Riprendiamo la nostra rubrica dedicata alla poesia portoghese e in particolare alla collana “da ocidental praia” della casa editrice San Marco dei Giustiniani. Il prossimo volume, in uscita a febbraio, curato da Roberto Francavilla e Maria José de Lancastre, restituisce nelle sue diverse sezioni gli esiti dell’incontro tra Antonio Tabucchi e Mário Cesariny, un incontro avvenuto nella Lisbona degli anni sessanta e motivato inizialmente dalla curiosità con cui il critico italiano decide di interrogarsi – leggendo, traducendo, intervistando – sulla singolare avventura surrealista portoghese. Un incontro fondativo, “fra noi e le parole”, come recita il verso che dà il titolo all’introduzione di Maria José de Lancastre, protagonista dell’intera vicenda e spesso mediatrice, non solo linguistica, tra i due.
Le traduzioni inedite provengono da un progetto rimasto inconcluso e sono riproposte insieme a quelle già precedentemente pubblicate (Parola Interdetta, Einaudi, 1971), al saggio, appartenente allo stesso volume, in cui Tabucchi esponeva le proprie intuizioni sull’estetica cesaryniana, a un’intervista di Maria José de Lancastre all’autore (“Diário de Lisboa”, 15 aprile 1971) e a un articolo uscito sulla rivista letteraria “Quinta Parete” (1972).
Proponiamo qui in anteprima quattro poesie in traduzione, di cui le prime due inedite, seguite da un estratto del saggio critico.
| O poeta cai pela segunda vez O poeta chorava o poeta buscava-se todo o poeta andava de pensão em pensão comia mal tinha diarreias extenuantes mas buscava uma estrela, talvez a salvação. O poeta era sinceríssimo, honesto, total. Raras vezes tomava o eléctrico em podendo voltava não podendo ver-se-ia tudo mais ou menos a cair de vergonha mais ou menos como os ladrões E agora o poeta começou a rir rir de vós ó manutensores da afanosa ordem capitalista já riu de si-mesmo, de se ter suicidado de ter tido diarreia de não pedir dinheiro o poeta viu chegar a orquestra dos silêncios primeiro quis só ouvir depois teve que olhar depois comprou jornais foi para casa leu tudo quando chegou à página dos anúncios o poeta teve um vómito que lhe estragou as únicas que ainda tinha e pôs-se a rir do logro é um tanto sinistro mas é inevitável é um bem é uma dádiva. Tirai-lhe agora os versos que ele próprio despreza negai-lhe o amor que ele mesmo abandona caçai-o entre a multidão crucificai-o de novo mas com mais requinte. Subsistirá. É maior do que isso. Prendei-o. Viverá de tal forma que as próprias grades farão causa com ele e matá-lo não é solução o poeta o POETA O POETA destrói-vos. | Il poeta cade per la seconda volta Il poeta piangeva il poeta si cercava tutto il poeta girava di pensione in pensione mangiava male aveva diarree estenuanti ma cercava una stella, forse la salvezza. Il poeta era sincerissimo, onesto, totale. Raramente prendeva il tram potendo ritornava non potendo si vedrebbe tutto più o meno a cascare dalla vergogna più o meno come i ladri E ora il poeta ha cominciato a ridere ridere di voi o manutentori dell’affannoso ordine, capitalista ha già riso di se stesso, del proprio suicidio di aver avuto diarrea di non chiedere denaro il poeta ha visto arrivare l’orchestra dei silenzi prima ha voluto sentire e basta ma poi ha dovuto guardare] infine comprò i giornali andò a casa e lesse tutto quando arrivò alla pagina degli annunci il poeta ebbe un vomito che gli rovinò gli unici che gli restavano rise di gusto, è un po’ terrificante ma è inevitabile è un bene è un omaggio Rubategli pure ora i versi che egli stesso disprezza negategli l’amore che egli stesso abbandona cacciatelo nella moltitudine crocifiggetelo ancora ma con maggiore raffinatezza Sussisterà. È più grande di tutto questo. Arrestatelo. Vivrà in maniera tale che anche le sbarre si alleeranno con lui, e ucciderlo non è una soluzione il poeta IL POETA IL POETA vi distrugge. |
| Voz numa pedra Não adoro o passado não sou três vezes mestre não combinei nada com as furnas não é para isso que eu cá ando decerto vi osíris porém chamava-se ele nessa altura luiz decerto fui com ísis mas disse-lhe eu que me chamava joão nenhuma nenhuma palavra está completa nem mesmo em alemão que as tem tão grandes assim também eu nunca te direi o que sei a não ser pelo arco em flecha negro e azul do vento não digo como o outro sei que não sei nada sei muito bem que soube sempre umas coisas que isso pesa que lanço os turbilhões e vejo o arco-íris acreditando ser ele o agente supremo do coração do mundo vaso de liberdade expurgada do mênstruo rosa viva diante dos nossos olhos ainda longe longe essa cidade futura onde a poesia «não mais ritmará a acção porque caminhará adiante dela» os pregadores de morte vão acabar? os segadores do amor vão acabar? a tortura dos olhos vai acabar? passa-me então aquele canivete porque há imenso que começar a podar passa não me olhes como se olha um bruxo detentor do milagre da verdade a machadada e o propósito de não sacrificar-se não construirão ao sol coisa nenhuma] nada está escrito afinal | Voce in una pietra Non adoro il passato non sono tre volte maestro non ho combinato niente con le grotte e non è certo per questo che sono qui sicuro ho visto osiride ma allora si chiamava luigi sicuro sono stato con iside ma gli ho detto che mi chiamavo giovanni nessuna parola è completa nemmeno in tedesco che sono così lunghe e così anch’io non ti dirò cosa sei se non con l’arco azzurro e nero del vento non dirò come quello so di non sapere niente so molto bene di aver saputo qualcosa che questo è pesante che lancio turbini e vedo l’arcobaleno e credo che sia l’agente supremo del cuore del mondo vaso di libertà spurgata dal flusso mestruale rosa viva davanti ai nostri occhi ancora lontanissima questa città futura dove la poesia “non ritmerà più l’azione perché camminerà davanti ad essa” i predicatori di morte finiranno? i mietitori di morte finiranno? finirà la tortura degli occhi? passami dunque quel temperino ché c’è immensa roba da cominciare a potare passamelo non mi guardare come se fossi uno stregone] che detiene il miracolo della verità il colpo di mannaia e il proposito di non sacrificarsi non costruiranno niente sotto il sole] in fondo niente è ancora scritto |
| Visto a esta luz… Visto a esta luz és um porto de mar com revérberos de ondas onde havia mãos rebocadores na brancura dos braços Constroem-te uma ponte que deverá cingir-te os rins para sempre O que há horrível no teu corpo diurno é a sua avareza de palavras és tu inutilmente iluminado e quente como um resto saído de outras eras que te fizeram carne e se foram embora porque verdade sem erro certo verdadeiro nada era noite bastante para tocarmos melhor as nossas mãos de nautas navegando o espaço os corpos um e dois do navio de espelhos filhos e filhas do imponderável de cabeça para baixo a ver a terra girar Quero-te sempre como não querer-te? mas esta luz de sinopla nas calças! este interposto objecto e o seu leve peso de eternidade | Visto in questa luce… Visto in questa luce sei un porto di mare con riverberi di onde dove un tempo erano mani rimorchiatori nella bianchezza delle braccia Ti costruiscono un ponte che dovrà cingerti i fianchi per sempre Quel che c’è di orribile nel tuo corpo diurno è la sua avarizia di parole sei tu inutilmente illuminato e caldo come un resto fuggito da altre ere che ti fecero carne e passarono perché verità senza errore vero sicuro niente era bastevole per toccare meglio le nostre mani di nocchieri che navigano lo spazio i corpi uno e due del vascello di specchi figli e figlie dell’imponderabile con la testa in giù a veder girare la terra Ti amo sempre come non amarti? ma questa luce di sinopia nelle gambe! quest’oggetto interposto e il suo leggero peso d’eternità |
| Lembra-te Lembra-te que todos os momentos que nos coroaram todas as estradas radiosas que abrimos irão achando sem fim seu ansioso lugar seu botão de florir o horizonte e que dessa procura extenuante e precisa não teremos sinal senão o de saber que irá por onde fomos um para o outro vividos | Ricordati Ricordati che tutti gli istanti che ci hanno incoronato tutte le strade radiose che abbiamo aperto andranno incontro senza fine al loro luogo ansioso al loro boccio in fiore all’orizzonte e che di questa ricerca estenuante e precisa non avremo nessun segno se non sapere che andrà verso dove l’uno per l’altro avremo vissuto |
da I due spazi di Cesariny: la fuga e l’evento (Parola Interdetta, Einaudi, 1971).
Nella poesia di Cesariny ci sono due spazi: la fuga e l’evento. Ogni altro elemento poetico, per quanto paradigmatico (significazione, parola-emblema, mito, eros, ansia autodistruttrice) ha una dimensione complementare; ha la funzione di abitare, popolare gli spazi. Sono elementi che non vivono di vita autonoma, ma postulano l’esistenza di due piani dimensionali, vere colonne strutturali di tutto il sistema poetico cesarinyano: la fuga e l’evento.
«Ama como a estrada começa»; questo verso-poesia riassume come uno schema il primo spazio. L’immagine della strada, ricorrente stilema di Cesariny, come tutto ciò che suggerisce una partenza (cammino, viaggio, stazione, nave, ecc.) è l’emblema e la significazione della fuga. Nel verso-poesia l’immagine di una strada che comincia è indubbiamente fruita dal lettore in termini prospettici, in cui figurano anche componenti cinetiche che idealmente pongono chi legge in movimento sopra il nastro stradale facilmente immaginato nella prospettiva di due rette convergenti verso l’orizzonte. Non c’è dubbio che questa è un’immagine di «fuga», anzi, per ipallage (immagine – persona che immagina) è una fuga stessa. L’amore come strada che inizia, l’amore come fuga, l’amore-fuga.
Ma sia che scaturisca dal gusto ulisseico o estetizzante dell’avventura e dell’imprevisto, sia dall’insofferenza e dall’angoscia, sia dal desiderio di sottrarsi all’incubo costante di una società tarata, la fuga di Cesariny non è mai lo sdegnoso aristocratico chiudersi dell’intellettuale né lo snobismo solipsistico di chi usa l’alibi dell’insofferenza quale «trompe-l’oeil» per un effettivo ritiro dal consorzio umano e dalle sue lotte. La fuga di Cesariny è semplicemente (o problematicamente) un’aspirazione, e in tale misura i confini con l’altro spazio si toccano fino a confondersi.
La poesia di Cesariny è cioè l’espressione di un desiderio in termini di fuga. Che cos’è infatti la fuga se non un muoversi da un punto per raggiungerne un altro, vagheggiato, sognato, forse appena intravisto o supposto, ma comunque desiderato:
Lembra-te
que todos os momentos
que nos coroaram
todas as estradas
radiosas que abrimos
irão achando sem fim
seu ansioso lugar
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
E os dois amantes que hoje não dormiram vão partir nos
Braços da sua estrela . . .
Na maré límpida que nos impele . . .
È così che spazio-evento e spazio-fuga diventano una entità unica (univoca), perché l’evento è aspirazione di un quid inespresso e inesprimibile, forse l’evento di un evento, o magari soltanto la profezia liberatrice. […]
Se Pessoa, vincendo quel complesso del ridicolo che lo torturava dietro la facciata del «normale cittadino a tutti i costi», avesse abbandonato la metafisica e l’occultismo e avesse scritto poesie d’amore, Cesariny, come poeta erotico, non ci avrebbe forse detto niente di originale. Ma Pessoa non seppe andare oltre la dichiarazione teorica e il tanto «essenziale» amore colò raramente nei suoi versi. Dal programma indicato da Pessoa parte invece Cesariny, intessendovi sopra tutto il suo eros poetico: e il sesso è tanto complementare in questo eros che non esiste affatto, manca. Geometria e purezza, l’essere in sé, il vivere per sé sono i principi essenziali dell’amore cesarinyano; tutto il resto è veramente complemento. L’astratta speculazione intellettiva è il rifugio di questo eros indecifrabilmente asessuato e stilizzato, che pare sussistere senza il supporto fisico, costantemente proiettato verso la sublimazione e il riscatto del visuale e del concreto. Anche gli attributi corporei, il quid da cui questo intellettualistico eros deve forzosamente prendere l’avvio, hanno sempre funzione mitopoietica, anche se dati in termini plastici. Cesariny usa la mitizzazione dell’immagine («os teus olhos de extremo a extremo azuis»; «a constelação de peixes rápidos do teu corpo em sossego») con intento iconico dell’emotività amorosa. In questa sorta di stilnovismo in cui l’amore-luogo intellettuale non conduce a nessuna deità, la catarsi riesce tuttavia a compiersi. È l’amore che compie se stesso, realizzando il poeta e la poesia. […]
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L’immagine è di Federico Ambrosini





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