L’anno scorso abbiamo aperto una nuova rubrica dedicata all’ispirazione, in particolare alle questioni pratiche connesse a ciò che usualmente definiamo con questo termine. Quello che ci proponiamo di fare con questa rubrica è indagare la natura personale e operativa dell’ispirazione, il suo modo di declinarsi in soggetti diversi, il grado di autocoscienza in chi scrive. Abbiamo dunque invitato alcuni autori e autrici a porsi il problema, a fermarsi e a pensare se stessi nel momento della scrittura. L’introduzione alla rubrica, scritta dalla redazione, la trovate a questo link: Non è lavoro sul nulla: questioni pratiche sull’ispirazione. L’ebook del primo ciclo di interviste e interventi a questo: Non è lavoro sul nulla – ebook.
INTERVENTO DI FABIO DONALISIO
Ad oggi, ha ancora senso parlare di ispirazione e interrogarsi sulle questioni pratiche connesse al momento immediatamente precedente alla stesura di un testo poetico? Quando e come avviene l’ispirazione? Ci sono, nel suo caso, delle situazioni spazio-temporali, delle componenti fisiologiche o delle occasioni che possono favorirla?
Personalmente, sono sempre stato allergico alla parola “ispirazione”, fin dai banchi del liceo quando, giorno più giorno meno, ho cominciato a pensare – no, percepire – che la scrittura avrebbe avuto qualcosa a che fare con me e che – man mano che pensiero e percezione (dolorosa) si perfezionavano – sarebbe stato un “fare” dei versi e quasi solo quelli (poiéin, dopo tutto – ho fatto il classico e qualche residuo lo porto ancora). Guardavo i film di Nanni Moretti allora (adesso non lo faccio più, grazie a dio) e probabilmente hanno contribuito al mito di un me stesso “autarchico” (scevro da tutte le menate fasciste, va detto – che peraltro sono inevitabilmente massive e “sociali” – ma, ahimè, non da un devastante solipsismo) o comunque autonomo. E l’ispirazione, così come la vendevano, era un’insopportabile intrusione esterna (e quanto mi sbagliavo, non sull’ispirazione, ma sull’illusione di poter in qualche modo, anche solo per un momento, controllare l’esterno). Che la visione fosse utilitaristica o mistica, poco mi cambiava. Aveva sempre a che fare con quella categorizzazione – meglio, modellizzazione, dell’artista romantico che tanto mi scorticava i nervi (per invidia, ovvio; per la chiara previsione di quanto sarebbe stato impossibile per me esserlo per irredimibile colpa dei tempi) e che mi avrebbe così definitivamente plasmato. E poi con questa cosa del lirico, del soggetto che – ispirato – espone se stesso. Ecco, si può dire che la mia presa di coscienza poetica sia stata – sia tuttora – una sorta di ribellione (fallimentare, ovvio) contro questa iniqua distribuzione di contesto. D’altronde, appartengo di diritto alla generazione dei vittimisti professionali. Non intendo esimermi dalle mie responsabilità.
Tornando (anche se mi stupisce davvero, non per posa, che a qualcuno possa interessare) a questioni più operative: il mio meccanismo “creativo” (e qualunque divinità mi perdoni per aver utilizzato questo termine) si basa esclusivamente sulla saturazione. L’esterno (il mondo, nei suoi oggetti, processi, agenti, pulsioni, sentimenti, pensieri – sempre meno – interazioni, connessioni, comunicazioni – argh) inevitabilmente penetra oltre i confini dell’individuo (in questo caso, il mio) e occupa spazio all’interno – sempre di più. Credo valga per chiunque. In ogni caso, per me è così. Non mi considero però un mero magazzino. La roba accumulata crea reazioni, porta infezioni, turba equilibri fisiologici e mentali già molto precari. A un certo punto – difficile stabilire quando, ma con l’età le previsioni migliorano – lo spazio si satura e si innesca il rigetto. Può avvenire in molti modi. Io, anche forse per un innaturale istinto di protezione nei confronti di me stesso e degli altri, solitamente lo incanalo in parole. Per salvarmi dalla banalità dell’invettiva, con il tempo e molto lavoro (e forse un briciolo di talento, ma quello sì che non so da dove arriva e perché e come) ho imparato a codificare alcune di quelle parole attraverso un alfabeto selezionato (petrarchesco, direi, non in senso mimetico, ma per un’affine schizzinosità) e campi semantici di taglio letterario.
Ma questo è un altro discorso. L’emissione, l’espulsione, ha tutte le caratteristiche del vomito, compreso l’illusorio sollievo successivo, che erroneamente potrebbe essere scambiato per soddisfazione. In pratica, scrivo (intendendo l’atto materiale) pochissimo (per fortuna, viste le premesse; d’altronde, per citare un altro ricordo d’infanzia, ero quello che, anche nelle peggio sbronze, non vomitava mai). Forse due, tre volte l’anno, e per breve tempo. In realtà scrivo (intendendo il pungolo, il fastidio, la nausea) senza soluzione di continuità. Quando il vaso è colmo, tracima. Nulla più e nulla meno. Va detto che quanto espulso è quasi sempre formato e raramente ci torno, se non con gli strumenti da orafo, su singoli sintagmi. La parte di scarto, la elimino senza sprecarci ulteriore tempo, si vede subito. Tutto il lavoro successivo (misurato in anni) è di assemblaggio e costruzione del discorso, quello che poi (forse) si evince dai libri (radi anche loro). Per me il lavoro poetico soddisfacente (a tratti) è quello combinatorio. Ogni materiale può funzionare, compreso quello di mia produzione. Chi mi ha letto sa che non mi faccio remore a riutilizzare qualunque tipo di materiale verbale. Non tratto il mio diversamente. Nell’atto di violenza di calare sulla materia la mia idea si consustanzia quello che intimamente intendo come arte. Un atto di violenza razionale e in ultima analisi crudele, verso se stessi e verso gli altri. Probabilmente anche verso le parole. A questo livello l’ispirazione, se c’è, la considererei piuttosto una sorta di furor, un entusiasmarsi (che poco mi appartiene) tanto sterile quanto avvincente. Autoerotico, anche, probabilmente. Sessualizzato, in ogni modo. Che si concretizza nello spostare un frammento (perché sì, sono sempre frammenti) da una pagina all’altra. Dopo di che, il tono emotivo si stabilizza dalle parti della depressione ad alta funzionalità. E la vita continua a fare il suo corso.
Per rispondere all’ultima parte della domanda: ho provato, anche con una certa costanza, a verificare se alcune situazioni ambientali favorissero l’evacuazione, ma senza grossi risultati. I dati sono incoerenti e poco classificabili. In ogni caso, da tempo vomito solo al computer. I taccuini, quelli sì molto romantici e spesso esibiti, mi infastidiscono, come le agende. Preferisco innumerevoli bigliettini, che posso più agevolmente perdere e dimenticare. Che sarebbe la vittoria, avendo come obiettivo il benessere. Ma se la testa dimentica (selettivamente), lo stomaco non fallisce mai.
Come si conciliano l’ordine e la regola, addirittura una poetica, con qualcosa di generalmente sfuggente come l’ispirazione?
Le regole funzionano quando diventano (o nascono) inconsapevoli. La vera osservanza della legge deve situarsi a monte dell’io razionalizzante. Altrimenti è convenzione utilitaristica, che funziona nel mondo, ma non nell’arte. Motivo per cui la maggior parte delle produzioni faticano a destare un interesse (etimologicamente: un passaggio di essere) vero che vada oltre il posizionamento sociale o altri fattori eterodiretti confluiti più o meno consapevolmente nel testo, teso a essere percepito in relazione a.
La tensione, nel mio caso, sta nella battaglia – latente, silenziosa, feroce – tra un soggetto iconoclasta, insofferente all’autorità, refrattario ai rapporti di potere, perversamente desiderante (e per di più ineluttabilmente pigro, disilluso, letteralmente disperato) e una specie di super-io maniaco compulsivo di ordine e controllo. Qualcosa che potrebbe originare indifferentemente depressione o, in rari casi selezionatissimi, ispirazione, appunto. Non stupisce quindi, che negli ultimi quindici anni il mio lavoro poetico sia stato quello di estirparlo chirurgicamente, questo super-duper-me, e cauterizzare le ferite.
Una volta scritto un testo, quanto sono importanti le componenti della rilettura, della rielaborazione e delle stesure successive? Parlerebbe di ispirazione per una seconda o anche successiva stesura di un testo?
Come detto, raramente per me esistono seconde stesure. C’è qualche lima. Il resto è furor combinatorio, appunto.
Col passare del tempo ha notato un’evoluzione nella sua idea di ispirazione e nel suo modo di percepirla?
Con il passare del tempo quello che ho percepito è il passare del tempo. Sono invecchiato, con sommo scorno. Il gioco è sempre lo stesso. Aumenta solo il livello di difficoltà, e anche quello di noia e assuefazione. L’urgenza è intatta (e qui sta la casa dell’ispirazione), nonostante i miei lettori siano rimasti, contati, i venticinque di Manzoni. Sono solo molto ma molto più esigente con me stesso. Dire il nulla con ancora meno parole. Quelle perfette e che tagliano di più. Non è un gioco per vecchi, ma si fa meglio da vecchi. Perché si è più lenti ma più intensi nel desiderio. E nella sua inevitabile frustrazione.
Potrebbe fornire un esempio concreto del lavoro che ha svolto su un testo nato in seguito a un momento di ispirazione e che poi è stato oggetto di rielaborazione? Se sì, vorrebbe commentare le differenze presenti nelle varie stesure?
Mi avvalgo della facoltà di non rispondere. Anche perché sarebbe di una noia mortale. Philology sucks, avevo letto su una maglietta. Specie quella sul cuore aperto dei viventi. Roba da anatomopatologi. Preferirei donare il mio cadavere polverizzato al vento (e innevare la faccia di un qualche Dude), piuttosto che a un dipartimento accademico. Eppure sono vivo, ancora.
Immagine di Elisabetta Biondi.
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