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Il nuovo ebook di formavera

È online formavera 8, l’ebook che raccoglie i materiali usciti tra settembre 2015 e luglio 2016, sfogliabile su ISSUU o scaricabile in formato PDF. Grafica e impaginazione dell’ebook sono state curate da Francesca Uguzzoni, che ringraziamo.

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Per scaricare l’ebook in PDF: formavera 8 – Massimalismo, grande opera, autore onnisciente

 

inediti

William Carlos Williams, La primavera e tutto il resto | Traduzione di Tommaso di Dio, II parte

fresh_hybrid 2008

La prima parte, con l’introduzione di Tommaso Di Dio, è qui.

*

Capitolo VI

Adesso, nell’immaginazione, tutta la carne, tutta l’umana carne è rimasta morta sulla terra per dieci milioni, dieci miliardi di anni. L’uccello è diventato una pietra nel di cui cuore un uovo, non deposto, rimase nascosto.

È primavera! Ma, miracolo dei miracoli, un miracoloso miracolo ha gradualmente preso forma durante questi apparentemente aridi eoni. Attraverso le regolate sequenze di tempo innominabili, L’EVOLUZIONE HA RIPETUTO SE STESSA DAL PRINCIPIO.

Buon Dio!

Ogni passo una volta intrapreso dal primo avanzamento verso la razza umana, dall’ameba fino al più alto tipo di intelligenza, è stato duplicato, ogni passo, esattamente parallelo a quello che gli precedette nelle epoche morte spazzate via. Ne risulta un perfetto plagio. Tutto è, ed è nuovamente. Soltanto l’immaginazione non si fa ingannare.

A questo punto, l’intero complicato e laborioso processo inizia ad avvicinarsi ad un nuovo giorno. (Di questo, al Capitolo XIX). Ma per il momento ogni cosa è fresca, perfetta, ricreata.

Infatti adesso, per la prima volta, ogni cosa È nuova. Adesso infine il perfetto effetto sta per essere volontariamente scoperto. I termini “veracità” “attualità” “reale” “naturale” “sincero” stanno per essere discussi in dettaglio, ogni parola essendosi evoluta a partire da un’altra identica discussione che ebbe luogo l’altro ieri.
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inediti

William Carlos Williams, La primavera e tutto il resto | Traduzione di Tommaso Di Dio, I parte

Max Ernst - Gioia di vivere

Leggere oggi Spring and All di William Carlos Williams

Spring and All di William Carlos Williams è un testo magmatico: frammentato e forsennato tanto quanto lucido e visionario. Lo possiamo ascrivere per brevità e per convenzione al genere del prosimetro, sebbene non solo alterni prosa e poesia, ma anche lacerti narrativi ad altri di carattere spiccatamente teorico e riflessivo. È uno di quei paradossi così tipici della letteratura il fatto che, mentre l’opera intendeva proporsi, a tutti gli effetti, come un provocatorio manifesto in difesa di un diverso e più originariamente americano modernismo, esso finì per uscire in volume nel 1923 nella più europea delle città d’Europa: Parigi, presso la McAlmon’s Contact Publishing Company. Negli Stati Uniti non riuscì a trovare nemmeno un editore e fu stampato in sole trecento copie, che ebbero una così scarsa distribuzione che l’opera ricevette una sola recensione – e per di più negativa. Soltanto l’anno precedente – è cosa nota, ma giova ricordarlo – era dato alle stampe, prima negli Stati Uniti e poi in Inghilterra, uno di quei testi che fanno da spartiacque nella storia della letteratura mondiale: The Waste Land di T.S. Eliot, di cui Spring and All ci appare la risposta, o meglio: la brutale riformulazione.
Altri meglio di me hanno potuto e potranno indagare la relazione fra questi due testi capitali del modernismo e ricostruirne le problematiche e fittissime relazioni. A me preme, in questa sede, avvertire il lettore che quello che ha di fronte è – credo – il primo tentativo di una traduzione in italiano di un’opera che mi pare dica molto a chi intende scrivere oggi poesia. Non solo perché Spring and All si offre come un perfetto e risolto connubio fra prosa e poesia e, per di  più, nelle parti in prosa, come altissimo ed esaltante esempio di prosa poetica; ma anche perché ha esplicitamente a che fare con un aspetto che, pur costitutivo dell’esperienza della poesia, raramente è tematizzato con l’altrettanta ambigua forza che ha in queste pagine: mi riferisco, per usare i termini di Williams, alla relazione fra immaginazione e momento. «Il lettore conosce se stesso come vent’anni fa e ha anche nella mente una visione di ciò che sarà, un giorno. Oh, un giorno! Ma la cosa che mai conosce e mai osa conoscere è ciò che è nell’esatto momento in cui è. E questo momento è l’unica cosa a cui io sono interessato»; e poche righe più avanti, con un gesto spiazzante e soltanto apparentemente paradossale, sostiene: «A chi mi rivolgo? All’immaginazione». Williams infatti sostiene che «tutta la scrittura, e fino ad oggi, se non tutta l’arte, è stata progettata specialmente per mantenere una barriera fra il senso e il vaporoso margine che distrae l’attenzione dai suoi agonizzanti avvicinamenti al momento». Tutta l’arte non è che distrazione, diversione, allontanamento dal momento in cui ci può infine percepire viventi, in cui si può percepire il nudo fatto che si è. La poesia, almeno quella che Williams sostiene e pratica e in questo testo ci fa vedere in azione, non vuole essere nient’altro che strumento di questo percepire, medium di un’azione riflessiva che fa convergere in un sol punto (e quel punto è il lettore, il corpo fisico e morale del lettore) il massimo di allontanamento dalla realtà, l’immaginazione, e il suo assoluto e fuori tempo atto di nascita, il momento: «Per raffinare, chiarificare, intensificare quell’eterno momento in cui solamente noi viviamo non c’è che una singola forza – l’immaginazione. Questo è il suo libro. Io, in persona, vi invito a leggere e a vedere». Con questo abbrivio, l’opera di Williams non smette di ricominciare e di dirci quanto alcune delle dicotomie ancora in voga – prosa vs. poesia, oppure poesia della realtà quotidiana vs. poesia dell’immaginazione – non solo sono da superare in quanto obsolete e nei fatti anacronistiche, ma non sussistono proprio in quanto la poesia fa altro e quest’altro è proprio distruggere queste supposte antinomie. Quell’insieme di segni alfabetici disposti su pagina o su schermo o dove mai li troveremo in un futuro impronosticabile, sono lì, a distanza dalla vita, soltanto perché è dalla distanza che possiamo tornare ad avvertire quell’immedicabile scorcio che in queste pagine di Williams prende il nome di Primavera e che potremmo anche chiamare presenza o, con altro lessico che a queste pagine, vent’anni dopo, fa inequivocabilmente eco, Supreme fiction.
Williams scrive che «infine, la PRIMAVERA si sta avvicinando»; ed è un movimento quello della poesia che è sempre interrotto, proprio perché è sempre ripreso, di opera in opera, di lettura in lettura, di lettore in lettore; esso spinge a distruggere tutto il mondo in una «nuova modalità di omicidio» soltanto perché vi sia nuovamente «carne fresca»: il fresco avvertimento dell’irripetibilità di ogni attimo, di ogni momento. Così Williams ci spinge ad iniziare: «Ogni volta che dirò “io”, intenderò anche “tu”. E così, insieme, come in un’unità, incominceremo.»

Tommaso Di Dio

*

Se qualcosa del momento esce fuori – tanto meglio. E più probabilmente ciò accadrà, tanto più non ci sarà nessuno che vorrà vederlo.

C’è una costante barriera tra il lettore e la sua consapevolezza dell’immediato contatto con il mondo. Se c’è un oceano, è qui. O piuttosto, l’intero mondo è nel mezzo: Ieri, domani, Europa, Asia, Africa, – tutte le cose rimosse e impossibili, la torre della chiesa di Siviglia, il Partenone.

Che cosa intendono quando dicono: «A me non piacciono le tue poesie; tu non hai alcuna fiducia. Sembra che tu non abbia sofferto né abbia sentito alcunché profondamente. Non c’è nulla di attraente in quello che dici, ma al contrario le poesie sono assolutamente repellenti. Sono senza cuore, crudeli, si prendono gioco dell’umanità. Che cosa, nel nome di Dio, hai intenzione di dire? Sei un pagano? Non hai tolleranza alcuna per la fragilità umana? Puoi anche fare a meno delle rime, ma del ritmo! Perché non ce n’è del tutto nelle tue poesie? È questo ciò che chiami poesia? È davvero l’antitesi della poesia. È l’antipoesia. È l’annichilazione della vita a cui sei inclinato. La poesia è solita andare mano nella mano con la vita, la poesia che ha interpretato i nostri più profondi impulsi, la poesia che ha ispirato, che ci ha condotto verso nuove scoperte, nuove profondità di tolleranza, nuove vette di esaltazione. Voi moderni! Voi state portando a compimento la morte della poesia. No, non posso comprendere la vostra opera. Non avete sofferto un colpo crudele dalla vita. Quando lo avrete sofferto, scriverete differentemente»?
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