saggi

Fernando Marchiori, Quello che sfugge ancora

Fitzcarraldo

da “Scarto minimo”, n. 2, ottobre 1987.

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E noi che pensiamo la felicità
come
un’ascesa, ne avremmo l’emozione
quasi sconcertante
di quando cosa ch’è felice, cade.
(Rainer Maria Rilke)

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Continuare a sentire il carattere costitutivo e perciò irremovibile del dislivello tra realtà e scrittura, come continuo reciproco superamento. Eppure nel contempo cercare, con un disincanto “positivo” (che è volontà di cercare ancora – altrimenti non si scriverebbe neanche più – rifiutando lo scudo dell’amarezza ironica), cercare il contatto, cercare di porsi sullo stesso piano delle cose (che perciò non è mai il grado zero: lo scarto resta, questo è il fatto: quando il punto chiude il verso la realtà è già altrove – e sarebbe bello poter risolvere tutto semplicemente togliendo la punteggiatura, come si faceva tanti anni fa).
Da una parte allora evitare di porsi “al di sopra”. Ciò ha significato in questi anni il progressivo rifiuto della “falsità” del lessico ricercato, dei linguaggi speciali, del freddo tecnicismo, etc. E invece recupero del linguaggio quotidiano, particolare attenzione alla sintassi.
Dall’altra parte però vincere anche la tentazione uguale e contraria di porsi “al di sotto”. È il rischio di certo minimalismo poetico che in definitiva si basa su una sorta di tecnicismo alla rovescia i cui risultati ben levigati sono talvolta sconcertanti per la loro vacuità. Alternativa non del tutto scomparsa, su questo fronte, è la scelta di un lessico povero, nel senso in cui anni fa si parlava di un “teatro povero”. In entrambi i casi è troppo forte l’impressione di trovarsi di fronte ad un quotidiano artificiale. Continua a leggere “Fernando Marchiori, Quello che sfugge ancora”

saggi

Un nuovo modo di compiersi. La supplica all’azione di Stefano Dal Bianco /3

Jacques Carelman, Siamese Hammers (Impossible Objects Catalogue)

L’ultima parte del saggio di Pietro Cardelli su Prove di libertà. Qui la prima e la seconda parte.

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III. Il suono della lingua

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Dopo aver analizzato gli aspetti contenutistici della raccolta, occorre adesso soffermarsi su quelli più propriamente formali. Come premessa occorre dire che studiare da questo punto di vista un’opera di Dal Bianco non è semplice: da un lato a causa della forza e della preminenza spesso affidata da questo poeta all’aspetto qui in questione, dall’altro per via della continua evoluzione di forma, ritmo e stile individuabile nel susseguirsi dei suoi libri.
Prove di libertà, dal punto di vista formale e stilistico, è un libro polarizzato. E’ possibile infatti individuare al suo interno due momenti estremamente differenti, contrapposti, segno di una necessaria e decisa frattura rispetto a Ritorno a Planaval. Questo solco si materializza a conclusione della seconda sezione, “Lontano dagli occhi”1, caratterizzata dalle poesie su e per Arturo e da un andamento ritmico-stilistico tipico della raccolta del 2001. Se quindi da un lato Prove di libertà tende nel suo complesso ad allontanarsi dalla silloge precedente, dall’altro si nota come questo distacco abbia bisogno per esplicarsi di un ultima e definitiva immersione in quella che era la forma e lo stile di Planaval2. Ciò che emerge è quindi una sofferta evoluzione, segno inevitabile del bisogno di esprimersi in un nuovo modo, di porre l’attenzione su altri aspetti, e, come evidenziato nella prima parte di questo saggio, di aprirsi ad un nuovo messaggio.
Cercheremo adesso, tramite una breve analisi metrico-stilistica di due poesie della raccolta, di evidenziare gli elementi centrali di questi due momenti e di giustificare una così evidente frattura.

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saggi

Un nuovo modo di compiersi. La supplica all’azione di Stefano Dal Bianco /1

Sayaka Ganz, Emergence

di Pietro Cardelli

«Scusa, non so da quanto poco tempo non sopporto
nessuna cosa che sia fuga»

[S. Dal Bianco, Dislivello. Primo appello]

I. Introduzione

Pubblicato nel settembre 2012, Prove di libertà (Mondadori) di Stefano Dal Bianco si è rivelato fin da subito un libro complesso, difficile e necessaria prosecuzione di Ritorno a Planaval (Mondadori, 2001). Silloge di sessanta poesie scandite su un’attenta architettura in nove sezioni, Prove di libertà costruisce l’itinerario, o meglio, il lavoro che il poeta pratica su di sé e che, quasi in un atto d’amore, mostra e presenta al lettore. Ne deriva un vero e proprio percorso sulla via che i micro-soggetti che dicono “io” delle poesie costituiscono, i quali, sempre tesi ad una ricomposizione conclusiva ma mai definitiva, sembrano dirci per voce del poeta: questo è quello che io sto cercando e costruendo nella mia vita, credo che sia qualcosa in cui tutti dovremmo immetterci, o almeno qualcosa su cui tutti dovremmo capirci1. Proprio su questo elemento di base emerge quel senso di fatica, di volontà di evasione dalla gabbia iniziale, che alimenta l’intera raccolta e che, nel suo procedere, infonde ai testi quell’agognata libertà propria del titolo. Se infatti Ritorno a Planaval è stato più volte descritto come un diario, io direi che Prove di libertà possa definirsi con un nuovo termine: lavoro2. E’ infatti un vero e proprio lavoro, nella sua accezione di pratica di verità, di esercizio di vita, che caratterizza l’intera raccolta e che riesce a far sì che anche i momenti più gurdjieffiani non vengano mai sentiti come “trasposizione in versi di precetti filosofici”, ma come passi di verità e di azione, vera e necessaria “poesia delle cose”. Gli insegnamenti di Grotowski e Gurdjieff, entrambi cari a Dal Bianco, riescono così ad emergere senza fatica pagina dopo pagina, trovando qui nella stesura in versi quella forma che i due maestri cercavano di trasmettere sulla scena e nella vita. Ciò è fondamentale per capire come tutta la raccolta sia incentrata ed indirizzata verso una pratica quotidiana, un modus vivendi, da compiersi giorno dopo giorno, ognuno per sé e, forse, ognuno per tutti. Continua a leggere “Un nuovo modo di compiersi. La supplica all’azione di Stefano Dal Bianco /1”