stelvio di spigno

Cosa abbiamo da dire. Poeti italiani a 40 anni

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Segnaliamo un evento che si terrà domani, mercoledì 5 aprile, a Siena dedicato ai poeti nati negli anni Settanta a cura di Stefano Dal Bianco: “Cosa abbiamo da dire. Poeti italiani a 40 anni.”

ore 15.30, Palazzo San Niccolò, ex-Cappella, via Roma 56, Siena

Gherardo Bortolotti
Lorenzo Carlucci
Azzurra D’Agostino
Stelvio Di Spigno

dialogheranno con Stefano Dal Bianco e Guido Mazzoni.

A seguire, alle ore 21.30, i poeti leggeranno i propri testi presso UnTubo, via del Luparello 2, Siena.

 

 

Il nuovo ebook di formavera

È online formavera 8, l’ebook che raccoglie i materiali usciti tra settembre 2015 e luglio 2016, sfogliabile su ISSUU o scaricabile in formato PDF. Grafica e impaginazione dell’ebook sono state curate da Francesca Uguzzoni, che ringraziamo.

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Per scaricare l’ebook in PDF: formavera 8 – Massimalismo, grande opera, autore onnisciente

 

Stelvio Di Spigno, Fermata del tempo

Sarah Volpini

Quattro testi da Fermata del tempo, Marcos y Marcos, 2015. Ringraziamo l’autore per la concessione.

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(sottrazione)

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1.

Me la immagino uguale la mia faccia,
a fissare dal vetro
il mondo che fa paura
e si avvicina, e io fermo per timore
che lasciare la mia casa
mi facesse scordare
chi mi voleva bene.

2.

Gli occhi piangono, come sempre,
il volto è sempre quello mentre
il corpo se n’è andato
per crescere da solo.
Qualcun altro guarderà
dalla strada, io non più,
perché il più di me si è fatto uomo.

3.

Crescere è peccato.
La mia faccia imbambolata
è rimasta a fare il palo
ai gatti di famiglia, ai piatti
logorati dal risparmio, ai pochi
soldi del pranzo, ai chili di troppo
spesi male nell’affare della vita.

(altro…)

Un confine generazionale. Su “Qualcosa di inabitato” di Stelvio Di Spigno e Carla Saracino

Guido Guidi - Preganziol

di Simone Burratti

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Parlare di un libro scritto “a quattro mani” implica, più che in altri casi, il dover adottare una panoramica aerea, macroscopica, che fornisca una chiave di lettura non del singolo autore ma dell’insieme, dei rapporti che intercorrono tra due scritture autonome e refrattarie al dialogo, come sempre è in poesia. Questo vale anche per l’ultimo libro di Stelvio Di Spigno e Carla Saracino (Qualcosa di inabitato, Edb Edizioni 2013), anche se, più che di libro a quattro mani, bisognerebbe parlare di due sillogi indipendenti e speculari, che traggono sì forza dall’essere tenute insieme sotto uno stesso titolo, ma al tempo stesso si sviluppano in direzioni diverse. Ciò che infatti emerge quasi subito, dopo una una prima lettura della raccolta, è una sorta di linea di confine, un gap tra la fine della sezione del primo autore e l’inizio di quella della seconda, che separa e allontana le due scritture non solo sotto il profilo stilistico (che sarebbe poca cosa) ma soprattutto sul piano dell’elaborazione della realtà, e della prassi scrittoria.

Da una parte Stelvio Di Spigno (1975), poeta “classico” nell’accezione migliore del termine, nel continuo sforzo di trattenere sul testo l’inevitabile scorrere del tempo, di strappare qualcosa all’«orologio mortale» della vita (Il treno per Sezze). La scrittura di Di Spigno scivola sulla lingua della dizione quotidiana, senza mai soffermarsi (apparentemente) sull’altezza di una parola o di un verso; eppure non rinuncia alla definizione puntuale, a nominare precisamente i propri luoghi e paesaggi (Napoli, Gaeta; ma anche Sezze, Mercogliano, Fossanova), creando una sorta di “mitologia toponomastica”, che inscrive il lavoro del poeta nella linea della grande tradizione novecentesca italiana (penso soprattutto a Montale e Sereni). (altro…)

Stelvio Di Spigno, cinque poesie

Cavallo di ritorno

                             A Stefano Dal Bianco

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Di una duna che si converte in altre dune,
facendo scempio di ramarri e poltiglie sottomarine,
forse di questo stavo leggendo, ritornando su Ciclo del mare,
e di come anch’io sono passato sotto le carrube
della sera e del male, fino a smarrirmi
nella dolcissima pena – andavo adocchiando, ridacchiando
della mia futura trasparenza, senza infiltrare spiegazioni,
incoraggiando gennaio a seppellirmi
con quel freddo che interpone tra le mani.

E di quanto ha di meschino
lo sbocciare della vita
per chi ha il mandato di salvarsi da solo,
anche questo ho letto, a pagina 68, scansando
i turisti e le camicie estive, i cerotti immischiati
tra le borse da spiaggia e chi insistendo rinasce,
mentre senza salite, nelle ore di passaggio,
il mare ci conduce alla morte e si defila.

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Il premio del deserto

Non troviamo scritto che egli abbia mai
mormorato contro Dio, ma sopportava la fatica
rendendo grazie, per questo Dio lo prese con sé.
Detti dei Padri del deserto, Collezione anonima, 376

Delle pigre montagne lanciate a mormorazione
delle nubi e dei falchi contro la spettrale solitudine,
quelle che vanno da Mercogliano a Fossanova
hanno più da dire, più da parlare intorno al mondo
che in questa similitudine fabbrica stipiti e porte ingannatrici,
grandi messaggi di pietra e di grotte sul dosso dell’aurora:
la più grande vittoria è di chi sa stare in piedi
restare utile nella grande selva di tutti gli io
passati, futuri e venienti,
la tavola appena raccolta sotto il delirio
floreale della casa al mare, anzi sottomarina,
il tutto sparito sotto una coltre di anni abnegati,
i vestiti chiari, il roseo passaggio di venti e barche
sotto il porto turistico e il molo riservato
ai pochi che ancora non sanno cos’è stato
l’urto solenne della vita col suo cono d’ombra,
la sua scomparsa per le mille feritoie del tempo.

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(altro…)