saggi

Punk e romanticismo, parodia e satira: su Nuova poesia troll

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di Carola Borys

Una versione di questo intervento è stata pronunciata al convegno CAIS 2019 il 16 giugno a Orvieto.

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Nuova poesia troll è una pagina Facebook attiva dal 2014 e seguita ad oggi da oltre 2000 utenti. Su questa pagina un collettivo anonimo pubblica quotidianamente uno o più testi. Non mi soffermerò tuttavia sull’anonimato e sul sabotaggio del dispositivo autoriale, meno interessanti in quanto già visti e commentati.

Il titolo di questo intervento è Punk e romanticismo, parodia e satira: sono i quattro elementi attraverso cui ho cercato di sintetizzare Npt. Punk per la «necessità di una risposta di antagonismo totale»[1]. Romanticismo per il desiderio di autenticità che anima questa poesia, se l’autenticità, come ha mostrato Charles Larmore, è uno degli elementi della nostra eredità romantica[2]. Parodia e satira perché si tratta di una satira parodica, ossia il bersaglio polemico è primariamente extratestuale e secondariamente intertestuale.
Nel progetto si fondono un’anima performativa, istantanea, e un’anima ipso facto monumentale – per il suo aver luogo su internet, dove tutto rimane, nulla è selezionato o potenzialmente destinato all’oblio. Si chiama ‘troll’ perché l’intento pragmatico quello di decostruire la politesse del discorso poetico dall’interno. Continua a leggere “Punk e romanticismo, parodia e satira: su Nuova poesia troll”

saggi

Un cielo che attenua le responsabilità. La costruzione del senso in “Una lunghissima rincorsa. Prose brevi” di Jacopo Ramonda /2

Ernesto Neto

La seconda parte del saggio di Daniele Iozzia. Qui la prima.

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4. Prima di procedere all’analisi di questioni maggiormente legate ai momenti formali, aggiungo ancora un’osservazione sulla sostanza dei modelli attanziali, sull’atmosfera che li circonda, sul significato e sull’elaborazione della loro esperienza. Nel cut-up n. 104, dal titolo “La stasi”, si legge:

[…] A volte, prima di dormire, ripenso a tutti gli errori che ho commesso d’istinto, alle intuizioni rimaste intrappolate nelle ragnatele, alle mie migliori intenzioni contaminate dalle necessità, da ristrettezze che non sono in grado di preventivare. Mi rendo conto che il mio passato recente è stato pesantemente condizionato da scelte invisibili, da scambi mancati che mi hanno arenato su binari morti e dalle conseguenti reazioni a catena che quelle sviste hanno innescato.

Poco più oltre, il brano continua così:

Ripercorro le deviazioni […] che mi hanno portato qui, a questa vita che non mi somiglia, che sembra essere frutto di un equivoco.

Che cosa va oltre questi personaggi? Che cosa è in grado di trascenderli? Da quali elementi è composto il quadro di riferimento delle loro azioni, dei loro pensieri, delle loro debolezze? D., L., F., M., Nina e le altre presenze che costellano le vicende di Una lunghissima rincorsa vivono, agiscono e meditano nel ventunesimo secolo. Ad ogni istante sono impregnati e oltrepassati da forze e da logiche proprie di strutture di senso consolidatesi all’interno di una forma di vita che li sovrasta, li delimita, informa di necessità le loro autocoscienze malconce. Se il significato di “identità” ha subito nell’ultimo secolo uno smacco concettuale tanto forte da rendere opportuna una ridefinizione semantica del termine, un primo effetto di ciò lascia tracce evidenti di sé nella creazione virtuale di una soglia, simile a una barriera superata la quale l’insieme delle accezioni della parola risulta sbiadito. Gli individui delle prose di Ramonda hanno smarrito l’idea di un’autopercezione sicura e definitiva perché non sono più in grado di occupare posizioni in un universo che allenta sempre più la presa di un’esperienza di vita indipendente e singolare. Su di essi grava il peso di un mondo pubblico collassato, che ha fatto si che la vita privata si impoverisse a sua volta: una volta destabilizzati i legami con le costruzioni della realtà esterna, il già minuscolo spazio degli interessi e delle urgenze personali va incontro a una contrazione progressiva che lo assesta su un nuovo piano le cui cifre peculiari diventano le costrizioni e le angosce interiori. Sotto la forma di testimonianze empiriche autentiche, questi individui sono il prodotto del passaggio dall’egoismo moderno al narcisismo contemporaneo, dove per narcisismo, in continuità con le riflessioni della sociologia americana degli anni Ottanta, si intende il sistema di pratiche e strategie di difesa psichica accuratamente accampate dalle soggettività per proteggersi e sopravvivere all’impressione di assedio perenne che organizza la nuova idea di vita quotidiana. Nell’ottica di Christopher Lasch, il narcisismo «corrisponde abbastanza puntualmente alla descrizione freudiana di un’aspirazione alla cessazione completa della tensione, che sembra operare indipendentemente dal principio di piacere (“al di là del principio di piacere”) […]. Esso cerca di liberarsi dalla prigione del corpo, non perché cerca la morte – […] – ma perché non concepisce la morte e considera l’io corporeo come una forma di vita inferiore, assediata dalle richieste importune della carne»1. L’ambizione a sbarazzarsi quasi della dimensione della corporeità è un filo assai sottile e appena percettibile nei brani. Nei percorsi di questo costante esercizio di sopravvivenza, i personaggi raffinano modalità sofisticate di ironia osservativa, controbilanciano l’ipotesi di una situazione limite schermandosi dietro il supporto di un’«anestesia emotiva»2. La capacità di far fronte o aggirare gli ostacoli della contingenza spinge verso due direzioni: da un lato l’io assediato dalle circostanze può attribuirsi un ruolo, un’autorevolezza costruita e artefatta per tenere sotto controllo sentimenti e casi di particolare minaccia provenienti dall’esterno; dall’altro lato, ed è il caso degli individui che abitano i fotogrammi di cui si compone l’antologia, si lascia che la vita accada, ci si incide nel tempo presente, si vive alla giornata assumendo la miriade di microazioni che parcellizzano un’esistenza indotta («La precarietà ci ha stupiti, rivelandosi solida, terreno paludoso edificabile» si legge nel cut-up n. 138, “Equilibristi”), si interrompono i legami col passato riducendo il numero delle probabilità che questo ha di irrompere, si guarda al futuro soltanto con scarsa tenacia desiderativa.

editi, saggi

Roland Barthes, Scritture politiche

[Durante la pausa natalizia pubblicheremo alcuni saggi editi affini o importanti per il nostro percorso. Le uscite regolari riprenderanno i primi giorni di gennaio. Nel frattempo è disponibile e scaricabile qui l’ebook del secondo trimestre.]

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Da Il grado zero della scrittura, traduzione di Giuseppe Bartolucci, Lerici Editori, Milano 1960, pp. 33-40.

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Scritture politiche

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Tutte le scritture presentano un carattere di chiusura, estraneo al linguaggio parlato. La scrittura non è affatto uno strumento di comunicazione, non è una via aperta attraverso cui passi soltanto un’intenzione di linguaggio, tutto un disordine fluisce nel discorso e gli dà quel movimento divorante che lo mantiene in stato di eterna dilazione. Inversamente, la scrittura è un linguaggio consolidato che vive in se stesso e non ha affatto il compito di affidare alla propria durata un seguito mobile di approssimazioni, ma al contrario di imporre, mediante l’unità e l’ombra dei suoi segni, l’immagine di una parola costruita assai prima che inventata. Ciò che contrappone la scrittura al discorso è che la prima appare sempre simbolica, introversa, volta apertamente a un versante segreto del linguaggio, mentre il secondo non è che una durata di segni vuoti il cui solo movimento è significativo. Tutto il linguaggio parlato consiste in questa usura delle espressioni, in questa schiuma portata sempre più lontano, e c’è la parola solo là dove il linguaggio funziona con evidenza come una forza che elimini solo la punta mobile delle espressioni, mentre la scrittura è  sempre radicata in un aldilà del linguaggio, si sviluppa come un germe e non come una linea, manifesta un’essenza e minaccia un segreto, è il contrario della comunicazione, intimorisce. Si troverà dunque in ogni scrittura l’ambiguità di un oggetto che è insieme linguaggio e coercizione: nel fondo della scrittura c’è una «circostanza» estranea al linguaggio, c’è come lo sguardo di un’intenzione che non è già più quella del linguaggio. Questo sguardo può benissimo essere una passione del linguaggio, come nella scrittura letteraria; può essere anche la minaccia di una penalità, come nelle scritture politiche; la scrittura ha in tal caso il compito di congiungere in un sol tratto la realtà degli atti e l’idealità dei fini. È per questo che il potere o l’ombra del potere finiscono sempre per istituire una scrittura assiologica, in cui il percorso che separa ordinariamente il fatto dal valore è soppresso nello spazio stesso del termine, dato contemporaneamente come descrizione e come giudizio. La parola diventa un alibi (cioè un «altrove» e una giustificazione). Ciò è vero delle scritture letterarie dove l’unità dei segni è attratta contemporaneamente da zone di infra o di ultra-linguaggio; e lo è ancor di più delle scritture politiche, dove l’alibi del linguaggio è nello stesso tempo glorificazione e intimidazione: in effetti sono il potere o la lotta che producono i tipi più puri di scrittura.

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