saggi

Giorgio Ghiotti | Costellazioni

Gallo Autoritratto autoritario 1 e 2 2004-kq5F--835x437@IlSole24Ore-WebUscirà domani, per l’editore Empirìa, Costellazioni, un saggio di Giorgio Ghiotti. Pubblichiamo in anteprima una parte del primo capitolo, intitolato “Una giovinezza inventata”. Ringraziamo autore e editore per la gentile concessione.

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I. Una giovinezza inventata

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1. Per la prima volta da che si è andata formando (ed è ancora in fase d’emersione), una nuova generazione di poeti, quella dei nati negli anni Novanta, ha sentito l’esigenza di scrivere o di riflettere sottendendo – felicemente e miracolosamente, a mio giudizio – un “noi” collettivo.
L’occasione è stata la pubblicazione, nell’aprile 2018, del librino La poesia è finita. Diamoci pace. A meno che… del poeta Cesare Viviani, che apertamente e non privo di un certo rancore taccia i giovani poeti tout court, quasi trattandoli come categoria indistinta o mostro a tre teste, di ignoranza, narcisismo, autoreferenzialità, operando una semplicistica banalizzazione della realtà: «La maggior parte dei poeti più giovani, dai ventenni ai quarantenni, non valorizza il lavoro di noi più anziani. Ci hanno letti solo nelle antologie o su internet. Noi, “ai nostri tempi” e modi, abbiamo letto tutti i libri, dalla prima all’ultima poesia, dei poeti più anziani, con passione e ammirazione (…) il problema è che voi non avete letto nemmeno Luzi o Zanzotto, Sereni o Giudici, Raboni, Porta o Pagliarani, se non nelle antologie o su internet.» Magari le antologie universitarie antologizzassero Raboni o Porta! E in quanto a Pagliarani, bisogna fare il diavolo a quattro per recuperare in libreria l’Elefante Garzanti di tutte le poesie. Per la pace di Viviani, lo spreco è la misura della giovinezza e i poeti ventenni sono disposti a tutto per scovare sugli scaffali più nascosti di qualche libreria indipendente un libro di poesia oramai introvabile, ritrovandosi con la testa piena di versi, la loro camera – spesso di fuorisede – zeppa di libri e poco o niente antologie, le tasche leggere.
Questo lo dico senza alcuna demonizzazione delle antologie, che tanta parte hanno avuto soprattutto dagli anni Settanta a oggi – da Donne in poesia di Frabotta al Pubblico della poesia di Berardinelli e Cordelli, fino alla Parola innamorata, all’Io che brucia di Paris e oltre, ai Poeti degli Anni Zero di Ostuni, all’antologia dei poeti bolognesi (di nascita o in transito nella città-simbolo della poesia giovane) Centrale di Transito a cura di Brusa, Campi, Grutt.
Che l’“identikit dei nuovi poeti” tracciato da Viviani possa aderire a qualcuno di noi non lo si nega. Ma Viviani può dormire sonni tranquilli: tra le molte difficoltà e l’inesistente ritorno economico degli studi umanistici oggi in Italia, c’è ancora chi legge, rilegge, rumina, studia, da Alceo a Giorgio Caproni, da Lucrezio e Petrarca ad Amelia Rosselli e Vittorio Sereni, o Toti Scialoja, Vito Riviello, Cosimo Ortesta.  Addirittura – ma qui metto una sola mano sul fuoco – capita che i giovani poeti si leggano tra di loro. Se ne stupisce, signor Viviani?
Non mi interessa la difesa a un attacco (o a un’analisi) privo di fondamento e, dopotutto, facilmente riducibile a quel che è: un lamento che però, a ben vedere, ha avuto il grande merito di innescare nei giovani poeti un desiderio di verità rispetto al racconto che volentieri si fa di loro, un desiderio che spero continui a formalizzarsi nella prima persona plurale, “noi”, generazionale, fugando abilmente anche le insidie del pronome più prezioso e più pericoloso di tutti. No, non ho interesse nel difenderci. I giovani poeti si difendono benissimo da soli con le poesie che scrivono e i libri che pubblicano, quando le une e gli altri hanno un valore riconoscibile. A me interessa piuttosto ragionare sui contrasti e le contraddizioni che coabitano nelle pagine di questo librino, senza che l’autore se ne renda conto, forse offuscato nella sua capacità critica dall’insoddisfazione e dalla delusione per una generazione di poeti «giovani, giovanissimi, che in qualche occasione pubblica mi guardano storto, loro che hanno letto niente dei libri che ho scritto, e mi salutano appena, forse per fare contento il loro tutore che non mi ama, o forse perché io non sono mai riuscito a elogiare i loro versi.» Continua a leggere “Giorgio Ghiotti | Costellazioni”

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“altri versi”. Incontri di poesia contemporanea | Massimo Gezzi

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[Dopo il dialogo tra Gian Mario Villalta e Daniela Gentile (“altri versi”. Incontri di poesia contemporanea | Gian Mario Villalta), pubblichiamo oggi quello tra Francesca Santucci e Massimo Gezzi, secondo appuntamento della rassegna “altri versi.]

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Francesca Santucci: Ne Il mare a destra (2004) e L’attimo dopo (2009) incontriamo la storia di un individuo: leggiamo dei suoi viaggi in treno, delle case in cui ha abitato, del luogo in cui sono tumulati i suoi cani. L’esperienza idiosincratica, tuttavia, è affiancata da un’attenzione verso le forme di vita e materia prossime, il «minimo orizzonte di cose quotidiane». In particolare, ne Il numero dei vivi (2015) il soggetto si palesa come un ente immesso in uno spazio condiviso, plurale, circondato da esperienze più o meno monadiche con le quali confrontare la propria; l’identità della voce poetante si moltiplica, dà spazio a ogni «piccolo destino di una storia come tante», a personaggi diversi. Come si giunge al caleidoscopio de Il numero dei vivi? E in che relazione sta la frammentazione del soggetto con la variazione della forma? In questa raccolta, per dire, si registra un uso più sistematico della strofa, un ricorso all’organizzazione poematica dei componimenti, e la comparsa della scrittura in prosa.

Massimo Gezzi: Il numero dei vivi, sin dal titolo, voleva presentarsi come libro plurale, policentrico. Le mie esperienze biografiche e intellettuali, sottilmente intrecciate le une alle altre, mi hanno portato negli anni alla necessità di allargare lo sguardo. Per quanto io non abbia nulla contro la poesia lirica – a patto che non sia autoreferenziale e lacrimosa, come ho cercato di dire in un paio di saggi che si trovano on-line –, sentivo la necessità di estendere lo sguardo su tutti i vivi, o su molti di loro. Le esperienze biografiche da un lato (la paternità, l’emigrazione, la nuova professione di docente liceale) e una riflessione sulla società e la politica contemporanea innescata dalla lettura di filosofi per me importanti (Badiou, Žižek, Michéa) mi hanno portato a cercare di includere, in una raccolta di poesia, tante soggettività, oltre alla mia, a tentare di moltiplicare gli sguardi sulla realtà (è questo il motivo per cui ho incluso nel libro, non senza qualche resistenza interna dovuta al fatto che temo come la peste le strumentalizzazioni e l’engagement di facciata, poesie che parlano di migranti, come La notte di Natale e Corpi). Sentivo che era giunto il momento, insomma, di aprirsi alla pluralità delle voci e degli sguardi, di accogliere l’altro. E l’altro spesso ci mette a disagio, ci sembra imperfetto, fastidioso, se non addirittura sbagliato: è per questo, credo, che il libro accoglie l’imperfezione anche nella forma, nella struttura. Ci sono versi informi, testi in prosa, testi in poesia mista a prosa, sezioni chiuse e costruite (come la prima, Uno, tutta giocata sulla replicazione della strofa) e sezioni invece più sfrangiate, più sfuggenti. Mi sembrava, insomma, che la forma dovesse partecipare di questa diffrazione dello sguardo e del pensiero. Alcune poesie suonano male, non ingranano un ritmo: mi sono detto che era un rischio da correre, e le due epigrafi in difesa dell’imperfezione (da Simonide e da Bonnefoy) volevano dichiarare la consapevolezza di questo rischio e di questa necessità espressiva.

FS: Nel tuo ultimo libro, Uno di nessuno (2016), la prospettiva torna monolitica: ricorri a una prima persona per raccontare la biografia di Giovanni Antonelli, assumendo la sua stessa voce; lo fai attraverso la forma coesiva del poema. Gli ultimi versi, però, sembrano alludere – metapoeticamente – a un gioco del rovescio, a un’indistinzione identitaria: «Andate, parole […] lasciatemi l’illusione che qualcuno saprà | veramente chi siamo, se io sono | Antonelli e voi tutti siete me».

MG: Proprio così. Volevo raccontare la vicenda di quest’uomo cancellato dalla storia e da qualsiasi memoria condivisa, di questo poeta magari non eccelso ma sicuramente autentico e valido. Potrei dire che Antonelli è uno dei tanti sommersi, uno dei «vinti della storia» che attendono di avere voce di cui parlava Walter Benjamin, e forse anche un subalterno nel senso gramsciano del termine. Ho scelto di raccontare la storia di quest’uomo e di questo scrittore, incontrato per puro caso, per tre ordini di motivi: un motivo biografico (siamo nati e abbiamo vissuto nello stesso paese, amandolo e odiandolo con simile intensità); un motivo storico-letterario (mi interessava ricostruire la vicenda di una persona e di uno scrittore di cui, prima che me ne occupassi io, reperendo documenti d’archivio inediti, non si conoscevano neanche le date e i luoghi di nascita e di morte); un motivo di ordine politico, che ho illustrato poco fa ricorrendo a Benjamin e Gramsci: Antonelli è uno dei tanti sommersi, e se la sua vicenda si potesse interpretare anche in modo allegorico, aggiungerei che raccontare la storia di un escluso, di un diverso, di un uomo recluso in innumerevoli istituti di detenzione (manicomi e carceri) è un po’ come raccontare la storia di uno dei tanti emarginati ed esclusi della nostra civiltà e dei nostri tempi. A questo allude, da una parte, la chiusa del poemetto: le vicissitudini di quest’uomo che evade e corre come un ossesso su e giù per l’Italia, cercando disperatamente un posto in cui vivere e un luogo in cui sentirsi parte di qualcosa, non sono diverse da quelle dei migranti di oggi, per esempio. D’altra parte, la chiusa («voi tutti siete me») voleva esprimere anche un sentimento di fraternità nei confronti di chi, come Antonelli, viene percepito come diverso e come scomodo per vari motivi e da diversi punti di vista egemoni. Ho cercato di affidare alla figura di questo poeta anarchico, anticlericale e «mattoide politicante» tutti questi significati e queste intenzioni.

FS: La robustezza di una sintassi minimale, essenziale, affianca un esercizio di indagine sulle cose, una deissi che tende a scomporre il circostante fino alla sua forma atomica. È interessante constatare come un lessico e una sintassi estremamente sobri veicolino un senso del reale che spesso si presenta cifrato, inintelligibile, inaccessibile. Ne Il numero dei vivi, una bambina indica delle cose, chiede con insistenza “Che è?”, e non le bastano le risposte, anche quando le riceve continua a chiedere; allora, la poesia conclude con i versi: «Sillabiamo, | ripetiamo, ma sappiamo benissimo | che hai ragione tu.».

MG: Concordo con questa osservazione. Lessico e sintassi sobri possono benissimo veicolare un senso del reale complesso e cifrato. Una delle poesie di Leopardi più radicalmente interrogative è il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, che è anche una delle sue poesie più lineari, cantabili, più ricche di rime baciate e di espedienti semplici come le figure di ripetizione, oltre che di un lessico tutto sommato elementare (luna, greggia, pastore, erbe, nubi, vita, cielo, ecc.). E in fondo la radicalità delle domande che pongono i bambini è generata proprio da parole semplici, da gesti che sembrano elementari e che invece schiudono enigmi assoluti. L’economia dei mezzi espressivi non è mai direttamente proporzionale, mi pare, alle potenzialità conoscitive di un testo o di un’opera d’arte.

FS: Lo spazio che descrivi in molte delle poesie de L’attimo dopo è popolato di oggetti “postumi”: gli esseri umani e gli oggetti rispondono a un ciclo vitale al termine del quale la materia trapassa in una forma nuova, subisce una metamorfosi, continua a esistere “in altre forme”. È possibile che questa visione epicurea della materia sottragga alla tua poesia un’istanza stuporosa, epifanica? Mi pare che tu preferisca la ripetizione, all’occasione; e se tutto è già attorno a noi, niente di nuovo può arrivare a sconvolgere le circostanze presenti. (In Tuesday Wonderland, da L’attimo dopo, alcuni passanti si incrociano e il soggetto – che osserva e partecipa al quadro – ha in mente la morte di una persona, immagina che tutti sappiano, eppure è «un giorno come tanti», e le «cose restarono tutte quel che erano | l’attimo precedente: la luce fu luce, | gli autobus autobus, | gli aceri gli stessi, con qualche foglia in più»).

MG: Questa intuizione mi sembra notevole, e l’ipotesi che articoli mi appare del tutto credibile. In fondo io non credo o non credo più (o forse non ho mai creduto) che la vita si conformi come una «ripetizione dell’esistere» dalla quale emergono, talvolta, momenti privilegiati e rivelativi. Questa tensione, tipica della visione del mondo di Montale, mi è sempre sembrata fortemente metafisica, tant’è che Arsenio, sul litorale illividito dalle tracce della tempesta imminente, cerca i segni di un’«altra orbita». Il sentimento della permanenza, nel mio pensiero, è tanto forte quanto quello della perdita, del mutamento. Il fatto che gli esseri spariscano di continuo non sminuisce né contraddice la loro capacità di permanere (dentro di noi, è ovvio, perché per me tutto si gioca solo e soltanto su questo mondo e in questa vita). Occorre anche aggiungere, però, che qualcosa di fortemente traumatico o di fortemente politico (o entrambe le cose insieme) potrebbe benissimo sconvolgere d’improvviso questa percezione: l’imponderabile cambia la forma del pensiero, e dell’imponderabile non possiamo parlare.

FS: Da anni collabori con il musicista Roberto Zechini, col quale hai organizzato diversi concerti-reading: le vostre sono performance in cui «testi e musica dialogano, si rispondono e si interpretano a vicenda» (In altre forme, 2011). Come si trasforma la tua poesia a contatto con un linguaggio diverso? Queste esibizioni, oltre alla poesia e alla musica, portano al centro anche la figura dell’autore-attore, non contemplata nella lettura silenziosa di un testo.

MG: Il rapporto e la collaborazione con Roberto Zechini durano ormai da quindici anni. Certamente la performance dal vivo recupera la voce, che a me continua a sembrare importante, nonostante secoli di lettura silenziosa. La poesia conserva una dimensione musicale che può (non: deve) essere tradotta in lettura ad alta voce e in musica. La poesia non si trasforma, però, perché la scrittura prescinde sempre e necessariamente da qualsiasi corollario. Diciamo che quando leggo con Zechini eseguo il testo in una maniera diversa da come lo eseguo quando leggo da solo: con la musica avviene un dialogo, un inseguimento di ritmi che nella lettura semplice non esiste. E siccome sono musiche scritte o reinventate per i testi, questo dialogo dà spesso luogo a esiti per noi sorprendenti, anche quando improvvisiamo. Con Uno di nessuno, però, le cose sono cambiate: Zechini ha scritto un vero poema musicale che si sovrappone e si intreccia al mio, seguendolo capitolo per capitolo. Data questa struttura chiusa e complessa, ho sentito il desiderio e la necessità di affidare la lettura a un attore: così a dicembre Stefano De Bernardin è diventato Giovanni Antonelli, e la natura spuria di quel poemetto (un po’ narrazione, un po’ monologo teatrale) è stata messa perfettamente in luce dalla sua bellissima interpretazione. Speriamo di poterlo riproporre presto da qualche parte.

FS: L’attenzione verso la contemporaneità è un elemento importante che non declini solo all’interno della tua poesia: penso alle interviste e alle recensioni raccolte nel tuo Tra le pagine e il mondo (2015), e soprattutto al tuo ruolo di redattore (nonché fondatore) del sito culturale Le parole e le cose.

MG: Sì, cerco di restare attento, malgrado il lavoro di docente a tempo pieno (che in Svizzera comporta 24 ore di insegnamento in aula, più tutto il resto) mi abbia messo a dura prova, in questi ultimi anni. Tra le pagine e il mondo è un libro di congedo: un po’ per mancanza di tempo, un po’ per penuria di spazi (perché alcune testate, per eccesso di correttezza, impediscono a un poeta di recensire libri di poesia) so che non riuscirò più a dedicarmi alla poesia degli altri con l’attenzione e la costanza che avevo quando avevo venticinque o trent’anni. Ho riunito così dieci anni di recensioni e interviste – alcune delle quali a grandi poeti che non ci sono più: Raboni, Sanguineti, Heaney, Ashbery – in un volume di quasi trecento pagine.

Le parole e le cose invece è una bella realtà cui ho dato vita insieme a Guido Mazzoni e Gianluigi Simonetti nel settembre 2011 e che mi sembra ancora uno spazio importante, malgrado i blog appaiano tendenzialmente in declino rispetto a Facebook e Instagram. Fin quando riusciremo a renderlo un luogo capace di occuparsi della contemporaneità con la dovuta profondità e serietà, però, LPLC resterà uno spazio prezioso per tutti. Anche per me, certo, che ne traggo quotidianamente stimoli e inviti a riflettere.

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Immagine: Jürgen Partenheimer, Metaphysischer Realismus (E. M.) 2000.