo, ma comunque è un autore lontano; quello che viene dopo Leopardi è fondamentalmente contemporaneo. A1 ad esempio considera contemporaneo Carducci, il quale potenzialmente è un coetaneo di Merini o Ungaretti, altro poeta spesso citato e ammirato dagli intervistati. Fondamentalmente si ha l’impressione che vengano considerati contemporanei quei testi che si possono leggere senza l’aiuto del vocabolario e che esprimono sentimenti o stati d’animo nei quali è possibile identificarsi. 

All’interno di questa tripartizione storica, una posizione ambigua occupano i poeti viventi, o comunque temporalmente molto vicini, e stilisticamente inassimilabili agli autori studiati a scuola. Un esempio è Bukowski (1920-1994), che secondo G2 «è uno che spacca tutto» ed è contemporaneo in una maniera diversa da quella in cui può esserlo Ungaretti: è un autore stampato (e quindi in un certo senso ‘autorevole’), ma assomiglia più ai poeti che vengono letti sui social che a quelli che si studiano a scuola. Pochi conoscono nomi di poeti viventi (G2 chiede se Montale è ancora vivo, qualcuno cita Merini; qualcuno che ha studiato Lettere riesce a nominarne vari), e tutti quelli nominati sono autori che scrivono solamente sui social, o che comunque affiancano la scrittura a un’intensa attività social, come Gio Evan, Guido Catalano, Franco Arminio, i Poeti der trullo, il Poeta della Serra, Rupi Kaur. Su questi autori e autrici gli intervistati hanno un’opinione contraddittoria: da un lato ne apprezzano la semplicità, la capacità di esprimere un’emozione in maniera rapida e efficace; in momenti diversi delle interviste però questi aspetti vengono criticati, appaiono come un modo per acquistare visibilità, per farsi pubblicità con poco sforzo. L’unica eccezione è Rupi Kaur, citata solo da A1, che l’aveva conosciuta via social ma di cui in un secondo momento ha acquistato il libro; agli occhi di A1 il suo libro Latte e miele è un perfetto esempio di buona poesia e di efficacia comunicativa. 

Questo giudizio contraddittorio si comprende meglio se si distinguono i due elementi, differenti ma intrecciati, sui quali si esercita: gli intervistati apprezzano la semplicità, l’immediatezza, l’efficacia comunicativa in quanto tratti stilistici, poiché consentono loro di leggere il testo senza fare troppa fatica. Allo stesso tempo però la semplicità, l’immediatezza e l’efficacia proiettano l’immagine di una personalità lirica (generano cioè un effetto etopoietico) piuttosto sgradevole, poiché inducono a pensare che l’autore del testo voglia catturare l’attenzione per acquistare visibilità. Le intenzioni che stanno dietro i testi social appaiono dunque poco «pure», e per questa ragione (con la sola eccezione di A2) i poeti social vengono considerati meno prestigiosi e meno «veri» dei poeti che si studiano a scuola (che però sono spesso faticosi). In un certo senso, gli intervistati si sentono ingannati, per cui godono dell’effetto positivo prodotto dall’inganno, ma contemporaneamente disprezzano e si difendono da chi li inganna. Alla radice di questa incomprensione si può forse collocare il fatto che, per la maggior parte degli intervistati, la valutazione delle componenti stilistiche, e in qualche modo il senso delle forme, riposa su saperi come il marketing o la scienza della comunicazione, come emerge dalla terminologia impiegata: «semplicità», «efficacia», «essenzialità», «rapidità», «purezza». In altre parole, le nozioni retoriche attraverso cui molti degli intervistati analizzano (inconsciamente o semiconsciamente) e valutano un testo sono le stesse con cui si valuta una campagna pubblicitaria; e tuttavia, dato che la logica e i fini del testo poetico sono indubbiamente differenti da uno spot, 1) gli intervistati per lo più fanno difficoltà ad approcciare una poesia ‘canonica’, poiché applicano strumenti e hanno un senso del gusto che non si realizzano nelle forme e nelle logiche proprie di un testo poetico; 2) i poeti social, che cercano di piegare gli stilemi (ma anche i canali comunicativi) del marketing a loro vantaggio, generano un cortocircuito tra campi differenti, e se dal punto di vista stilistico incontrano spesso il favore degli intervistati, dal punto di vista delle intenzioni risultano sospetti, perché fanno qualcosa che non sembra appartenere alla ‘vera’ poesia (in quanto appartiene alla pubblicità).   




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L’immagine di copertina è di Francesca Coldebella Bergamin

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