saggi

Punk e romanticismo, parodia e satira: su Nuova poesia troll

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di Carola Borys

Una versione di questo intervento è stata pronunciata al convegno CAIS 2019 il 16 giugno a Orvieto.

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Nuova poesia troll è una pagina Facebook attiva dal 2014 e seguita ad oggi da oltre 2000 utenti. Su questa pagina un collettivo anonimo pubblica quotidianamente uno o più testi. Non mi soffermerò tuttavia sull’anonimato e sul sabotaggio del dispositivo autoriale, meno interessanti in quanto già visti e commentati.

Il titolo di questo intervento è Punk e romanticismo, parodia e satira: sono i quattro elementi attraverso cui ho cercato di sintetizzare Npt. Punk per la «necessità di una risposta di antagonismo totale»[1]. Romanticismo per il desiderio di autenticità che anima questa poesia, se l’autenticità, come ha mostrato Charles Larmore, è uno degli elementi della nostra eredità romantica[2]. Parodia e satira perché si tratta di una satira parodica, ossia il bersaglio polemico è primariamente extratestuale e secondariamente intertestuale.
Nel progetto si fondono un’anima performativa, istantanea, e un’anima ipso facto monumentale – per il suo aver luogo su internet, dove tutto rimane, nulla è selezionato o potenzialmente destinato all’oblio. Si chiama ‘troll’ perché l’intento pragmatico quello di decostruire la politesse del discorso poetico dall’interno. Continua a leggere “Punk e romanticismo, parodia e satira: su Nuova poesia troll”

saggi

Quella somiglianza inconciliabile al canto. Note per una lettura parodica della “Scolta” di Annovi

Frank Stella, Seward Park (1958)

di Jacopo Rasmi

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Come possiamo accogliere La scolta? Come può essere una esperienza decisiva questo libretto, questa “scolticina” – così (mi) scrive – che nella sua trasparenza quasi naïve, si ispessisce e si aggroviglia alla ri-lettura, diviene mole? Nell’operazione poetica di Gian Maria Annovi si sfiora l’intollerabile, forse, si gioca con l’illecito, forse. Queste sue maschere (stereotipe), questa messa-in-scena, questo fare voci d’altri… Molti fantasmi d’opportunità d’etica e di gusto attraversano i pensieri del deontologo letterario. E quasi il giudizio già sfugge, tra i denti, e inchioda alla colpa (e ancora si esita tra frivolezza o pretenziosità). Continua a leggere “Quella somiglianza inconciliabile al canto. Note per una lettura parodica della “Scolta” di Annovi”

editi

Pier Paolo Pasolini, Versi del testamento

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Nella notte tra il 1° e il 2 novembre 1975 moriva Pier Paolo Pasolini.
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Versi del testamento

Bisogna essere molto forti
per amare la solitudine; bisogna avere buone gambe
e una resistenza fuori dal comune; non si deve rischiare
raffreddore, influenza e mal di gola; non si devono temere
rapinatori o assassini; se tocca camminare
per tutto il pomeriggio o magari per tutta la sera
bisogna saperlo fare senza accorgersene; da sedersi non c’è;
specie d’inverno; col vento che tira sull’erba bagnata,
e coi pietroni tra l’immondizia umidi e fangosi;
non c’è proprio nessun conforto, su ciò non c’è dubbio,
oltre a quello di avere davanti tutto un giorno e una notte
senza doveri o limiti di qualsiasi genere.
Il sesso è un pretesto. Per quanti siano gli incontri
– e anche d’inverno, per le strade abbandonate al vento,
tra le distese d’immondizia contro i palazzi lontani,
essi sono molti – non sono che momenti della solitudine;
più caldo e vivo è il corpo gentile
che unge di seme e se ne va,
più freddo e mortale è intorno il diletto deserto;
è esso che riempie di gioia, come un vento miracoloso,
non il sorriso innocente, o la torbida prepotenza
di chi poi se ne va; egli si porta dietro una giovinezza
enormemente giovane; e in questo è disumano,
perché non lascia tracce, o meglio, lascia solo una traccia
che è sempre la stessa in tutte le stagioni.
Un ragazzo ai suoi primi amori
altro non è che la fecondità del mondo.
E’ il mondo che così arriva con lui; appare e scompare,
come una forma che muta. Restano intatte tutte le cose,
e tu potrai percorrere mezza città, non lo ritroverai più;
l’atto è compiuto, la sua ripetizione è un rito. Dunque
la solitudine è ancora più grande se una folla intera
attende il suo turno: cresce infatti il numero delle sparizioni
– l’andarsene è fuggire – e il seguente incombe sul presente
come un dovere, un sacrificio da compiere alla voglia di morte.
Invecchiando, però, la stanchezza comincia a farsi sentire,
specie nel momento in cui è appena passata l’ora di cena,
e per te non è mutato niente: allora per un soffio non urli o piangi;
e ciò sarebbe enorme se non fosse appunto solo stanchezza,
e forse un po’ di fame. Enorme, perché vorrebbe dire
che il tuo desiderio di solitudine non potrebbe essere più soddisfatto
e allora cosa ti aspetta, se ciò che non è considerato solitudine
è la solitudine vera, quella che non puoi accettare?
Non c’è cena o pranzo o soddisfazione del mondo,
che valga una camminata senza fine per le strade povere
dove bisogna essere disgraziati e forti, fratelli dei cani.
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da Trasumanar e organizzar (1971)