poesia contemporanea

Stelvio Di Spigno, Poesie

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[Mercoledì 5 Aprile 2017, nell’ambito delle attività del Dipartimento di Filologia e Critica delle Letterature antiche e moderne dell’Università di Siena, si è tenuto un incontro di carattere seminariale sul lavoro poetico della generazione di autori nati negli anni ’70. A moderare l’incontro è stato Stefano Dal Bianco. Sono intervenuti Azzurra D’Agostino, Lorenzo Carlucci, Stelvio Di Spigno e Gherardo Bortolotti.  Escono oggi, come ultima pubblicazione del ciclo, una serie di testi di Stelvio Di Spigno (qui il suo intervento uscito lunedì scorso), che ringraziamo per la concessione, e che ripercorrono l’intero itinerario della sua poesia.]

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da Mattinale, Caramanica, Marina di Minturno (Lt) 2006.

L’ombra

*                                                                                   *Ombra ferita…
*                                                                                           *G. Raboni.

Radente mia ombra, che mi sollevi
al pianto e al disgelo, alla pietà (altro…)

Cosa abbiamo da dire. Poeti italiani a 40 anni | Stelvio Di Spigno

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[Mercoledì 5 Aprile 2017, nell’ambito delle attività del Dipartimento di Filologia e Critica delle Letterature antiche e moderne dell’Università di Siena, si è tenuto un incontro di carattere seminariale sul lavoro poetico della generazione di autori nati negli anni ’70. A moderare l’incontro è stato Stefano Dal Bianco. Sono intervenuti Azzurra D’Agostino, Lorenzo Carlucci, Stelvio Di Spigno e Gherardo Bortolotti. Nelle prossime settimane formavera proporrà i loro interventi (qui quello di Lorenzo Carlucci, qui quello di Azzurra D’Agostino, qui quello di Gherardo Bortolotti), seguiti nei giorni successivi da una scelta di versi e prose. L’intervento che pubblichiamo oggi è quello di Stelvio Di Spigno].

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Se voi mi chiedete “cosa ha da dire Stelvio di Spigno”, io posso rispondere, come sono soliti fare la maggioranza dei poeti: prima scrivo e poi provo a dire cosa ho fatto nella mia scrittura. Non molti, però, ne sono capaci, anche perché è già molto difficile dire cosa si è cercato di fare quando si è già scritto, figuriamoci mentre si sta scrivendo o prima di averlo fatto. Da leopardista accanito, devo dire che l’unico che è stato capace di dire con chiarezza cosa voleva fare in poesia, e poi lo ha fatto, è stato Giacomo Leopardi. Egli ha definito tutto: la sintassi, la prosodia, il lessico – distinguendo fra parole considerate poetiche e parole reputate non poetiche. Dire ad una persona che scrive di poesia “cosa dici?” è come chiedere ad un cieco “cosa vedi?”.

Ho scritto quattro libri e devo dire di essere molto grato a queste due figure di critici e poeti che ci hanno invitato qui a Siena: Guido Mazzoni, il cui libro Sulla poesia moderna (2005) è stato per me di importanza fondamentale, e Stefano Dal Bianco, senza il quale sarebbe esistito solamente il mio primo libro, Mattinale (2002); senza di lui, le seguenti tre raccolte, alcune in maniera maggiore altre minore, non sarebbero state scritte, o almeno non in questo modo. Quando Dal Bianco ha pubblicato Ritorno a Planaval (2001), ho capito che potevo sfondare l’endecasillabo così preponderante nel mio primo libro e, allo stesso tempo, le sue poesie mi hanno garantito – anche nel lessico – una libertà nuova: poter dire «porta» e non «uscio», «tristezza» e non «mestizia», «morte» e non «angelo nero» per esempio. Grazie a lui sono riuscito ad attualizzare la mia poesia, a renderla figlia del nostro tempo.

Nel mio percorso di lettura e di scrittura una questione è sempre stata fondamentale, e attorno ad essa è sempre ruotato il mio lavoro: il rapporto fra ciò che si scrive oggi e ciò che è già stato scritto, ossia la Tradizione. Finché c’è stato un aggancio importante fra i poeti e la Tradizione, c’è stata grande poesia in Italia. Ciò che spesso si dimentica – ed oggi questa mancanza tende a farsi sentire con forza – è che la Tradizione non è un dato secondario, ma qualcosa di importante, fondamentale, decisivo.

Dopo aver letto il saggio Sulla poesia moderna di Guido Mazzoni, ho riflettuto nuovamente sulla poesia contemporanea e sul mio modo di scrivere poesia, un modo che più volte è stato definito come inattuale e – in maniera velatamente accusatoria se non dispregiativa – “classico”. Mi tormentava una consapevolezza, ossia il fatto che noi, in questo periodo storico, non abbiamo una grande voce poetica che possa essere paragonata a Montale, Saba, Ungaretti, Noventa, Sereni, Luzi, Zanzotto. Percepivo una mancanza. La poesia può essere latente anche per lunghi secoli, ma non per questo – naturalmente – non si scrive, non si pubblica, non vengono assegnati Nobel o non arrivano poeti alle grandi case editrici. Ciò che più mi appariva perduto era però un rapporto costante, veritiero, inscindibile – quasi “ontologico” – con la Tradizione.

Bisogna scontrarsi con la Tradizione, interiorizzarla, ricrearla, rimetterla in circolo, se si aspira ad essere poeti. Il mio primo libro, Mattinale (Sometti, Mantova 2002), è stato questo: un assorbimento enorme, anche eccessivo, della Tradizione. Ma così doveva essere. Ero giovane, non avevo esperienza di vita, avevo soltanto tanti libri letti da cui attingere. Poche poesie di questo libro sono davvero personali; le altre sono il frutto, e si sente, di questo scontro frontale con la grande poesia del passato.

Poi è venuto il momento in cui io ho tentato di parlare della mia esistenza, e di farlo ricercando un nuovo modo con cui approcciarsi alla Tradizione, a partire dall’io, cioè dalla mia storia personale. È stato allora che ho letto Ritorno a Planaval di Stefano Dal Bianco, e nelle sue poesie ho trovato una possibile via d’uscita, un nuovo modo di guardare alla lingua e alla poesia passata. Così ho scritto il mio secondo libro, Formazione del bianco, (Manni, Lecce 2007), ma era un po’ troppo carico di parole. Sentivo che bisognava essere più essenziali. Ho cercato quindi di restringere la prospettiva, di asciugarne le forme, ed è nata La nudità (Pequod, Ancona 2010). Infine siamo giunti a Fermata del tempo (Marcos Y Marcos, Milano 2015), di cui non saprei dirvi, perché la sua scrittura è ancora troppo recente.

Da studioso, nei dieci anni in cui ho lavorato all’Università di Napoli, ho vissuto un periodo di grande formazione. Ho potuto leggere Dante, comprendere come Dante veniva recepito nelle altre lingue e culture, ripercorrere numerose storie della letteratura, confrontarmi con Leopardi. Se la mia poesia ha qualcosa da dire – questo credo di aver compreso – lo ha in relazione a questo punto specifico, al rapporto che dovrebbe sempre permanere fra ciò che si scrive oggi e ciò che è stato scritto in precedenza; rapporto che in Italia in questo momento, a mio modo di vedere, manca.

Quello che ho cercato di fare e di dire nei miei libri ruota attorno a questo tema. Il Passato, la Poesia, la Tradizione, da un lato; il tempo presente, la sensibilità personale, la Storia dell’oggi, dall’altro. Io voglio fare poesia, ma allo stesso tempo voglio fare letteratura. Non mi interessa fare pura poesia, non mi basta.

Noi abbiamo un campo a cui ci possiamo rivolgere, differente da quello della poesia, che ci consegna un esempio che io credo sia significativo: la musica colta contemporanea. Quest’ultima ha sdoganato la atonalità, poi ha creato la dodecafonia, quindi la dodecafonia integrale, e già negli anni Cinquanta la scuola di Darmstadt si rese conto che non andava da nessuna parte, che la strada intrapresa non aveva vie d’uscita. Ecco che si ingegnarono alla ricerca di modi per evadere, fino all’avvento di Alfred Schnittke, compositore russo, considerato da tutti l’erede di Šostakovič e Prokofiev. La grande intuizione di Schnittke è stata quella di ripartire dal Settecento e dal primo Novecento, attraversando con sensibilità nuova tutto ciò che lo aveva preceduto, rielaborandolo. Ciò gli ha permesso di intraprendere una strada significativa, mai percorsa fino ad allora, quella della simultaneità di stili, il cosiddetto “polistilismo”, ricercando reazioni vibranti nella contiguità di differenti piani musicali. In pratica, questo grande della musica dell’ultimo trentennio del Novecento, ha studiato e messo in pratica un assioma rivoluzionario: sostituire il mantra della musica dodecafonica, che per essenza rappresenta una simultaneità di suoni, con la sua visione basata su una simultaneità di stili. Il risultato è stato che la sua musica ha ripreso ad essere “ascoltabile”. Quella a lui precedente, no.

Se questo è stato fatto in musica, io credo che possa essere fatto anche in letteratura, ed è ciò che io cerco di fare come poeta. Non so se ne ho il talento, le capacità, le possibilità linguistiche per farlo, però penso che occorra provarci, perché se anche ci si riesce in parte, significa aver aperto una strada, e anche un piccolo contributo in questo senso può essere qualcosa di estremamente importante e prezioso. Qualcuno migliore di me, magari in futuro, riuscirà a costruire un nuovo cammino su delle basi che ho gettato io. Quello che ho da dire come scrittore di versi, secondo il mio punto di vista, è questo.

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Immagine: Elliott Erwitt, Sequentially Yours.

Lorenzo Carlucci, Poesie

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[Mercoledì 5 Aprile 2017, nell’ambito delle attività del Dipartimento di Filologia e Critica delle Letterature antiche e moderne dell’Università di Siena, si è tenuto un incontro di carattere seminariale sul lavoro poetico della generazione di autori nati negli anni ’70. A moderare l’incontro è stato Stefano Dal Bianco. Sono intervenuti Azzurra D’Agostino, Lorenzo Carlucci, Stelvio Di Spigno e Gherardo Bortolotti. Nelle prossime settimane formavera proporrà i loro interventi seguiti nei giorni successivi da una scelta di testi. Escono oggi una serie di poesie di Lorenzo Carlucci (qui il suo intervento uscito lunedì scorso), che ringraziamo per la concessione, da La comunità assoluta (2008) e da Sono qui solo a scriverti e non so chi tu sia (2009).]

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da La comunità assoluta

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metodo8

Sembra infine, all’analisi attenta, che tutto il lavoro della nostra saggezza si
possa ridurre ad un adeguarsi a qualcosa che saggio non è. (altro…)

Azzurra D’Agostino, Alfabetiere privato

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[Mercoledì 5 Aprile 2017, nell’ambito delle attività del Dipartimento di Filologia e Critica delle Letterature antiche e moderne dell’Università di Siena, si è tenuto un incontro di carattere seminariale sul lavoro poetico della generazione di autori nati negli anni ’70. A moderare l’incontro è stato Stefano Dal Bianco. Sono intervenuti Azzurra D’Agostino, Lorenzo Carlucci, Stelvio Di Spigno e Gherardo Bortolotti. Nelle prossime settimane formavera proporrà i loro interventi seguiti nei giorni successivi da una scelta di testi. Escono oggi una serie di poesie di Azzurra D’Agostino (qui il suo intervento uscito lunedì scorso), che ringraziamo per la concessione, da Alfabetiere privato (Lietocolle 2016).]

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Non ha chiesto voce non ha preteso nulla
e nulla ha chiamato l’uccello cascato per terra (altro…)

Cosa abbiamo da dire. Poeti italiani a 40 anni | Azzurra D’Agostino

Roberto Crippa, tecnica mista su tela, 1951

di Azzurra D’Agostino

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[Mercoledì 5 Aprile 2017, nell’ambito delle attività del Dipartimento di Filologia e Critica delle Letterature antiche e moderne dell’Università di Siena, si è tenuto un incontro di carattere seminariale sul lavoro poetico della generazione di autori nati negli anni ’70. A moderare l’incontro è stato Stefano Dal Bianco. Sono intervenuti Azzurra D’Agostino, Lorenzo Carlucci, Stelvio Di Spigno e Gherardo Bortolotti. Nelle prossime settimane formavera proporrà i loro interventi, seguiti nei giorni successivi da una scelta di versi e prose. Iniziamo oggi con Azzurra D’Agostino.]

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Nel momento in cui mi metto a riflettere su ‘cosa ho da dire’ in poesia, subito si affaccia alla mia mente un chiaro ‘che cosa ho da fare’. (altro…)

Compiacimento, connivenza, solidarietà. Contro il villaggio della giovane poesia contemporanea

Damien Hirst - The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living (1991)

formavera va in vacanza, per ripartire a settembre con un nuovo ciclo e alcune novità nel gruppo redazionale. Durante la pausa estiva pubblicheremo alcuni degli editoriali che hanno accompagnato e scandito il nostro percorso, dall’inizio fino ad oggi.
Questo editoriale è stato pubblicato la prima volta nel maggio 2015.

di Andrea Lombardi

Ci troviamo ad operare in un contesto dove prevalgono atteggiamenti di connivenza e compiacimento, connivenza che è anzitutto compiacimento, compiacimento che è anzitutto autocompiacimento. Dato per certo che la poesia non ha più alcun peso, che essa è un gesto anacronistico, inutile, buona solo per chi la fa, un corpo in decomposizione che cerchiamo di rianimare, l’atteggiamento dei giovani poeti è quello del tacito consenso di fronte a tale presupposto – il primo insegnamento che si riceve nella nostra Bildung poetica – che, introiettato, non si fa altro che alimentare in due modi.
Il primo è l’assunzione come imperativo categorico del principio per cui l’unione fa la forza. La giovane poesia contemporanea si presenta come un grande villaggio in cui tutti conoscono tutti, anche senza essersi mai incontrati, a volte anche senza aver mai letto nulla l’uno dell’altro. Un villaggio solidale dove tutti sono amici di tutti perché tutti devono essere amici di tutti. Non avendo più alcun peso ciò che ci ostiniamo a fare, si fa gruppo per sentirsi legittimati a scrivere. E la sede di questo villaggio, fisicamente aperto a tutti, è la rete. (altro…)

Compiacimento, connivenza, solidarietà. Contro il villaggio della giovane poesia contemporanea

Damien Hirst - The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living (1991)

di Andrea Lombardi

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Ci troviamo ad operare in un contesto dove prevalgono atteggiamenti di connivenza e compiacimento, connivenza che è anzitutto compiacimento, compiacimento che è anzitutto autocompiacimento. Dato per certo che la poesia non ha più alcun peso, che essa è un gesto anacronistico, inutile, buona solo per chi la fa, un corpo in decomposizione che cerchiamo di rianimare, l’atteggiamento dei giovani poeti è quello del tacito consenso di fronte a tale presupposto – il primo insegnamento che si riceve nella nostra Bildung poetica – che, introiettato, non si fa altro che alimentare in due modi.
Il primo è l’assunzione come imperativo categorico del principio per cui l’unione fa la forza. La giovane poesia contemporanea si presenta come un grande villaggio in cui tutti conoscono tutti, anche senza essersi mai incontrati, a volte anche senza aver mai letto nulla l’uno dell’altro. Un villaggio solidale dove tutti sono amici di tutti perché tutti devono essere amici di tutti. Non avendo più alcun peso ciò che ci ostiniamo a fare, si fa gruppo per sentirsi legittimati a scrivere. E la sede di questo villaggio, fisicamente aperto a tutti, è la rete.
Il secondo, ben più calzante, è il fatto che la connivenza a tale presupposto è realizzata tramite un ulteriore atteggiamento di tacito consenso. In ragione di questa solidarietà obbligatoria, infatti, si accetta come legittimo ciò che scrivono gli altri membri del villaggio. Dilaga il compiacimento: prima nell’autoerotismo della scrittura, poi nel voyeurismo della lettura della poesia altrui. Si tratta infatti di una doppia legittimazione: quella a scrivere poesie, legata alla semplice presenza di altri che fanno lo stesso “nonostante i tempi” e quella a scrivere in un certo modo. Nel villaggio, infatti, non solo tutti conoscono tutti, ma si ha l’impressione che tutti scrivano come tutti. Sembra di essere di fronte all’affermarsi di un’idea tautologica di poesia, il riproporsi, sul piano della produzione dei contenuti, dello stesso processo che ha portato il concetto di lirica a sostituire quello generico di poesia. Non solo quella della lirica continua ad essere l’unica strada avvertita come percorribile – basta vedere la produzione della maggior parte degli esordienti – e come tale la più battuta, ma addirittura al suo interno si è arrivati a una sclerotizzazione di moduli, stilemi, posture che irrigidisce fin da subito qualsivoglia predisposizione al canto. Poesie che nascono già impacchettate e pronte alla vendita, sapendo che c’è un mercato che sicuramente le accoglierà favorevolmente in quanto le richiede. E allora ecco la poesia facile, quella che piacerà a tutti, ecco una verticalità che è solo parodia di verticalità istituzionalizzate, ecco posture riprodotte come schemi. Un serenismo divenuto habitus, come se le possibilità della poesia si fossero esaurite, come se determinati moduli e stilemi abbiano rappresentato il punto di arrivo della poesia e andare oltre fosse impossibile. Il risultato è quello di una voce ovattata, plastificata, robotica. Non vera voce, ma afonia disarmante. (altro…)