racconti

Francesca Santucci | Le formiche le formiche

illustrazioni-con-formiche-vive-iantha-naicker-cv-700x483

[Questo racconto è uscito sul n. 8 della rivista Cadillac, giugno 2015]

*

Chiedevo sempre a mia madre gonne strette e braccia grandi di comprare i biscotti al burro a forma di animali. Dopo pranzo si sistemava sulla poltrona davanti alla televisione senza audio, respiri profondi, la testa piegata sul petto gonne strette braccia grandi e io spargevo sul tavolo i miei biscotti a forma di leone elefante gatto giraffa.
La prima volta che addentai il collo della giraffa il biscotto si spezzò in due, la testa della giraffa cadde sul tavolo e dalla tovaglia continuava a sorridermi, una cosa che mi pareva come di avergli fatto male, e non li volevo mangiare più i biscotti al burro a forma di animali. Chiedevo però a mia madre di comprarli, sempre, e lei si sedeva sulla poltrona in sala e io prendevo ogni giorno un pugno di animali e li spargevo sul letto in camera mia. Ogni tanto, nel viaggio tra la cucina e la camera da letto qualche animale si frantumava tra le dita, e allora c’era per esempio l’elefante senza proboscide, e quindi infilavo i biscotti rotti nella cesta di vimini dei giocattoli, li nascondevo, costruivo una corsia per gli animali mutilati: lo zoo degli esemplari difettosi. Il biscotto a forma di gatto non si rompeva mai, invece, e tutti i biscotti a forma di gatto li chiamavo Cecco perché da quando ho imparato a parlare tutti i gatti sulla Terra si chiamano Cecco, per me. Poi arrivarono le formiche: prima in camera mia, attorno alla cesta di vimini, poi per il corridoio e poi sul divano dove riposava lei tutta gonne strette e braccia grandi e lei aveva urlato le formiche le formiche, e non mi comprò più i biscotti al burro a forma di animali, però a nove anni mi regalarono un gatto e io lo chiamai Cecco. Continua a leggere “Francesca Santucci | Le formiche le formiche”

racconti

Giulia Annecca | Wu, il santone di Via Ripamonti

city-street-in-rain-urban-landscape-acrylic-on-canvas-contemporary-art-painting-z

Ci sono mattine che mi alzo e penso se Via Ripamonti abbia una fine. Non lo voglio sapere, è bello rubare il calore ramingo dei neon blu in un supermercato cinese, che è semper fidelis perché aperto h24 e proprio per questo semper miser madonna che tristezza e quanta bellezza, proprio perché triste. E non sono in un film di Wong Kar-wai. Fuori stride lento sulle rotaie il 24. Non ha fretta perché non ha una meta, Via Ripamonti non finisce mai, allora che senso ha accelerare? Però sì, ecco, forse un po’ di manutenzione alle rotaie. O ai freni. Boh, che ne pensi tu, Wu? Ormai ci conosciamo e mi piace tanto il suono del suo nome. Wu, gli dico, sai che ho letto da qualche parte tempo fa che il cognome Hu a Milano ha superato numericamente quello Rossi? E ho pensato due cose principalmente: uno che esiste davvero il cognome Rossi in Italia e quindi non è solo un’invenzione dei manuali di grammatica dove il signor Rossi incontra il Signor Bianchi e il Signor Rossi nella frase che ruolo ha? Ah Valentino Rossi, dici tu. Giusto. Anche lui attesta fisicamente l’esistenza di questo fantomatico personaggio grammaticale. Dicevo due ragioni. Ah sì, e due che a Milano il cognome più diffuso non è Brambilla o, che so, Fumagalli, ma proprio Rossi. Incredibile. Wu mi sorride. Continua a leggere “Giulia Annecca | Wu, il santone di Via Ripamonti”

racconti

Ciro Gazzola | Racconti

53848961_2319069415036824_7030382578993463296_n

Cose da vedere

*

Si erano trasferiti lì qualche settimana prima che lei scoprisse di essere incinta. La coincidenza poteva sembrare voluta, ma non lo era, anche se l’idea aleggiava nell’aria e Margherita sapeva che era soltanto questione di tempo. Ne avevano parlato, sia del trasloco che del bambino. Alla fine le due cose erano arrivate insieme.

Carlo aveva insistito per allontanarsi dalla città, che era piccola ma nondimeno lo soffocava. Aveva bisogno di spazio; era nato in campagna, voleva tornarci. Margherita non aveva trovato nulla da ridire. Anche a lei sarebbe piaciuto avere un terrazzo, un giardino, un paesaggio più ampio da osservare intorno. Era un’idea vaga, una réverie di lei che piantava fiori e li vedeva crescere dalla sua finestra, si aggirava a piedi nudi nell’erba con un annaffiatoio in mano e un cappello di paglia in testa, beveva tè fresco sotto un portico seduta a un gran tavolo di radica scura.
Così per mesi avevano vagato fra casolari spersi in mezzo alla pianura e villette a schiera in zone ancora poco edificate. Ognuna di quelle case trasmetteva a Margherita un senso di vacuità, di poca sostanza. Forse era il silenzio che le circondava, miscuglio in realtà di rumori poco abituali: il frusciare delle foglie di una siepe, un tosaerba, il grido dei corvi, il motore di una motosega in lontananza. Dopo qualche mese di ricerca – sabati e domenica passati in auto mangiando in trattorie lungo la strada, l’odore del sudore che li tormentava quando tornavano a casa la sera – avevano trovato una piccola casa ai piedi delle montagne, in un paese che ora stava rinascendo grazie a giovani coppie affamate di vita e libertà. Gente come loro, con gli stessi sogni e le stesse radici, madri e padri laboriosi e infelici da lasciarsi alle spalle. L’agente immobiliare li aveva accompagnati a vederla e, appena scesi dall’auto, aveva indicato loro le case intorno. Molte erano in via di ristrutturazione, altre – già abitate – lasciavano intravedere giocattoli abbandonati fra l’erba, altalene, tricicli, biciclette dotate di seggiolino appoggiate contro lo steccato.
Credo che questo posto sarebbe perfetto per voi, aveva detto. Molte case sono state acquistate di recente. Nel giro di qualche anno sarà un pullulare di vita, qui. Ve lo posso assicurare.
Carlo aveva sorriso. Margherita non aveva saputo trovare obiezioni credibili. Era stanca. Voleva fermarsi, riposare, essere felice. Continua a leggere “Ciro Gazzola | Racconti”