inediti

Per un’antologia dei poeti del Québec/3

1909-Lemoyne-1

traduzioni e nota introduttiva di Jacopo Rasmi 

*

Ancora due piste per continuare a inoltrarsi nel continente della poesia québécoise contemporanea, esito di un primo sopralluogo tra il folto repertorio delle note edizioni Les herbes rouges. Innanzitutto qualche testo lisergico ed elementare di José Aquelin (1956 -), seguito da alcuni componimenti della serie «Première personne» di Benoit Jutras (1975 -) dalla voce notturna e beckettiana.

*

José Aquelin (1956 -)

*

da: Chien d’azur / Cane d’azzurro

*

l’homme est un chien d’azur dans ses yeux
il vit dans l’image que le monde lui donne
il court contre la peur de la forme qu’il perdra
il aboie à l’image qu’il a fait du monde
l ‘homme est un chien d’azur qui vit en terre
un chien regarde l’homme atterrir en criant
et compare le silence d’avant à celui d’après
le chien est une oreille qui renifle où se perd l’oeil

l’uomo è un cane d’azzurro nei suoi occhi
vive nell’immagine che il mondo gli dà
corre contro la paura della forma che smarrirà
abbaia all’immagine che si è fatto del mondo
l’uomo è un cane d’azzurro che vive in terra
un cane guarda l’uomo atterrare urlando
e compara il silenzio di prima a quello di poi
il cane è un’orecchia che annusa dove si perde l’occhio

il y a un vent penché vers les Indiens
une lumière du matin lors qu’on est le soir
il y a une usure du rêve un appel à l’abandon
et des yeux fatigués de voir le fond des choses
il y a qu’il faut défaire l’amour
pour saisir qu’il nous fait
il y a un corps fort
de mourir

c’è un vento chino verso gli Indiani
una luce di mattino benché sia sera
c’è un’usura del sogno un richiamo all’abbandono
e degli occhi stanchi di vedere il fondo delle cose
c’è da disfare l’amore
per capire che ci fa
c’è un corpo forte
di morire

*

da: L’incoscient du soleil / L’inconscio del sole

*

L’INCONSCIENT DU SOLEIL

le ruisseau dit à l’alchimiste:
même la pierre est fatiguée il faut que je la change
la douceur n’est pas une tâche
quand je me souviens de ma mort

c’est une nuit comme toutes les vies
dont aucune ne se ressemble
les branches sont prêtes comme des cigarettes
*                *qu’on va allumer
la tristesse de la pluie ne compte pas ses secondes

la guitare des nerfs tait dans le tambour du zéro
je suis souvent seul comme ça avec le monde
pour m’habituer à aller nulle part
sauf vers le lit les bouches

et l’inconscient du soleil

*

L’INCONSCIO DEL SOLE

il ruscello dice all’alchimista:
perfino la pietra è stanca debbo cambiarla
la dolcezza non è un compito
quando rammento la mia morte

è una notte come tutte le vite
di cui nessuna s’assomiglia
i rami sono pronti come sigarette
*              *che accenderemo
la tristezza della pioggia non conta i secondi

la chitarra dei nervi tace nel tamburo dello zero
sono spesso solo così con il mondo
per abituarmi a non andare da nessuna parte
salvo verso il letto le bocche

e l’inconscio del sole

*

*

*

Benoit Jutras (1975 -)

*

da: Outrenuit /Oltrenotte

*

PREMIÈRE PERSONNE

rien veut dire signe.
cœur veut dire apparais.

nuit longtemps. cœur maintenant.
dans la boîte de brûler tout.
chanter.

je: bruit borgne.
première personne de la lumière dite.

*

nulla vuol dire segno.
cuore vuol dire compari.

notte a lungo. cuore ora.
nella scatola di bruciare tutto.
cantare.

io: rumore guercio.
prima persona della luce detta.

*

tête haute: éclair & larme.
tête basse: écho & sperme.
homme est religion d’eaux. 

pensée est telle: chasse.
visage est tel: nuit.

première patience.
je: vent assis.

*

testa alta: lampo & lacrima.
testa bassa: eco & sperma.
uomo é religione d’acque.

pensiero è così: caccia.
viso è così: notte.

prima pazienza.
io: vento seduto.

*

cœur: glaise & phosphore.
tranché. multiplié.
dans le lit de manger Dieu.

soixante-douze signes veulent dire nuit.
petits et grands cercles dans la mort.
lumière: nombre pair.
tout attacher tout.

je: nœud.
première ligne d’horizon.

 *

cuore: creta e fosforo.
a fette. per multipli.
nel letto di mangiare Dio.

settantadue segni vogliono dire notte.
piccoli e grandi cerchi nella morte.
luce: numero pari.
tutto attaccare tutto.

io: nodo.
prima linea d’orizzonte.

*

pensée.
vidée de son sel.
voulue monstre liquide.

comme vent est tel: seul.
cinquième état du sang.
dire arrive blanc.

je: refusé.
premier banc de brume

pensiero.
vuotato dal suo sale.
voluto mostro liquido.

come vento è tale: solo.
quinto stato del sangue.
dire arriva bianco.

io: rifiutato.
primo banco di bruma.

*

veut dire lèvres.
doigts & bras & jambes jaillissent.
crier veut dire debout.

homme: chose jetée dans la chair.
terre: chose mangée dans le crâne.

première langue noire.
je: terrier.

*

vuole dire labbra.
dita & braccia & gambe balenano.
gridare vuole dire retto.

uomo: cosa gettata nella carne.
terra: cosa mangiata nel cranio.

prima lingua nera.
io: tana.

*

veut dire image.
corps de loi.
litanie.

dans la nuit avaler l’autre.
cœur: tour fantôme.
cœur: cercle denté.
vivre arrive seul.

jeu: feu fruitier.
première révolution.

*

vuol dire immagine.
corpo di legge.
litania.

nella notte inghiottire l’altro.
cuore: torre fantasma.
cuore: cerchio dentato.
vivere arriva solo.

io: fuoco da frutto.
prima rivoluzione.

*

Immagine: Serge Lemoyden, Dryden 1975 (Acrylic on canvas, 224 x 346 cm).

editi

Rodolfo Zucco | Bubuluz

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I testi che seguono sono tratti dalla nuova raccolta di Rodolfo Zucco, Bubuluz, Edizioni del Verri, 2017.

*

Analogie

… o la passione
per la caccia alla volpe.
(Alcune analogie.
L’identificazione
con la volpe. Lasciare i segugi
disorientati…)
* Ma
perché?

(«Sul resto: naturalmente hai ragione:
paura di morire, desiderio
di essere un altro. Dovrei spiegarLe
le circostanze, ma forse
guasterebbe l’effetto, non Le pare?»)

*

Del predare

Gli animali
che per natura sono soprattutto
prede fanno dei sogni brevi – più
che sogni veri e propri sono
apparizioni.
* I predatori fanno
invece sogni complicati e lunghi.

«In ogni caso
da qualche giorno mi alzo
alle sei, per reagire
all’insonnia. In realtà
mi svegliano le tortore di casa.
Per rappresaglia gli ho predato il nido.»

*

Del finire

(Lo stratagemma
funzionò come avevi sperato:
qualcosa la colpì nel modo in cui dicesti
quel che dicesti, e d’un tratto la battaglia
fu finita.)

«Insomma è così che va a finire –
pensai ascoltando il vento che pian piano
si andava confondendo col ricordo
delle voci dei bambini che sembravano
ancora levarsi e perdersi nel giardino.
Sentivo un delicato mormorio di sillabe
che risultava molto
piacevole al mio orecchio

ma in fondo inutile
e leggermente assurdo.»

*

da “Schulz”

*

1.

«Mio padre
è stato trasferito. Andiamo a stare
in un’altra città. Probabilmente
non ci vedremo più».

* Sì,
proprio così: impreparato e incompiuto,
in un punto fortuito del tempo e dello spazio,
senza chiudere i conti, senza aver raggiunto
uno scopo –
* come a metà di un discorso:
senza punto né punto esclamativo –

senza giudizio né ira
divina, quasi in perfetta armonia,
lealmente, secondo accordi reciproci
e regole da ambo le parti
riconosciute.

*

2.

«Sto pensando di non allontanarmi
mai dal cortile.»

* In fin dei conti
non conosciamo forse già in anticipo
tutta i paesaggi che incontreremo in vita
nostra? Può forse mai
accadere qualcosa di ancora totalmente nuovo,
di cui non abbiamo già da tempo avuto
presentimento?
* So che un giorno,
a un’ora tarda,
sarò là, al limitare
dei giardini…

*

5.

«Ci sono troppi problemi nella vita.
Oggi ci sono i lupi,
ieri era il mio rovescio.»

– Cinque per sette… – ripetei confuso,
sentendo che quella confusione, affluendo
al cuore come un’ondata dolce
e tiepida, velava di nebbia la chiarezza
delle mie idee.
 * Colpito dalla mia ignoranza
come da una rivelazione, semiaffascinato
dall’idea di tornare realmente all’incoscienza
infantile, cominciai a balbettare
e a ripetere: cinque
per sette, cinque
per sette…

*

Fotografia: Michael Kenna, Twenty four abashiri, Hokkaido, Japan, 2005

 

saggi

“altri versi”. Incontri di poesia contemporanea | Massimo Gezzi

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[Dopo il dialogo tra Gian Mario Villalta e Daniela Gentile (“altri versi”. Incontri di poesia contemporanea | Gian Mario Villalta), pubblichiamo oggi quello tra Francesca Santucci e Massimo Gezzi, secondo appuntamento della rassegna “altri versi.]

*

Francesca Santucci: Ne Il mare a destra (2004) e L’attimo dopo (2009) incontriamo la storia di un individuo: leggiamo dei suoi viaggi in treno, delle case in cui ha abitato, del luogo in cui sono tumulati i suoi cani. L’esperienza idiosincratica, tuttavia, è affiancata da un’attenzione verso le forme di vita e materia prossime, il «minimo orizzonte di cose quotidiane». In particolare, ne Il numero dei vivi (2015) il soggetto si palesa come un ente immesso in uno spazio condiviso, plurale, circondato da esperienze più o meno monadiche con le quali confrontare la propria; l’identità della voce poetante si moltiplica, dà spazio a ogni «piccolo destino di una storia come tante», a personaggi diversi. Come si giunge al caleidoscopio de Il numero dei vivi? E in che relazione sta la frammentazione del soggetto con la variazione della forma? In questa raccolta, per dire, si registra un uso più sistematico della strofa, un ricorso all’organizzazione poematica dei componimenti, e la comparsa della scrittura in prosa.

Massimo Gezzi: Il numero dei vivi, sin dal titolo, voleva presentarsi come libro plurale, policentrico. Le mie esperienze biografiche e intellettuali, sottilmente intrecciate le une alle altre, mi hanno portato negli anni alla necessità di allargare lo sguardo. Per quanto io non abbia nulla contro la poesia lirica – a patto che non sia autoreferenziale e lacrimosa, come ho cercato di dire in un paio di saggi che si trovano on-line –, sentivo la necessità di estendere lo sguardo su tutti i vivi, o su molti di loro. Le esperienze biografiche da un lato (la paternità, l’emigrazione, la nuova professione di docente liceale) e una riflessione sulla società e la politica contemporanea innescata dalla lettura di filosofi per me importanti (Badiou, Žižek, Michéa) mi hanno portato a cercare di includere, in una raccolta di poesia, tante soggettività, oltre alla mia, a tentare di moltiplicare gli sguardi sulla realtà (è questo il motivo per cui ho incluso nel libro, non senza qualche resistenza interna dovuta al fatto che temo come la peste le strumentalizzazioni e l’engagement di facciata, poesie che parlano di migranti, come La notte di Natale e Corpi). Sentivo che era giunto il momento, insomma, di aprirsi alla pluralità delle voci e degli sguardi, di accogliere l’altro. E l’altro spesso ci mette a disagio, ci sembra imperfetto, fastidioso, se non addirittura sbagliato: è per questo, credo, che il libro accoglie l’imperfezione anche nella forma, nella struttura. Ci sono versi informi, testi in prosa, testi in poesia mista a prosa, sezioni chiuse e costruite (come la prima, Uno, tutta giocata sulla replicazione della strofa) e sezioni invece più sfrangiate, più sfuggenti. Mi sembrava, insomma, che la forma dovesse partecipare di questa diffrazione dello sguardo e del pensiero. Alcune poesie suonano male, non ingranano un ritmo: mi sono detto che era un rischio da correre, e le due epigrafi in difesa dell’imperfezione (da Simonide e da Bonnefoy) volevano dichiarare la consapevolezza di questo rischio e di questa necessità espressiva.

FS: Nel tuo ultimo libro, Uno di nessuno (2016), la prospettiva torna monolitica: ricorri a una prima persona per raccontare la biografia di Giovanni Antonelli, assumendo la sua stessa voce; lo fai attraverso la forma coesiva del poema. Gli ultimi versi, però, sembrano alludere – metapoeticamente – a un gioco del rovescio, a un’indistinzione identitaria: «Andate, parole […] lasciatemi l’illusione che qualcuno saprà | veramente chi siamo, se io sono | Antonelli e voi tutti siete me».

MG: Proprio così. Volevo raccontare la vicenda di quest’uomo cancellato dalla storia e da qualsiasi memoria condivisa, di questo poeta magari non eccelso ma sicuramente autentico e valido. Potrei dire che Antonelli è uno dei tanti sommersi, uno dei «vinti della storia» che attendono di avere voce di cui parlava Walter Benjamin, e forse anche un subalterno nel senso gramsciano del termine. Ho scelto di raccontare la storia di quest’uomo e di questo scrittore, incontrato per puro caso, per tre ordini di motivi: un motivo biografico (siamo nati e abbiamo vissuto nello stesso paese, amandolo e odiandolo con simile intensità); un motivo storico-letterario (mi interessava ricostruire la vicenda di una persona e di uno scrittore di cui, prima che me ne occupassi io, reperendo documenti d’archivio inediti, non si conoscevano neanche le date e i luoghi di nascita e di morte); un motivo di ordine politico, che ho illustrato poco fa ricorrendo a Benjamin e Gramsci: Antonelli è uno dei tanti sommersi, e se la sua vicenda si potesse interpretare anche in modo allegorico, aggiungerei che raccontare la storia di un escluso, di un diverso, di un uomo recluso in innumerevoli istituti di detenzione (manicomi e carceri) è un po’ come raccontare la storia di uno dei tanti emarginati ed esclusi della nostra civiltà e dei nostri tempi. A questo allude, da una parte, la chiusa del poemetto: le vicissitudini di quest’uomo che evade e corre come un ossesso su e giù per l’Italia, cercando disperatamente un posto in cui vivere e un luogo in cui sentirsi parte di qualcosa, non sono diverse da quelle dei migranti di oggi, per esempio. D’altra parte, la chiusa («voi tutti siete me») voleva esprimere anche un sentimento di fraternità nei confronti di chi, come Antonelli, viene percepito come diverso e come scomodo per vari motivi e da diversi punti di vista egemoni. Ho cercato di affidare alla figura di questo poeta anarchico, anticlericale e «mattoide politicante» tutti questi significati e queste intenzioni.

FS: La robustezza di una sintassi minimale, essenziale, affianca un esercizio di indagine sulle cose, una deissi che tende a scomporre il circostante fino alla sua forma atomica. È interessante constatare come un lessico e una sintassi estremamente sobri veicolino un senso del reale che spesso si presenta cifrato, inintelligibile, inaccessibile. Ne Il numero dei vivi, una bambina indica delle cose, chiede con insistenza “Che è?”, e non le bastano le risposte, anche quando le riceve continua a chiedere; allora, la poesia conclude con i versi: «Sillabiamo, | ripetiamo, ma sappiamo benissimo | che hai ragione tu.».

MG: Concordo con questa osservazione. Lessico e sintassi sobri possono benissimo veicolare un senso del reale complesso e cifrato. Una delle poesie di Leopardi più radicalmente interrogative è il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, che è anche una delle sue poesie più lineari, cantabili, più ricche di rime baciate e di espedienti semplici come le figure di ripetizione, oltre che di un lessico tutto sommato elementare (luna, greggia, pastore, erbe, nubi, vita, cielo, ecc.). E in fondo la radicalità delle domande che pongono i bambini è generata proprio da parole semplici, da gesti che sembrano elementari e che invece schiudono enigmi assoluti. L’economia dei mezzi espressivi non è mai direttamente proporzionale, mi pare, alle potenzialità conoscitive di un testo o di un’opera d’arte.

FS: Lo spazio che descrivi in molte delle poesie de L’attimo dopo è popolato di oggetti “postumi”: gli esseri umani e gli oggetti rispondono a un ciclo vitale al termine del quale la materia trapassa in una forma nuova, subisce una metamorfosi, continua a esistere “in altre forme”. È possibile che questa visione epicurea della materia sottragga alla tua poesia un’istanza stuporosa, epifanica? Mi pare che tu preferisca la ripetizione, all’occasione; e se tutto è già attorno a noi, niente di nuovo può arrivare a sconvolgere le circostanze presenti. (In Tuesday Wonderland, da L’attimo dopo, alcuni passanti si incrociano e il soggetto – che osserva e partecipa al quadro – ha in mente la morte di una persona, immagina che tutti sappiano, eppure è «un giorno come tanti», e le «cose restarono tutte quel che erano | l’attimo precedente: la luce fu luce, | gli autobus autobus, | gli aceri gli stessi, con qualche foglia in più»).

MG: Questa intuizione mi sembra notevole, e l’ipotesi che articoli mi appare del tutto credibile. In fondo io non credo o non credo più (o forse non ho mai creduto) che la vita si conformi come una «ripetizione dell’esistere» dalla quale emergono, talvolta, momenti privilegiati e rivelativi. Questa tensione, tipica della visione del mondo di Montale, mi è sempre sembrata fortemente metafisica, tant’è che Arsenio, sul litorale illividito dalle tracce della tempesta imminente, cerca i segni di un’«altra orbita». Il sentimento della permanenza, nel mio pensiero, è tanto forte quanto quello della perdita, del mutamento. Il fatto che gli esseri spariscano di continuo non sminuisce né contraddice la loro capacità di permanere (dentro di noi, è ovvio, perché per me tutto si gioca solo e soltanto su questo mondo e in questa vita). Occorre anche aggiungere, però, che qualcosa di fortemente traumatico o di fortemente politico (o entrambe le cose insieme) potrebbe benissimo sconvolgere d’improvviso questa percezione: l’imponderabile cambia la forma del pensiero, e dell’imponderabile non possiamo parlare.

FS: Da anni collabori con il musicista Roberto Zechini, col quale hai organizzato diversi concerti-reading: le vostre sono performance in cui «testi e musica dialogano, si rispondono e si interpretano a vicenda» (In altre forme, 2011). Come si trasforma la tua poesia a contatto con un linguaggio diverso? Queste esibizioni, oltre alla poesia e alla musica, portano al centro anche la figura dell’autore-attore, non contemplata nella lettura silenziosa di un testo.

MG: Il rapporto e la collaborazione con Roberto Zechini durano ormai da quindici anni. Certamente la performance dal vivo recupera la voce, che a me continua a sembrare importante, nonostante secoli di lettura silenziosa. La poesia conserva una dimensione musicale che può (non: deve) essere tradotta in lettura ad alta voce e in musica. La poesia non si trasforma, però, perché la scrittura prescinde sempre e necessariamente da qualsiasi corollario. Diciamo che quando leggo con Zechini eseguo il testo in una maniera diversa da come lo eseguo quando leggo da solo: con la musica avviene un dialogo, un inseguimento di ritmi che nella lettura semplice non esiste. E siccome sono musiche scritte o reinventate per i testi, questo dialogo dà spesso luogo a esiti per noi sorprendenti, anche quando improvvisiamo. Con Uno di nessuno, però, le cose sono cambiate: Zechini ha scritto un vero poema musicale che si sovrappone e si intreccia al mio, seguendolo capitolo per capitolo. Data questa struttura chiusa e complessa, ho sentito il desiderio e la necessità di affidare la lettura a un attore: così a dicembre Stefano De Bernardin è diventato Giovanni Antonelli, e la natura spuria di quel poemetto (un po’ narrazione, un po’ monologo teatrale) è stata messa perfettamente in luce dalla sua bellissima interpretazione. Speriamo di poterlo riproporre presto da qualche parte.

FS: L’attenzione verso la contemporaneità è un elemento importante che non declini solo all’interno della tua poesia: penso alle interviste e alle recensioni raccolte nel tuo Tra le pagine e il mondo (2015), e soprattutto al tuo ruolo di redattore (nonché fondatore) del sito culturale Le parole e le cose.

MG: Sì, cerco di restare attento, malgrado il lavoro di docente a tempo pieno (che in Svizzera comporta 24 ore di insegnamento in aula, più tutto il resto) mi abbia messo a dura prova, in questi ultimi anni. Tra le pagine e il mondo è un libro di congedo: un po’ per mancanza di tempo, un po’ per penuria di spazi (perché alcune testate, per eccesso di correttezza, impediscono a un poeta di recensire libri di poesia) so che non riuscirò più a dedicarmi alla poesia degli altri con l’attenzione e la costanza che avevo quando avevo venticinque o trent’anni. Ho riunito così dieci anni di recensioni e interviste – alcune delle quali a grandi poeti che non ci sono più: Raboni, Sanguineti, Heaney, Ashbery – in un volume di quasi trecento pagine.

Le parole e le cose invece è una bella realtà cui ho dato vita insieme a Guido Mazzoni e Gianluigi Simonetti nel settembre 2011 e che mi sembra ancora uno spazio importante, malgrado i blog appaiano tendenzialmente in declino rispetto a Facebook e Instagram. Fin quando riusciremo a renderlo un luogo capace di occuparsi della contemporaneità con la dovuta profondità e serietà, però, LPLC resterà uno spazio prezioso per tutti. Anche per me, certo, che ne traggo quotidianamente stimoli e inviti a riflettere.

*

Immagine: Jürgen Partenheimer, Metaphysischer Realismus (E. M.) 2000.