saggi

Il respiro di ‘Fureur et mystère’

Claudio-Parmiggiani-Senza-titolo-2009
di Letizia Imola

*

XIII

Fureur et mystère tour à tour le séduisirent et le consumèrent. Puis vint l’année qui acheva son agonie de saxifrage.

 

 

Furore e mistero a turno la seducevano e la consumavano. Poi venne l’anno in cui finì la sua agonia di sassifraga.

(Partage Formel, frammento XIII, in Seuls Demeurent[1])

Il titolo binario può funzionare come una definizione della poesia e della sua tensione interna. Nomina le due forze che presiedono alla sua esistenza: Furore e mistero. Continue reading “Il respiro di ‘Fureur et mystère’”

editi

William Carlos Williams, Unisono

William-Carlos-Williams-001

In attesa dell’inizio del nuovo ciclo e per non lasciare soli i nostri lettori, in questi giorni continueremo a pubblicare la rubrica ‘La poesia del sabato’.

*

da William Carlos Williams, Poesie (tradotte e presentate da Cristina Campo e Vittorio Sereni), Einaudi, Torino 1961, pp. 228-233.
*
*
*

*
UNISONO

Verde, verde è l’erba e arruffata
come forse il capo… di tuo nipote, amico.
E la cresta del monte che insieme
per l’ ultima volta
vent’anni fa si saliva
(penso a te nello scriverlo)
all’orlo del cielo si spezza come allora
e là, manco a dirlo, contro il cielo
un vecchio fienile s’appunta.
Esistono, queste cose.
E noi non possiamo spostarle,
né alterarle o mutarle,
o discuterle in alcun modo.
Ascolta, li odi? Li odi cantare?
Esistono, queste cose.
E il meglio è ammetterle e scriverle
non altrimenti da come sono:
che non dicano a forza, le parole,
ciò che avremmo voluto,
ma dicano solo le cose
cui non è dato sfuggire: la montagna
in groppa al meriggio, com’è,
la verde erba gualcita,
verde tappeto e l’aria –
legno fradicio. Ascolta.
Ascoltali, gli Imperituri.
Declina il colle e dilunga,
poi s’erge, ricordi, a mezza costa
con un folto di aceri nodosi
in cuore a un brullo pascolo:
sacro, certo, ma perché? Non saprei.
L’idillio d’un tabernacolo
coronato dagli alberi,
una certezza di musica e intrecciarsi
di musica e danza in questa sagra
di morte: qualcosa
come una spoglia di serpe, il verbasco
al suo fiorire.
O, meglio, bianca – l’hai vista – una lapide
Mathilda Maria
Fox e al limite del campo
ancora Aet Suae Anno 9
appena leggibile, l’erba
stillante della pioggia d’ iernotte – e
benvenuta! L’aria
sottile, l’acqua limpida d’ un
vicino rivo! E non ressero,
e caddero, inermi; per sfuggire
a quel che l’aria, che l’umida erba
– tra cui sfavillante, domani,
grande il sole sorgerà –
che i monti immutabili imponevano
loro – ed essi accettarono,
volentieri. Lapidi,
lapidi d’una diversità
che le altre raggiungono al passo.
Ascolta, ascolta l’ unisono delle loro voci.
*
*
*

*
A UNISON
The grass is very green, my friend,
and tousled, like the head of-
your grandson, yes? And the mountain,
the mountain we climbed
twenty years since for the last
time (I write this thinking
of you) is saw-horned as then
upon the sky’s edge-an old barn
is peaked there also, fatefully,
against the sky. And there it is
and we cant’t shift it or change
it or parse it or alter it
in any way. Listen! Do you not hear
them? the singing?  There it is and
we’d better acknowledge it and
write it down that way, not otherwise.
Not twist the words to mean
what we would have said but to mean
-what cannot be escaped: the
mountain riding the afternoon as
it does, the grass matted green,
green underfoot and the air-
rotten wood. Hear! Hear them!
the Undying. The hill slopes away,
then rises in the middleground,
you remember, with a grove of gnarled
maples centering the bare pasture,
sacred, surely-for what reason?
I cannot say. Idyllic!
a shrine cinctured there by
the trees, a certainty of music!
a unison and a dance, joined
at this death’s festival: Something
of a shed snake’s skin, the beginning
goldenrod. Or, best, a white stone,
you have seen it: Mathilda Maria
Fox- and near the ground’s lip,
all but undecipherable, Aet Suae,
Anno 9- still there, the grass
dripping of last night’s rain-and
welcome! The thin air, the near,
clear brook water!- and could not,
and died, unable; to escape
what the air and the wet grass-
through which, tomorrow, bejeweled,
the great sun will rise-the
unchanging mountains, forced on them-
and they received, willingly!
Stones, stones of a difference
joining the others at pace. Hear!
Hear the unison of their voices…

Traduzione di Vittorio Sereni

Senza categoria

Conversazione con Umberto Fiori (seconda parte)

FIORI 1969

*

La prima parte della conversazione con Umberto Fiori si può leggere qui.

*
*

Perrone: Potremmo pensare allora a quell’Umanesimo perduto come al crollo di quella fragilissima possibilità di fiducia e abbandono all’altro e alla comunità che ci ha determinato, e di cui tu in fondo salvaguardi la fede di noi occidentali nella parola che torna a scommettere su se stessa, nella poesia.

E forse ci sono altri due strumenti con cui rispondi alla necessità di ricollettivizzare la parola e ricostruire questo noi infranto. E sono la tipizzazione e la perdita, o meglio, l’abbandono dell’esperienza individuale. La desocializzazione dell’individuo avviata dal riflusso nel privato da metà anni Settanta in poi ha forse comportato l’acquisizione di un’individualità fittizia e una soggiacente comunanza e interscambiabilità dei destini che denunci con quel primo strumento. Quindi, e di conseguenza, rappresenti la perdita dell’esperienza individuale. Prima dicevi “quando entro in un bar”, simile a un tuo possibile “quando uno…” e ne parla anche Afribo: tu scrivi “uno, un tale”, postulando un’interscambiabilità, e il critico fa notare che al posto di una donna nella tua poesia potrebbe esserci un altro dei tuoi personaggi, anche un vigile ad esempio. La tipizzazione avviene poi coi riferimenti temporali: nell’uso degli “a volte”, nell’utilizzo che fai del presente… in La poesia è un fischio (2007) scrivi un saggio su Sbarbaro, in cui dici qualcosa che possiamo forse applicare alla tua poesia…

Fiori: Sì, sì…

Perrone: … la poesia è forse il luogo in cui si abbandona il tempo storico, il tempo dell’io in fondo… determinato, per entrare in un tempo più vero, indeterminato, a studiare quel che c’è di più vero al fondo delle cose. Ecco, questi sono forse strumenti che per rispondere al dramma storico vanno a scandagliare nell’antropologia dell’uomo possibilità di risposta. E forse c’è una differenza con Sbarbaro. Lui risponde al limite umano dell’iteratività riscattandolo nello sguardo di novità… tu magari trovi in questo sguardo di novità la possibilità… il luogo dell’innamoramento per l’altro, e il limite scelto per la tua operazione non sarà quindi nell’iteratività, ma altrove, forse nel fatto che l’incontro con l’altro, quando è possibile, comunque non viene attuato da quell’alterità. Sembra di poter ricavare questo dal tuo percorso.

Fiori: Sbarbaro è un poeta che ho molto amato. Soprattutto Pianissimo, di cui quest’anno ricorre tra l’altro il centenario. Pianissimo è quasi tutto scritto al presente. Gli unici testi in cui c’è un passato remoto, un futuro, il tempo che scorre, sono quelli dedicati al padre e alla sorella. In un certo senso, alla fine la storia ritorna come soluzione… ma è una soluzione privata, personale. Io non ho questa prospettiva, l’ho abbandonata. E quindi, come dicevi tu, mi sento un passante, un cliente, un avventore, e sento gli altri come avventori, clienti, passanti, cioè come tipi: io sono un tipo, uno che passa per la strada. Il che non significa una spersonalizzazione. Nei primi libri usavo moltissimo il si impersonale, che Heidegger condanna in Essere e tempo come il soggetto della chiacchiera, della inautenticità. Per me, invece, era il punto di partenza. Questo si impersonale può essere un tutti, e anzi spera di esserlo. Anche l’uso delle similitudini va in quella direzione. Formulare una similitudine significa utilizzare un pezzo di mondo per spiegarne un altro; spesso quelle che utilizzo non lasciano capire bene quale, tra il primo e il secondo membro, sia il più importante, e chi sia al servizio di chi. Perché la similitudine? Perché anche in Dante (si licet parva…) la similitudine è in fondo un richiamo alla partecipazione del lettore. Quando Dante scrive la famosa similitudine delle lucciole, per descrivere l’ottava bolgia, è chiaro che fa appello al fatto che ci siano delle persone che come lui hanno visto quelle cose. Non è un fatto da poco. Nella similitudine c’è un implicito appello agli altri uomini, che dice: “anche tu hai visto il fuoco crepitare quando il vento ci passa sopra, anche tu hai visto le lucciole nei campi, anche tu hai visto le rane sul bordo di uno stagno, una che sta ferma e l’altra che spiccia…” La similitudine è come una serie di figure, o anche di figurine mi piace dire, che sono condivise senza che questa cosa venga esplicitata. Quando tu leggi una similitudine in un certo senso sei riumanizzato tuo malgrado, perché stando al gioco – e devi starci – non puoi far finta di non aver visto e vissuto quella cosa. Quindi, il gioco è quello: da una impersonalità a una possibile umanità, che però non è una totalità, perché se lo fosse, l’altro sarebbe inserito dialetticamente… sarebbe precompreso nella soggettività. Il punto di riferimento qui è Lévinas, Totalità e infinito: il volto dell’altro non è qualcosa che io ho di fronte e posso pregiudicare in base alla totalità che ho presente nell’ambito della ragione… è qualche cosa che mi sfugge infinitamente, e che però, proprio per questo sfuggirmi, mi si rivolge e mi mette al mio posto, mi mette lì. Non come due soggetti, un io e un tu che combattono l’uno contro l’altro per il riconoscimento. Qualche cosa avviene in modo quasi inavvertito. Il titolo del mio libro del ‘92, Esempi, ha molti sensi… ma io l’ho pensato e lo penso anche come l’esperienza che tutti facciamo: noi ci diamo l’esempio continuamente. Non il buon esempio (sì, si spera anche quello…) ma il mostrarci l’uno all’altro che cos’è un uomo (qualunque cosa sia)… come si muove, cosa fa e deve fare, come deve parlare, cosa non deve fare, e così via: siamo degli educatori gli uni degli altri senza volerlo e senza saperlo. Siamo degli esempi. E in questo, quello che opera non è neanche la parola: è il volto, la presenza muta dell’altro. Il presentarsi l’uno all’altro senza che ci siano parola, esplicitazione, discussione. Continue reading “Conversazione con Umberto Fiori (seconda parte)”