a cura di Massimiliano Cappello

VERSO P. NOTE DI UN TRADUTTORE (1)

Philippe Beck ha esordito nel 1996 con Garde-manche hypocrite. Opéradiques, di cui è tolta questa Introduzione alla pantera, è del 2014. Il suo ultimo libro Ryrkaïpii, è uscito un anno fa, nel febbraio 2023. Di questi quasi trent’anni di scritture, in italiano è filtrato pochissimo, e sempre in riduzione o taglio. Fatti salvi alcuni brani apparsi in rete tra il 2012 e il 2016, se ne trova traccia soprattutto nell’antologia curata per Einaudi da Fabio Scotto e Fabio Pusterla, Nuovi poeti francesi, ormai tredici anni fa. Nel primo come nel secondo caso, si tratta con poche eccezioni di estratti da Chants Populaires (2007), riscritture o «riedificazioni» delle fiabe dei fratelli Grimm. Come gli altri brani apparsi in rete, questo tentativo di tradurre Introduzione alla Pantera è parziale (la suddivisione in due tempi è dovuta a ragioni di natura redazionale, anche se chi scrive assume piena responsabilità quanto al criterio adottato). Come l’Ouverture presente nell’antologia einaudiana, è un proemio. 

Ma ciò che in apparenza è un torto fatto alla poesia di Philippe Beck si rivela a un ascolto più attento un omaggio (o quasi), perché espone qualità distintive e contrapposte del suo stile e della sua espressione: da una parte quanto vi è di poematico, dall’altra quanto vi è di prosastico, tra il «bisogno rappresentato di una forma» e il «bisogno di una forma rappresentata» per dire (Contre un Boileau, Fayard, 2015). Su questo rapporto si gioca grande parte dell’operazione (o Opéradique) della poesia di Beck. Opéradiques, di cui l’Introduzione è proemio (o prologo o preludio), è un termine in effetti intraducibile. Da una parte, il neologismo di Rimbaud (Nocturne vulgaire), l’ispirazione che apre brecce o crepe lungo i muri o le separazioni a guisa di opera melodrammatica; dall’altra, quanto i fratelli Goncourt avrebbero dieci anni dopo detto di Watteau – la cui pittura «sovranaturalizza» la natura grazie a una composizione pressoché operistica (L’Art du XVIIIe siècle). 

Queste prime due accezioni basterebbero a collocare l’intento complessivo di Beck tra acousma, eidos e logos, tra l’arte musicale, quella visuale e quella discorsiva – della cui unione l’Opéra lyrique è antonomasia. Che l’idea del libro nasca da un libretto d’opera dovrebbe chiudere idealmente il cerchio. Tuttavia, c’è una terza accezione del termine. L’operad (per come è stata sviluppata da May-Boardman-Vogt) è una sorta di meta-algebra: individua classi generali di strutture su cui effettuare delle operazioni, le coglie dall’alto di una grammatica allargata, astratta. Opéradiques è un aggettivo che individua l’ordine di manipolazione al quale sono sottoposti i dati intenzionati. 

La poesia di Beck è stata definita «oggettiva», «stenografica», «bendata», ma nessuno di questi giudizi sembra cogliere il legame più profondo tra uno stile e quanto vuole esprimere. Si prenda ad esempio anche soltanto l’elisione degli articoli, la quale 1) infrangendo un sistema di norme «riedifica» un altro sistema 2) procede a fare una «prosopopea delle astrazioni, trasmutando in nomi propri (o personaggi) quelli comuni 3) aggiunge patine arcaizzanti e «intempestive» al suo dettato (La Fontaine, Perrault).

Discorsi simili potrebbero essere svolti per l’utilizzo aleatorio delle maiuscole, o per il criterio che presiede all’utilizzo dell’interpunzione, delle modificazioni ritmico-sintattiche, eccetera. 
Ma non è questo il punto. Il punto è che Beck, in piedi nel mezzo del linguaggio e delle rovine del linguaggio, si è fabbricato una meta-algebra con cui, straniandolo, allude nuovamente a un’operabilità del mondo. La grande metafora della «pantera profumata» del Convivio, trasposta da un piano linguistico-poetico a uno di tipo espressivo, non vuole dire altro. Il più sublime lavoro della poesia è dare senso e passione alle cose; ma per farlo occorre transitare da una insensatezza. A questa minima rielaborazione dalla XXXVII degnità della Scienza nuova di Giovanni Battista Vico, l’opera di Philippe Beck sembra aderire quanto più è possibile.

PRIMA PARTE

Ecco qui un’

Introduzione alla Pantera Formale

Forma è desiderata in grotta trapassata

(o invernata)

La Camera dell’ante-Forme fatte

dice qualche cosa.

O s’inagruma.

E traccia.

E Materiale è andato nel Processo:

il cambiamento è logico.

Diciamolo trasformatore.

Animali, vegetali e minerali

sono entrati

dentro i mondi astrali

che fa le f.(orme) f.(atte), dei formosi idilli.

Mondo lancia degli offici,

degli atti aggirati,

produzioni sotto forme-fiore,

fiori doranti per un nuovo duro stile 

(ce l’avrà, un perché).

Le finture (le rifatturate),

gli investimenti con discensori

(si sprofonda dentro il contenuto

come in una pozza)

appaiono, volti stellati-interrati:

e fanno un’Arte Molto.

La materia dell’idea (l’immateria sostenibile)

diviene l’essenziale,

prima dell’era dei prendenti-carico?

E chi prenderà in carico la p.?

Il poema alla gaetta pelle

insieme alle altre arti?

Tutto frenato.

Per dire le rovine inverse.

Per prima cosa Molto vi è panterizzato

dentro dispositivi a battiti;

sollecitano.

Canto il balletto di quei sei sette otto 

che ci vanno e vengono, dalla p.

L’opera di forme macchinate

a Differenza Insufficiente

è qui l’eroe;

nessun impersonaggio principale,

ma comunque

l’anti-eroe è affaticato.

Un’opera a scala ridotta? No.

È relazionale.

Le p. dell’Opéra stellante

chiedono spartiti protocolli fogli

illustrativi: 

come ha mostrato Ickowitz.

Delle epoche faranno scelte di Jourdain

mimografo, cinematologia,

musicaggio o poeteria,

poesia teatrata, per esempio,

raggruppano nell’incoscienza aerata

mani molto

e poi prove di cambiamento

dell’oposizione,

botte di un cervello ipersensibile

– Intelletto ritmico.

Ma adesso queste botte causano una «critica

istituzionale». E conversazionale.

E siti di arte dedicati.

La Fattoria dell’epoca va insieme alla Pantera

Formale,

da drammaticamente precisare.

Su un pavimento foglico.

Andrà rioperata

con mani di fata.

Lei vaga nel bisogno di formare.

Canto la scena decentralizzata.

Qui, il balletto di espressioni intensive

di «mani straniere»,

oponenti,

di modellazioni grezze e continuanti

fa un’Opéra striante, una serie

Molto, pavimentata, che il cervello collettivo

marca o pesta.

Lascia pure agire il sole.

La pelle va seccata all’ombra,

salvo per tamburi tenui o tesi.

Vive mosse si realizzano qua e là

fino a inattendersi dentro l’atteso.

L’inedittato.

Come il Tilted Arc di Serra

O Flight stop di Snow

quando dei vieti nastri natalizi 

sono messi attorno al collo delle oche

in vetro in fondo al Centro.

O come le parole ghiacce

dei confetti paradossici

pallottole sospese di una guerra.

Opéra di impliciti,

l’opera-balletto delle idee sortenti,

tratti carnosi ricomposti,

ha un Fittore a dire

i Molti in Forma per la gente –

del mobilio avverso,

linfa lavorata e convocante,

bosco.

L’opera del tocco; circola

in ciascuno.

Le parole pure fanno statue remote

e dure come in un’Acropoli.

(Cicerone gela il suo interlocutore).

(Il denso che ha il sorriso indefinito dentro il marmo

non ha il senso di beltà che cercano 

quegli occhi condannati a perlustrare, sciocchi.

I freddi riguardanti

della fantascienza alla Chiusura.

La S F temporale).

Tipicamente, le parole fermano dentro l’intensità.

Figu-rata-mente, aprono bocche

e si rifermano in riposo di chi è convocato.

Ma pure nel conclave si agitano

Come degli idoli piacenti arrotano 

fissabili o fissanti.

La danza di figure che traversa l’arte,

I toccatori.

Lei apre una parentesi dura1.

Non si dà la danza tra di loro.

La pre-danza che comanda queste specie

di forme sospinte.

Con il lavorio costretto.

E la figura silenziosa di un contorno

convoca la musica e la sua urgenza a dire

statuante, dipingente e brutale.

Urgenze tentennanti.

L’arte si guarda l’ombelico.

Sotto occhi ascoltatori di pantera avara.

O invece: la pantera è in fronte a loro, 

l’a sé stessa,

consigliera profumata, ninfa della giungla

che lavora a dire quale piega hanno gli affari 

spinti.

Lei ampia, temperata e semplice

Nel mondo astrale e orefice?

Lei che i sigilli segue posti in acqua,

i primi anelli dagli occhi seguiti

dal bambino asprito

(e demedusa effetti).

Pantera = primo pasticcere-scultore?

O parlatore in tinta

nel raggruppamento tattico del campo emerso?

Chi lavora la Materia dice che è gentucca.

E convoca il Notaio dentro il nodo

sotto al duro stile riportato.

Ecco come queste piume se ne vanno chiuse

addosso a chi vuole dettare

legge a questi offici in crollo

dell’adesso.

Le rubriche di chi forma,

l’amator di fichi,

le rubriche di quel mondo ancora

in piedi.

Malgrado ogni dettato.

E adesso, la Pantera Molto:

il suo profumo lungi, stantuffabile,

che acchiappa e non si lascia catturare

nel principio.

La sua coda è profumata?

I pascoli italiani, o altrove,

e stagni, e selve ne constatano l’assenza, della P.

E tuttavia è braccata,

Avida Stella,

ancora e ancora, stanabile e impiantata;

dei filetti si figurano per cogliere

la Profumosa-ai-rami.

Lei è dovunque e non appare mai,

come profumo di Limone-Fiera.

Naso è spirituale? Ne vuole di profusi?

Di circonferenze?

Il cacciatore è balbo, museale,

preda addormentata, adorna,

e l’Interno Formatore è come lei.

La bruta affasciante appare all’improvviso.

Le piace dileguarsi fuori.

Ricercata in questo mondo

che continua in della piccolezza.

Sirena ammutolita, sirena della terra dimidiata,

ha già i suoi cerchi bianchi e neri,

i suoi profili sulla pelle rose.

E fiere arrivano magnetizzate,

salvo il drago di Latini.

Mangia e rientra nella grotta ritornata;

e dorme per tre giorni.

Poi si sveglia, apre la bocca

E lancia odore accattivante e soave,

transitori-aperitivi tanto che le belve

le si approssimano,

salvo il drago che ritorna alla sua cava

nella terra dentro e riposante.

Ma la P. ama gli odori, anche.

Corre i profumi, le gioie formali

O gioie delle formazioni.

Profumosa e agognata.

Come?

Il vino invece che non l’olio

dentro l’acqua la fa uscire e bere;

l’animale secco ha sete, e flaconi fortilizi.

Reidratata, la sirena della terra è un gatto

prossimo a un paiolo, non vuole niente

di particolare.

Ha bevuto latte nel mattino.

Guarda i tetti.

I cardini.

È formale (o la Formosa) preda,

profumosa profumata.

Se il suo trucco è il corpo, il suo contorno

sente il trucco. Il contorno che sente dell’opera

è una fiamma lavorata.

Una fumata. Fumo su uno scudo.

L’invitante poi dissemina le mine

antipersonale, un po’ contadinesco.

Forma in campagna è minante e minata.

Un’esplodente, una fissante.

La bella è la Bestia-in-contorno?

Bestia cerca

un altro latte di rosa fumante.

La caccia comincia alla mina, da un lato.

Chi cerca è la bestia fumante,

la preda formata,

il lingaggiante cerca sé dentro le frasi

armate. Descrizioni giudicanti ed applicate.

Ciò che dice sente.

Il cacciatore inizia la pantera.

Lei bracca.

Condito al limone.

O il piccione che riporta alle centrali piume

della coda quella bolla di sapone 

musicale o l’arpa fine;

Il suo tremare scarta il falco.

Lui scampanella in aria.

Sirena geniale o ninfa consigliera

dentro il flusso contenuto e debordato?

La-lingua dentro, di già molto,

preda più difficile, un cacciatore primo

che è cacciato dalla bestia già arrestata che è

dentro di spinte. Della forma che è pressata.

Avvincente e ravvivata.

Chi rianimalizza il cacciatore inquieto e il suo pensiero?

Il Detto ipocrita dormiente

canta senza interpretare:

suona un sonno

come un primo Liuto.

Fermato.

Perché il suo profumo d’acqua interna dorme;

Profumato serpe Profumiere, l’amator

di fichi dentro. Tutto ha inizio là.

La pantera si rintraccia, prima,

se ricerca prima di essere cercata.

Cerca il suo profumo, la sua essenza persa in aria.

O l’impressione paesaggiante.

Salta o balza ma per ritrovarsi

serendipica.

Sirena-gazzella o p. lancia gambe

ineguali,

che corrono salendo.

P.-gazzella ha degli slanci in liana?

Degli slanciamenti. 

Voce dolorosa, sguardo dolce, denti-luna

difensivi ed invitanti.

Lingua rude e rossa sale

dentro la difesa

e l’eleganza di quel muscolo che stampa.

Agile come il gatto senza latte,

districante, la Formella Mimica,

l’Ipoteca di Foresta Molto,

ha volte rapide

o sospiri di viso da terra,

che pre-danza e attacca col lavoro;

la faccia di P. che si moltiplica nel campo – 

si tende e si distende.

Pantera Presa, P. che Prende,

Poesia ovunque

tira il viso che ora passa?

No.

Poesia è laggiù o è qui. Non ovunque.

Dipende da un’uscita.

Ma la pre-poesia già alletta,

come forma cercata nell’uscire

dal piantume in fasce

del pre-balbettante.

Prima gli anelli che solcano il vento.

Forma si cerca nella bocca,

grotta snella e praticata

dentro il predatore interito e rampicante.

Delle arti si disegnano

a Raccolta e Scaccia-Babbi,

e la bassezza loro di bestie apparenti

è rilanciata.

L’animale che dipinge pensa al popolo,

al popolamento di operanti,

ad ogni musicato, legato solo verso il solo ritmo.

Ciascuno è roso.

Gazzella tacitata, artigli e zanne,

lappa l’acqua dei torrenti e mostra a pietre

dentro un guado le fossette, sulla pelle cavi compitati,

o scudi riservati

+ aria malinconica

e sonagli di pensiero

arpeggi della terra.

Lei va da un luogo all’altro,

appare per dividere.

Al prezzo di un vuoto reale.

Le sue passioni anche se dolci sono troppo

la sua rabbia lancia in lei un profumo-trappola.

I suoi operanti, i suoi effetti, si nascondono 

sotto le foglie di ginkgo cantato.

Il naso fiuta spazi

e gli elementi, e gli occhi bucano

i cespugli ricettori.

Il sole arriva sulla pelle rumida

dove un contorno parte. 

E pioggia, freddo, vento sbattono la carta

della p. diffusa, il suo Spaese o la sua Pelle. 

Lei mangia poco, e fiori, e beve molto,

e dopo sparla.

La forma del parlare dove iniziano le arti

è un albero a due piedi:

a) tritatore perché affetto (asprito)

lanciatore di elegie di colline,

ue-legie dove gruppetti solitari lacrimano

e tengono dentro le perle dei lamenti rotti

degli infanti per rappresentanti;

b) grondanti di un sospiro acuto,

un raglio, che depone una domanda ansiosa

in aria, un raschiamento.

Pantera si conserva in luogo fresco e asciutto

Dove dorme lungo tempo riservata.

Lungo è pure il suo risveglio

Nel raggruppamento.

Dopo un cane da fucile,

periferico e lunare.

Il suo occhio cavo sente,

nero, grande, intenso in posa,

secondo A. W. Sguardo Bibliotecario.

Ma sotto il riverbero. 

P. ha dei lacrimanti,

immersioni o stock sparlati,

rimesse di lamentazioni

sotto occhi severi.

(Cervo è preso al piagnisteo di ieri).

Danzatrice o pre-danzatrice,

provata laboriosa,

praticamente liscia le onde e l’ombra

e abbandona delle prede,

e balza qua e là senza praticamente correre;

né lieve né tortuoso,

chiuso e fermo e agile tessuto

inaddomesticato:

il circo lo dimentica.

Quasi una Menade nell’aria

che lancia l’opera dell’arte.

Delira slanci rimbalzati,

slanci taglienti e spinti

del Rinchiuso Mondo

del Diffuso.

Il tema dell’Opéra Striante

o Brecciante è dunque:

come e perché le arti,

le derapanti,

personaggi eroicati-articolati

che si intra-misurano e s’incompongono,

sono dei letterari molto,

Ibridi Relativi

risaliti dalla Grotta Sempre,

in guerra.

Si fanno evolvere nell’acqua mondo,

e fanno fiori duri

di cui occorre dire la natura.

Da cui Bustrofe o Ri-solchi come in Bashô

e Zeami.

Il soffia dentro mura il movimento

d’opera in ciascuno; oppure il Riversato

dona delle idee di brecce fantasmatiche,

scene durature che richiude

dentro l’epoca soffiante. Perché la parentesi aperta

da degli atti fa ruotare i focolari,

le cantine dentro.

Da cui la serra rotta.

La serratura dello slancio. 

xxxxxx aspira a tanto? No.

xxxxxx Oppure vogliono una voce diselettrica

xxxxxx Perché la scena dipinge dei gesti vocal

xxxxxx impedisce le statue brumate;

dei composti letterari sono in sala,

musicanti, ottici,

autofonici, poeticanti, videologici

ecc., e la sintesi sparsa è discesa

nei panteramenti.

La fonte di seta, Intensità Fiatata,

è una pittura Song: e ha bisogno

di pietrisco.

(E il pietrisco torna nella tasca in cuoio

o nel sonaglio).

E si diffonde in bibite e riflessi,

e singhiozzi maculati. È il motivo per il quale

si dispiega in pagine

dal Pianto Balbettato: i ritagli delle linee,

a zebrature, albicature delle rose

per contrasto fanno di coperte in pelle

di pantera la primissima carta d’Armenia,

cavallo pezzato o fagiano dentro la gazzella

letterata, la lingua di ciascuno.

Fa dei notturni rozzi, in faccia,

effetti-notte per la gente

in movimento. Dentro romanzi senza le parole.

Fischiettamenti decoranti?

Non solo.

Il Direttore è assente come il fabbricante

dei violini del mondo.

I macchinisti sono in sala;

parti attente,

tetti infragiliti e camere formate

dentro i cuori circolano.

Qui soffia Operadica

su braci poste

nella cenere.

Rischio nuvolismi.

Per degli agitamenti.

Degli incubi sovrapponibili.

Un arrangiamento in faglie?

Gli spiragli sono chiusi.

Ma Watteau de-saltimbanca questi effetti.

Persino variegando quei vapori.

Le scene cambiano rapidamente,

zappingate, regolate, e la materia in acqua.

Perché la cerimonia che ritorna

impone dei notturni scelti

che sospendono le brume o i fiati dei vapori.

Chi si dewagnerizza?

La piana e la forata.

I macchinari impreziositi

a Bruma Sotto,

dentro braci-lacci,

stilleria di gioielliere.

Discendente al Monte Bianco.

La placca del ridotto nero

apre le pozze di a-magia:

il fico secco appare roteando.

E chi ossida le tubature?

Organi a bocca

sono rimontati sotto gli occhi.

Orrore simpatetico, roulotte della Plaisance,

carrozza curva in cui dimora il pane

ben sgobbato: li ossideranno loro, i tubi.

Un pastore andante li degrada.

Razzia le importazioni

dentro immagini. Gerusalemmizzato?

La fortezza fa difetto.

La fonte della seta è una banda limata

Arrotolata attorno al tamburo illuminato. 

I Grimm ridicono del flauto di Bundting

Dipingono di un’acqua medusante

e per dei Riguardanti pensierosi

di flaconi cementati.

che finestrano continuamente l’epoca

(i giornali li denunciano a segnali),

fanno gesti

nell’apprendere – rifagliamenti. 

Il festival sentimentevole e molto

ha dunque dei fregati, dei breccianti:

Introduction à la Panthère

***

PREMIÈRE PARTIE

Voici une

Introduction à la Panthère Formelle.

Forme est désirée en caverne transie
(ou hivernée),
la Chambre d’avant les Formes Fermées.

Elle dit quelque chose.

Ou se citronne.
Elle trace.
Et Matériau est allé dans le Procès :
le changement est logique.
On l’appelle Transfo.
Animaux, végétaux et minéraux
sont entrés
dans le monde copieux,
qui fait des f.f., des idylles formeuses.

Monde lance des offices,
des actes contournés,
productions sous des formes-fleurs,
fleurs dorantes pour un nouveau style rude

(il a un pourquoi).
Les fictures (les refacturées),
les investements avec descenseurs
(on tombe dans le contenu
comme dans un puits)
apparaissent, visages étoilés-terrés :

ils font un Art Plusieurs.
La matière de l’idée (immatière à supporter)

devient l’essentiel,
avant l’ère des preneurs-en-charge ?
Et qui prend en charge la p. ?
Le poème tacheté et charnu
avec les autres arts ?
Tous bridés.
Pour dire des ruines inverses.

D’abord, Plusieurs est panthérisé

dans des dispositifs qui battent ;
ils sollicitent.
Je chante le ballet des six, sept, huit

qui entrent et sortent de la p.

L’opéra des formes machinées

à Diversité Insuffisante
est ici le héros ;
il n’y a pas d’impersonnage principal,

quand même
l’anti-héros est fatigué.
Un opéra en petit ? Non.
Il est relationnel.
Les p. de l’Opéra Étoilant
demandent protocoles, partitions, modes

d’emploi :
comme montre Ickowicz.
Des époques font des Choix-Jourdain :

mimographe, cinématologie,
musicage ou poëterie,
poësie théâtrée, par exemple,

groupent dans l’inconscience aérée

les mains plusieurs
avec démonstration du changement

de l’oposition,

battues de cerveau sensibilisé
– Intellect rythmique.
Maintenant, les battues causent une « critique

institutionnelle ». Et conversationnelle.
Et des sites d’art spécifiques.
Le Fermé de l’époque va avec la Panthère

Formelle,
à préciser dramatiquement.
Sur un plancher papier.
Il est à ré-opérer
avec doigté.
Il rôde dans le besoin de former.
Je dis la scène décentralisée.

Ici, le ballet d’expressions intensives,
des « mains étrangères »,
oposantes,
de modelages brutés et continuants
fait un opéra striant, une suite
plusieurs, planchante, que le cerveau collectif

scande ou pilonne.

Il laisse aussi agir le soleil.
La peau doit sécher à l’ombre,

sauf pour tendre tambour.
Le vif mouvant s’achève ici ou là

jusqu’à l’inattendu dans l’attendu.

L’inédicté.

Comme l’Arc Tilté de Serra
ou l’« Arrêt du Vol » de Snow

quand des rubans de Noël interdits

sont mis autour du cou des oies
de verre au plafond du Centre.
Ou comme les paroles gelées
sont des dragées paradoxées,
des bulles de guerre pendue.

Opéra Implicite,
l’opéra-ballet des idées sortantes,
contours charnus recomposants,
a un Ficteur qui dit
le Plusieurs Formé pour des gens –
du mobilier rétif,
sève façonnée et convocante,
boisée.
L’opéra du toucher ; il circule
en chacun.
Les mots font aussi des statues distantes
et brutes comme à l’Acropole.
(Cicérone congèle un écouteur.)
(Le dense au sourire indéfini dans le marbre
est insensible au beau que cherchent
des yeux visiteurs malgré eux.
Les regardants froids
de la science-fiction à Fermeture.
La s.-f. du temps.)
Typiquement, les mots ferment dans l’intensité.

Figuraulment, ils ouvrent la bouche
qui se referme dans le repos du convoqué.

Et même dans la fermeture ils volètent

comme des idoles plaisantes, des rémouleurs

fixables ou fixants.

La danse des figures traverse les arts.

Les touchants.

Elle ouvre la parenthèse dure.

Il n’y a pas la danse parmi eux.

La pré-danse commande les espèces

de formes poussées.

Avec le travail contraint.

Et la figure silencieuse d’un contour

convoque la musique et ses besoins de dire

statuante, peignante et brutale.

Besoins tâtonnés.

Les arts s’entre-mesurent les côtes.

Sous les yeux écouteurs de la panthère goulue.

Ou plutôt : la panthère est auprès d’eux,

l’à-même,

conseillère parfumée, nymphe de jungle,

qui travaille à dire la tournure des affaires

poussantes.

Elle est ample, tempérée et simple

dans le monde copieux et bijoutier ?

Elle suit les sceaux apposés dans l’eau,

les premiers ronds suivis des yeux

par l’enfant rudé

(il déméduse les effets).

Panthère = premier pâtissier-sculpteur ?

Ou parleur peignant

dans le groupement tactique du champ montant ?

Le travailleur à Matière dit gentucca.

Et convoque le Notaire dans le nœud

en deçà du rude style apporté.

On voit comment des plumes s’en vont serrées

au dos de qui veut dicter

une loi aux offices tombés

de maintenant.

Les rubriques du formeur,

amateur de figues,

sont des rubriques du monde resté

debout.

Malgré les dictées.

Et maintenant, la Panthère Plusieurs :

son parfum lointain, pompable,

attrape et ne se laisse pas capter

dans le principe.

Sa queue est parfumée ?

Les pâturages d’Italie ou d’ailleurs,

marais, forêts, constatent l’absence de la P.

Elle est traquée pourtant,

Étoile Goulue,

encore et encore, branchée et débusquable ;

des filets se figurent pour saisir

la Parfumeuse-aux-branches.

Elle est partout et n’apparaît pas,

comme parfum de Citron Animal.

Nez est spirituel ? Il veut du profus ?

De la circonférence ?

Le chasseur bredouille, muséal,

est une proie endormie, parée,

et l’Intérieur Formant est comme elle.

La fascinante brute sort d’emblée.

Et aime à se cacher dehors.

Elle est cherchée dans un monde

qui continue dans de la petitesse.

Sirène tachetée, sirène de terre diminuée,

elle a déjà ses cercles blancs et noirs,

ses silhouettes de roses sur peau.

Et les bêtes arrivent aimantées,

sauf le dragon de Latini.

Elle mange et rentre à la cave retournée ;

elle dort trois jours.

Puis se lève, ouvre la bouche

et lance l’odeur captante et suave,

si transitoire-appéritive que les bêtes

l’approchent,

sauf le dragon qui rentre dans sa cave

de terre dedans et posante.

Mais la P. aime aussi les odeurs.

Elle court les parfums, les joies formelles

ou joie des formations.

Parfumeuse convoitée.

Comment ?

Le vin plutôt que l’huile

dans l’eau la fait venir et boire :

l’animal sec a soif, et de flacons fortifiés.

Réhydratée, la sirène de terre est un chat

près d’un poêle, et ne veut rien

de particulier.

Elle a bu un lait au matin.

Et regarde les toits.

Les pivots.

C’est la proie formelle, ou Formeuse,

la parfumeuse parfumée.

Si son piège est son corps, son contour

sent le piège. Le contour sentant de l’œuvre

est une flamme façonnée.

Et une fumée. Fumée sur un bouclier.

L’attrayant pose des mines

antipersonnel, et paysannes.

Forme en campagne est minante et minée.

Une explosante fixante.

La belle est la Bête-au-Contour ?

Bête cherche

un autre lait de rose fumante.

Une partie de chasse commence à la mine.

Le chercheur est la bête fumée,

la proie formée,

et le langageur se cherche dans des phrases

armées. Des descriptions jugeantes et appliquées.

Ses paroles sentent.

Le chasseur commence la panthère.

Elle guette.

Il est citronné.

Ou le pigeon qui porte aux plumes centrales

de la queue une bulle de savon

musicale ou harpe fine ;

son tremblement écarte le vautour.

Il carillonne en l’air.

Sirène géniale ou nymphe conseillère

dans le flux contenu et débordé ?

La langue dedans, déjà plusieurs,

est la proie difficile, un chasseur premier

chassé par la bête arrêtée qu’il est

dans de la poussée. De la forme est pressée.

Prenante et ravivée.

Qui ranimalise la pensée du chassé inquiet ?

Le Dit d’hypocrisie ensommeillé

chante sans interpréter :

il joue du sommeil

comme du luth premier.

Arrêté.

Car son parfum d’eau intérieure s’endort ;

Parfumé pythonne Parfumeur, l’amateur

de figue dedans. Tout commence là.

La panthère se traque d’abord,

se cherche avant d’être cherchée.

Elle cherche son parfum, son eau sortie dans l’air.

Ou son impression, entourante.

Elle saute ou bondit pour se trouver,

sérendipiquement.

Sirène-gazelle ou p. lance des jambes

inégales,

qui courent en montant.

P.-gazelle a des élans de liane ?

Des élancements.

Voix poignante, regard doux, dents de lune

défensives et invitantes.

Une langue rude et rouge monte

dans la défense

et dans l’élégance du muscle imprimant.

Agile comme le chat sans lait,

déliante, la Formelle Mimeuse,

l’Hypothèque de Forêt Plusieurs,

a des voltes rapides

ou le souplement du visage par terre,

qui pré-danse et commence un travail ;

la face de P. se multiplie dans le champ –

elle se tend et se détend.

Panthère Prise, P. Prenante,

est Poésie Partout,

qui tire le visage passant ?

Non.

Poésie est ici ou là. Pas partout.

Elle dépend d’une sortie.

Mais la pré-poésie convoite déjà,

comme la forme cherchée en sortant

par le crieur langé

le pré-babillant.

Avant les ronds que sillonne le vent.

Forme se cherche dans la bouche,

cave élancée et pratiquée

dans le rôdeur tendré et rampé.

Des arts se dessinent

à Cueillement et Chasse Banals,

et leur basseur de bête apparente

est relancée.

L’animal peignant pense aux gens,

au peuplement d’opérants,

à chaque musiqué, lié seul vers le seul rythmé.

Chacun est rôdé.

Gazelle Tachetée, griffes et crocs,

lape l’eau des torrents et montre aux pierres

du gué des fossettes, caves dictées sur la peau,

ou boucliers réservés

+ air mélancolique

avec des hoquets de pensée

arpentant de la terre.

Elle va d’un lieu à l’autre,

apparaît pour découper.

Au prix d’un creux réel.

Ses passions sont trop, même suavées,

et la colère lance en elle un parfum piégé.

Ses opérantes, ses effets, sont cachés

sous des feuilles de ginkgo chanté.

Le nez sent l’espace

et les éléments, et les yeux percent

les buissons captants.

Le soleil arrive sur la peau rhumide

où commence un contour.

Pluie, froid, vent frappent la carte

de la p. diffusée, son Dépays ou Peau.

Elle mange peu, et des fleurs, boit beaucoup,

avant de décrier.

La forme du cri où commencent les arts

est un arbre à deux pieds :

a) déchireur parce qu’affecté (rudé),

jeteur d’élégies de collines,

hélégies où larment des esseulés groupés

qui gardent dans les perles des plaintes fendues

d’enfants représentants ;

b) grondant dans un soupir aigu,

râlant, qui dépose une demande pressée

dans l’air, un râclement.

Panthère se pose dans le sec et net,

où elle dort longtemps réservée.

Le réveil est long aussi

dans le groupement.

Après un chien de fusil,

pavillonnaire et lunaire.

Son œil cavé entend,

noir, grand, intense et posé,

selon A.W. Regard Bibliothécaire.

Sous le réverbère.

P. a des larmiers,

enfoncements ou stock décrié,

remises de plaintes

sous des yeux sévères.

(Chevreuil est pris aux plaintes d’hier.)

Danseuse ou pré-danseuse,

laborieuse sentie,

praticienne lisse les ondes de l’ombre

et délaisse des proies,

bondit ici ou là sans presque courir ;

ni tortue ni lièvre,

tissu ferme et serré, agilité

indomestiquée :

le cirque l’oublie.

C’est une Ménade dans l’air

qui lance l’opéra des arts.

Elle déchire les élans rebondis,

les élans coupants et poussés

par le Monde Serré

et Diffusé.

Le thème de l’Opéra Striant ou Brèchant est donc :

comment et pourquoi les arts,

les dérampants,

personnages héroïqués-articulés,
qui s’entre-mesurent et s’incomposent,
sont des littéraires plusieurs,
Hybrides Relatifs
montés de la Cave Toujours,
en guerre.
Ils se font évoluer dans l’eau de monde,
et font des fleurs dures
dont il faut dire la nature.
D’où des Boustrophes, des Re-sillons d’après Bashô

et Zeami.

Le souffle dedans cloisonne le mouvement

d’œuvre en chacun ; ou bien le Reversé

donne des idées de brèches fantômes,

scènes durables qu’il ferme

dans l’époque soufflante. Car la parenthèse ouverte

par des actes fait pivoter les foyers,
les vignobles dedans.
D’où la serre fendue.

La serrure d’élan.

Opéra Strict : l’ensemble des opérateurs
y aspire ? Non.
Ou bien ils veulent une voix désélectrique ?

Car la scène peint des gestes vocaux,

empêche les statues brumées ;

des littéraires composés sont en salle,

opticiens, musiqueurs
vidéologues, autophones, poétiqueurs,

etc., et la synthèse éparse est descendue

dans les panthèrements.

La source de soie, Intensité Soufflée,
est une peinture Song : elle a besoin
de gravier.
(Et du gravier revient dans la poche de cuir

ou le hochet.)

Elle se répand en boissons et miroirs,
en sifflements tachés. C’est pourquoi
elle se livre en pages
à Cri Babillé : les recoupements de lignes,

par zébrures, bigarrures de roses

en contraste font d’une couverture en peau

de panthère le premier papier d’Arménie,

cheval moucheté ou faisan dans la gazelle

lettrée, la langue de chacun.

Elle fait des nocturnes vulgaires, faciaux,
des effets de nuit pour les gens
mouvementés. Dans des romances sans paroles.

Coups de sifflet des décorants ?

Pas que.
Le Régisseur est absent comme le facteur

des violons de monde.
Les machinos sont dans la salle ;
des pans attentifs,
les toits fragilisés et les chambres formées

circulent dans les cœurs.
Ici, Opéradique souffle

sur des braises placées
dans la cendre.
Des nuagismes sont risqués.
Pour des brassements.
Des cauchemars superposés.
Un arrangement de failles ?
Les soupirails sont fermés.
Mais Watteau désaltimbanque les effets.
Même en bigarrant les vapeurs.
Des scènes changent avec rapidité,
dézappées, ajustées, et l’étoffe dans l’eau.
Car la cérémonie revenante
impose des nocturnes choisis
que suspendent les brumes ou les vapeurs soufflées.

Qui est déwagnérisé ?
La plaine et la percée.
Les machineries sont embellies
à Brume Dessous,
dans des braises liées,
des brûleries de bijoutier.
À Mont Blanc Descendant.
La plaque du foyer noir
ouvre le puits d’amagie :
le figuier séché apparaît en pivotant.
Et qui oxyde les tuyaux ?
Des orgues à bouche
sont remontés sous les yeux.
Horreur sympathique, roulotte à Plaisance,

carrosse courbe qui abrite baguette
bossée, oxydent les tuyaux.
Un berger roulé les dégrade.

Il ravage l’emportement
dans des images. Il est solymé ?
Le rempart fait défaut.
La source de soie est une bande limée

enroulée autour du tambour éclairé.
Les Grimm redisent la flûte de Bundting.

Ils peignent une eau médusante
et pour des Regardants qui pensent
à des flacons cimentés.

Mais les impersonnages (les Circulants,

les Opéradiques Jugeants),

qui fenêtrent l’époque à tout moment

(les journaux les signalent par panneaux),

font des gestes
en apprenant – des refaillements.
Le festival sentimentique et plusieurs
a donc des frottés, des brèchants :

1 Dure: scelgo «difficile» per ragioni prosodiche; per lo stesso motivo muto la sintassi della frase.

Per scaricare il PDF clicca qui: Philippe Beck- Introduzione alla pantera

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L’immagine di copertina è di Federico Ambrosini

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